martedì 3 agosto 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Domenica, 7 marzo 2010
Scirocco e nuvoloni da ponente, niente di buono. Sole a mezzo servizio. Si fa vedere per una decina di minuti, poi corre a nascondersi dietro una nuvola. Temperatura, 9 gradi. Questi sono i dati che un appassionato di vela registra quasi inavvertitamente, appena mette il naso fuori della porta di casa, poi li combina e ne estrae il responso per la giornata. Stamattina, per esempio, si potrebbe anche navigare, ben coperti e con una bella cerata appresso, nel caso i nuvoloni che vengono da ponente si facciano scuri e decidano di guastarti la festa. In genere fai in tempo a rientrare prima dello scroscio, ma se è un giorno di sfiga non ce la fai. Ma non è certo la fine del mondo. Se proprio sei un incosciente e non ti sei portato una cerata o qualche indumento impermeabile, puoi sempre ancorarti e rifugiarti sotto la vela. Se il mare si incazza sul serio e non puoi ancorarti per non rischiare che le onde ti spezzino la cima dell’ancora, o ti sbarbino la bitta di aggancio o ti stacchino un pezzo di prua, allora puoi sostituire l’ancora con un secchio e farti portare dalla corrente. Se la barca è in movimento, non puoi rimanere sotto la vela, perché dovrai anche vedere dove cazzo vai a finire, allora potrai sfilare la vela e avvolgertela intorno al corpo e sopra la testa come un barracano africano. Sarà difficile da credere, ma in tutto questo non c’è niente di drammatico. Solo adrenalina allo sballo, come sulle montagne russe, come farsi scivolare da quaranta metri di altezza all’interno di un mezzo tubo che ti scarica in una vasca a una velocità travolgente – mi è capitato di farlo in un aquapark della Florida - la miglior terapia possibile per gli ingenui che vanno a cercarsi lo sballo nell’alcol, nelle discoteche, nell’ecstasy o in qualcosa di peggio. Va detto che le eventualità citate e le relative contromisure riguardano una barchetta in vetroresina di quattro metri, ovviamente senza cabina e senza un cazzo di posto dove ripararsi. Per uno sballo sano, si capisce a chi mi rivolgo, compratevene una e imparate a governarla. Non è difficile. Potete trovarla, di seconda mano, per poche centinaia di euro, e auguri di cuore. Se arriverete anche voi ad annusare istintivamente il tempo, di primo mattino, uscendo dalla porta di casa, potrete dire di avercela fatta. Mi sento sospeso di una ventina di centimetri mentre la terra mi ruota sotto i piedi, e tutto per colpa di un virus figlio di puttana che ha voluto privilegiarmi eleggendo i miei bronchi a residenza invernale. Spero tanto di averlo sfrattato, ammazzato, disintegrato. Oggi mi tocca l’ultima compressa, poi tornerò a farmi visitare. Spero in una sentenza di scarcerazione. La barca in cantiere ha bisogno dei paioli, di un appoggio per l’albero con la vela al terzo, di due bitte ad anello a poppa per farci scorrere la scotta, di sistemare la cima dell’albero per la vela latina che devo ancora ritagliare dal telone, insomma, di tante piccole cose, mentre io mi sto rompendo i coglioni in attesa di verdetto. Forse sto cominciando a rompere anch’io, ieri con il computer e oggi con la barca. Per fortuna mentre scrivo ascolto un brano di Schumann, che è come ascoltare le acque limpide di un torrentello da trote. L’impervio e imperscrutabile percorso della vita. Riflessione spontanea, quando si pensi che aveva cominciato con gli studi di giurisprudenza, abbandonati dopo un anno per dedicarsi al pianoforte. Una passione violenta. Con esercizi impossibili ai tasti si rovinò un dito e la carriera. Dal tormento emerse il compositore. Forse bisognerebbe evitare di chiedere ai bambini cosa faranno da grandi. Non è una domanda sensata. Per fortuna, loro non lo sanno. Mi piace scrivere ascoltando musica classica. Intendiamoci, sono tutt’altro che un intenditore, ma mi ritengo fortunato perché riesco a godermela lo stesso. E’ come per la pittura. Ci sono opere di artisti, celebrati dalla critica, per lo più intellettualoide, che non mi riscaldano neppure una cellula cerebrale, che non mi invitano che a uno sguardo di striscio, o che perfino mi fanno accelerare il passo. Naturalmente a causa della mia incompetenza. Ce ne sono altre, tuttavia, che starei ad osservare per ore, con istanti di vero godimento, malgrado la mia incompetenza. Sarà perché nutro forti sospetti verso l’arte intellettuale, anche perché stimola gli sproloqui degli intellettualoidi. Come diceva De Chirico, l’arte è contemplazione, godimento nella contemplazione. Lo stesso vale per la musica. Godimento ad ascoltarla, benché profani, o quasi. Per fortuna sembrano tutti d’accordo nel ritenere la musica asemantica, cioè senza significati. In caso contrario, non avremmo avuto speranze contro un oceano di interpretazioni filosofiche, psicologiche, sociologiche e politiche, e chi più ne ha più ne metta. Avrebbero anche potuto toglierci il gusto di ascoltarla.

lunedì 2 agosto 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Sabato 6 marzo 2010
Stamane è sorto il sole. Hemingway aveva ragione. La temperatura è quasi dieci gradi, più che sufficiente per godersi un’escursione a vela. Quasi cedo alla tentazione. Poi mi sovviene che dovrei prima portare la barca a terra per raschiare via un palmo abbondante di vegetazione sotto la carena e, peggio ancora, che sono in cura. Oggi ho preso la nona compressa di antibiotico e ne manca ancora una. Meglio soprassedere. E’ colpa del sole. Quando lo vedo scatta un meccanismo automatico che lo combina con mare, vento, vela, barca. Non posso farci niente. Per la barca in cantiere ho pronti due alberi, uno più a prora, sul quale dovrei provare una vela latina, uno più centrale per una vela al terzo. La seconda è già pronta. Per armarla ho approfittato dei primi giorni di reclusione per malattia, e aspetta ben ripiegata nel cofano dell’auto. La prima, invece, non ce l’ho. Il problema è che di questo tipo di vela non sono pratico e non sono riuscito a trovare i giusti rapporti con la conformazione della barca. Mi sono fatto un’idea su Internet, con delle illustrazioni che però mancavano delle precise misurazioni. L’idea che mi son fatto è sufficiente per fare un tentativo, ma siccome una vela in nylon o materiale sintetico - di semplice tela non se ne fanno più - costa un’iradidio, sarebbe stato un tentativo dispendioso a rischio di insuccesso. Poi il caso mi è corso in aiuto. Pochi giorni fa mia moglie ha acquistato un telone per coprire la legna ricavata da un albero abbattuto in giardino. Era di plastica, piuttosto robusta. Mentre lo sistemavo sopra il mucchio di ceppi, ho notato quanto fosse robusto e leggero allo stesso tempo, e il pensiero di ritagliarci una vela di prova è venuto di conseguenza. Sono corso a comprarne un altro, della grandezza necessaria, e non vedo l’ora di mettere in atto il progetto. A dire il vero ce l’ho già sulla carta e potrei anche cominciare a tagliare, ma l’esperienza insegna che è molto meno facile sbagliare se hai gli oggetti sotto mano. Dunque, aspettare. Quando si sta male, sarebbe meglio non avere progetti. Godersi il riposo e la malattia, che, se è venuta, una ragione ci deve essere. Difficile trovarla, ma se è vero, come sostengono alcuni, che ogni piccolo spostamento, ogni evento, anche ogni pensiero, è una compensazione di altri spostamenti, eventi o pensieri presenti in altri spazi dell’orbe terracqueo, non importa quanto lontani, allora una ragione ci deve essere. Naturalmente, date le abissali distanze, meglio limitarsi ad accettarla, senza pretendere di trovarla. Se a questo punto mi chiedessero Ma di che cazzo stai parlando?, farei fatica a rispondere. Meglio attestarsi su sponde più collaudate e più rispondenti al contingente. Ma che cazzo hanno combinato quelli del Pdl? Quando ho sentito che hanno presentato le liste elettorali in ritardo ho creduto di aver capito male, poi ho seguito con maggiore attenzione e ho dovuto convincermi di aver capito bene. Sono rimasto basito. Basito, un termine caro a Pirandello, caduto quasi in disgrazia per un gran numero di anni, riscoperto chissà da chi e rimesso in circolazione negli ultimi tempi. Non che mi piaccia gran ché. Forse Sono rimasto di stucco sarebbe stato più incisivo, ma probabilmente a chi mi sta leggendo di tutto questo non frega un accidente, perciò torniamo a Sono rimasto basito. Stento a credere che a certi livelli della politica possano verificarsi simili assurdità, ma la notizia imperversa alla TV e sulla carta stampata, e benché nessuna delle due meriti una mano sul fuoco, pare che sia proprio vera. A far piovere sul bagnato o vomitare sulla merda, come preferite, è arrivata la spiegazione che tutto sarebbe accaduto per un panino. E’ vero che eventi epocali possono scaturire da motivazioni inaccettabili, vedi Adolf, che per il rifiuto di una ragazzina ebrea ne ha bruciati sei milioni e ha dato fuoco all’Europa, e se è anche vero che negli instabili equilibri dell’universo la mancata accettazione di una lista elettorale, per di più di una sola regione, non merita neppure menzione, il fatto che ciò sia accaduto perché un tizio si è fatto un panino galeotto lascia ugualmente perplessi. Mi sia consentito aggrapparmi al mio chiodo fisso, anche a rischio di rompere i coglioni, e tornare a quel tormentone verminoso che è la scuola. Ce n’era un’altra, in tempi lontani, dove un ha scritto senza l’acca scatenava un finimondo, costava sicuramente un’insufficienza e poi un impegno costante, nei giorni a venire, per scrollarsi di dosso l’alone riprovevole che ti restava appiccicato come una nuvola pestifera. Era la stessa scuola dove un Machiavelli scritto con due c faceva di un tema, per quanto bene svolto, carta straccia, dove, per dirla tutta, non si tolleravano inesattezze, dove la puntualità era la prima referenza. Si esagerava? Forse. A fronte di quella scuola, ce n’è stata un’altra, negli ultimi tempi in particolare, dove la puntualità era illustre sconosciuta, dove si poteva uscire ed entrare a qualsiasi ora con il consenso, ma spesso la complicità dei genitori, dove di ha scritte senz’acca neppur si teneva conto, figuriamoci di Machiavelli scritto con due c, perfettamente a suo agio anche sui cartelli indicatori, dove tutto era tollerato, per non dire consentito, in nome di …di che cosa? Si voleva evitare le difficoltà, rendere più agevole il percorso scolastico, evitare le defezioni, forse anche le responsabilità? Un tizio, incaricato di presentare le liste elettorali per le elezioni regionali ritiene lecito andarsi a fare un panino a rischio di arrivare in ritardo. Arrivare in ritardo, che sarà mai? Il can can mediatico gli avrà chiarito le idee, suppongo, ma l’incontinente paninaro potrebbe solo essere il prodotto di un sistema che, in realtà, di lui se ne è fregato. Non so quanto sia vero che il mal comune è un mezzo gaudio, ma se lo fosse, sarebbe una mezza festa ogni giorno. Da qualche parte, negli Stati Uniti, in un istituto di scuola superiore è stato licenziato in tronco l’intero corpo insegnante, una novantina di persone, preside inclusa, perché c’erano troppi bocciati. Vanno aggiunti quattro bidelli e, se non sbaglio, anche il preparatore atletico.

martedì 27 luglio 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Venerdì 5 marzo 2010
Piove. Mi viene in mente il romanzo di Hemingway, Il sole sorgerà ancora. Speriamo. In ogni caso, non è più il caso di aspettare, sgottare necesse. Entro in macchina già intabarrato e raggiungo il pontile, dove si culla il mio quasi Fly Junior. Non ho mai pensato di dargli un nome. Alla prima barca, distrutta da una mareggiata, avevo messo nome Piripazio, un’altra si chiamava già Follia, e non mi sono sognato di cambiarlo; quella che le ha intervallate, il Vaurien e quella del mio amico pittore sono rimaste anonime. Dimenticavo il piccolo cabinato acquistato con il nome già scritto dietro la poppa. Si chiamava Jenny. Non mi piaceva, ma non l’ho cambiato. Si dice che porti disgrazia. Fa un freddo cane sul pontile. Un ragazzo e una ragazza stanno facendo riscaldamento seduti sugli scogli. Per lo più si strofinano e si massaggiano. Tolgo le scarpe e indosso gli stivali, salgo a bordo, mi faccio una bella sgottata, a dire il vero credevo ci fosse più acqua, poi me ne torno alla macchina. Sulla strada di casa mi fermo a un’edicola e chiedo il manuale per gli imbranati del computer. Macché, non ce l’hanno. Faccio un salto dal mio mago, chissà che non abbia finito la riparazione. E’ tutto pronto. Mi riprendo lo scatolone e me lo riporto a casa. Gli lascio il portatile con il programma africano, chissà che non riesca a salvare sul floppy ciò che ho scritto in questi giorni. Comunque, è tutto stampato. Male che vada, si tratterà di ricopiare. Dice di tornare lunedì. In studio, rimetto lo scatolone al suo posto, prendo la mappa dei fili e uno a uno li inserisco sperando per il meglio. Redigere una mappa è stata un’idea grandiosa. Pare che tutto funzioni a dovere. Resta solo da verificare la faccenda della masterizzazione, ma una voce interiore mi dice di aspettare. Tanto, per pigliarsi un’incazzatura, c’è sempre tempo. Girando e oziando per casa, ogni tanto vado a sbattere con un titolo di giornale, giornali vecchi, che di solito porto nello scantinato per accendere il fuoco nel camino, a volte illudendomi di bruciare anche tutta la merda che piove dalle testate, in particolare quelle che le notizie le creano, specie se servono a sputtanare più gente possibile, senza limitarsi a riferirle ai lettori. Ho parlato da eretico, ne sono consapevole e so di rischiare il rogo, ma questo usato e abusato diritto all’informazione comincia a rompere i coglioni. E’ diritto all’informazione fotografare il culo della Merks, in vacanza su una spiaggia italiana, e sbatterlo sulle riviste per la gioia dei deficienti? E’ diritto all’informazione lo sciacallaggio sui genitori delle ragazze rapite, assassinate, stuprate, le reiterate insistenze per farli parlare in un momento in cui vorrebbero tanto farne a meno, tutto questo per poter informare i lettori che hanno detto di sentirsi disperati? Se ai lettori fosse mancata una simile informazione, avrebbero potuto pensare che la disgrazia li avesse resi euforici? E’ diritto all’informazione rendere noti precedenti penali di scarso rilievo delle vittime, dico delle vittime, persone che hanno subito gravi violenze, se non sono state addirittura assassinate, quando non è proprio necessario e nulla hanno a che fare con le brutalità che hanno subito? Certo che la gente ha diritto all’informazione, ma si dovrebbe anche evitare che le leve del quarto potere vengano messe in mano a delle teste di cavolo.

sabato 24 luglio 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Giovedì, 4 marzo 2010. Il Papa si recherà al Concilio Eucaristico a bordo della più famosa nave scuola del mondo. Ho visto la Vespucci nel porto di Amburgo, sono passati tanti anni. La ricordo superba, imponente, da incantarsi a guardarla. Le ragazze tedesche, a frotte, si accalcavano sulla banchina in attesa dei marinai in franchigia. Era tutto un grande spettacolo. Sarà una bella esperienza anche per il Papa, che da tempo, ormai, una flotta non ce l’ha più. C’era un tempo, però, in cui i papi ce l’avevano, ma erano papi diversi. Erano papi re, papi combattenti, papi ligi alla ragion di stato, e capitava pure che dimenticassero ogni incombenza spirituale. Erano papi che firmavano condanne a morte, alla fustigazione, e quando avevano bisogno di equipaggi in vista di una battaglia, quella di Lepanto, per esempio, commutavano le condanne in arruolamento coatto nella flotta e i redivivi finivano in catene fra i rematori, con qualche residua speranza di riuscire a sopravvivere ancora per qualche anno. A fargli cambiare idea non c’erano santi né madonne, tanto meno c’era da sperare in una resipiscenza, anche tardiva, che li facesse tornare sui passi della spiritualità a danno della ragion di stato. E quando dico santi, non è solo per ricorrere a una frase fatta, mi riferisco a santi veri, un San Filippo, mi pare, che cadde in disgrazia di Pio V per aver parlato in favore di alcuni zingari, insigniti a forza del titolo di rematori in una galera. I tempi sono cambiati, la flotta papale non c’è più e una breve crociera sulla Vespucci per recarsi a un Concilio Eucaristico si addice al Papa molto di più. Passando alla mia flotta, come la chiama mia moglie, per il Vaurien non si affacciano compratori, la barca all’ormeggio avrà un palmo di vegetazione sotto la carena, che andrebbe grattata via, e quella che mi ha venduto l’amico pittore ha ancora bisogno di una quantità di lavoretti. Tutto ciò mentre piove e io mi sto rimpinzando di antibiotici. Di nuovo ricorrere alla filosofia cinese. Se c’è rimedio, perché ti preoccupi? Se non c’è rimedio, perché ti preoccupi? Mi pare che non ci sia altro da fare. Smettere di preoccuparmi e pensare alla salute.

martedì 20 luglio 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 3 marzo 2010
Hai voglia a impegnarti e mettercela tutta, è proprio questo figlio di puttana a mettermi i bastoni fra le ruote. Ho sfogliato gli appunti con diligenza, me li sono ripassati parola per parola, segno per segno, poi ho acceso il computer e mi sono gettato a capofitto nel mio primo tentativo di masterizzazione. Una stronzata, direte voi, tanto rumore per una cosa tanto semplice. Se ci pensate bene, anche scopare è semplice, ma di certo non ricordate l'emozione della prima scopata come una stronzata. Insomma, cercate di capirmi. Tutto è filato liscio fino a quando si sarebbe dovuto aprire il lettore, che invece non si è aperto. Naturalmente ho creduto di aver impastrocchiato, perciò, con calma, mi sono riletto gli appunti e ho ripetuto il percorso. Tutto bene fino al punto in cui il lettore non si era aperto. Anche stavolta rimane chiuso, serrato come una cassaforte, il primo impeto è scassinarlo. Ad alcune tentazioni si può cedere pressoché impunemente, ad altre no. Sospetto che le macchine percepiscano le vibrazioni delle incazzature violente, che abbiano anche paura, perché mentre cerco di andare avanti in qualche modo, digitando avanti e indietro, lui comincia a frignare che manca una cosa o quell'altra, tutti nomi che suonano arabo, mi chiede perfino se sono d'accordo, figuriamoci, di fare questa o quella cosa, di installare, convertire programmi e tutto quello che gli passa per l'hard disk. Si spiega in termini così astrusi che a momenti sospetto che mi stia prendendo per il culo. Verrà mai il giorno in cui gli umani saranno presi per il culo dalle macchine? Questo potrebbe essere un primo tentativo. Chiudo le applicazioni, arresto il sistema e spengo la ciabatta, tanto per fargli capire chi comanda, poi telefono al mago che me lo ha venduto, sperando che faccia un salto a casa mia per fare un prodigio. Mi dice di portarglielo in laboratorio. Ti pareva. Prendo un foglio e mi faccio una mappa della disposizione dei fili, poi li stacco, lo carico in macchina e glielo porto. Dice che gli darà un'occhiata nel pomeriggio, ma chi ci crede. Se va bene, se ne parlerà a fine settimana. Sono passati pochi giorni da quando, proprio su questo stesso diario, mi chiedevo chi avesse sponsorizzato quell'interessante studio americano che scagionava i cellulari da ogni accusa di inquinamento atmosferico e biologico, anzi, li proponeva come stimolo per i riflessi cerebrali e perfino come efficace rimedio contro l'Alzheimer, e nello stesso tempo quasi mi rimproveravo di non saper accettare le buone notizie con l'entusiasmo che meritano, e soprattutto la tendenza di mettermi a cercare le verità nascoste, in genere tutt'altro che entusiasmanti. Think dirty, dicono gli anglosassoni, nel dubbio pensa male e coglierai nel segno. Il fatto è che un tizio si è presentato in televisione con una notizia di certo non sponsorizzata. Non ho capito se si trattasse di un risarcimento, ma certamente di un riconoscimento di invalidità concessogli da un tribunale per gravissime patologie nella zona del trigemino, dovute all'uso prolungato del cellulare. Mai avuto una semplice infiammazione al trigemino? Io sì, e sono cazzi. Chiedo scusa per la mancanza di dettagli nel riferirmi al fatto, ma di rado mi basta la pazienza per vedermi tutto il telegiornale e il più delle volte capto le notizie passando davanti al televisore e i dettagli si perdono. Dunque, dov'è la verità, ma soprattutto, è qualcosa che esiste realmente, sui commodi causa, oppure è un'idea modificabile secondo i costumi del mercato globale? E' possibile che merce di scambio lo sia sempre stata. Certo, su mercati più ristretti. Mala tempora currunt, si diceva nella Roma antica. Che nulla sia cambiato, da allora, eccetto le proporzioni?

lunedì 19 luglio 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Martedì, 2 marzo 2010
Continuo con gli antibiotici, la tosse è quasi sparita, la febbre non c’è più eppure non mi sento tranquillo. C’è qualcosa, localizzabile più o meno nella zona bronchiale, una sorta di attrito connesso alla respirazione. Oggi la sesta compressa. Sono inquieto e forastico come un animale in cattività. Cerco di passare il tempo al computer, quando mi stanco faccio un po’ di zapping, alternato con la lettura di un libro di Urania, capitatomi chissà come tra le mani. In realtà lo sto rileggendo, credo di averlo comprato in offerta speciale una ventina di anni fa. E’ ambientato a Milano, molto avanti nel ventunesimo secolo, in una società in parte ancora umana, ma per lo più popolata da esseri sintetici sempre in cerca di una droga micidiale che li stecchisce. Lettura in automatico, stanca e disinteressata, fregandomene perfino di seguire la trama. Al popolo televisivo, quello che paga ancora il canone, si fa sapere che Fabrizio Corona dà lezioni di Economia all’università di Salerno. Il popolo televisivo non si pone domande, è abituato a tutto, ingoia le notizie e poi, benché non tutti ci riescano, le vomita prima che arrivino ai cervello o ai terminali nervosi. Non c’è rischio di bulimia. Gran parte dell’Italia calcistica è in pena per la Juventus, dopo le ultime vicende torinesi, e Zaccheroni cerca giustificazioni per colpe che non ha. Brutta gatta da pelare. Malgrado piccoli ritocchi, consentiti, ci mancherebbe, a un divo della TV, Enrico Variale non è più lo stesso, ha perso lo smalto, ha il sorriso spento, ogni domenica è peggio. La Juventus si riprenderà, speriamo, o lo vedremo spegnersi come una candela. Mi sono fatto spiegare come si masterizza un CD. Lo so che è roba da adolescenti, forse anche da bambini. Se non mi fossi rotto la schiena per imparare cinque lingue straniere, sarebbe roba da ridere anche per me. Avrei potuto studiarne una di meno, magari il russo. Quando ho cominciato, i russi erano lontani, invisibili, gente di un altro pianeta, si sarebbe potuto organizzare un concorso a premi per chi ne avesse incontrati almeno un paio nel giro di un anno. Conoscere il russo avrebbe potuto essere utile per il commercio, per l'interpretariato, non si sa mai. Questo, prima dell'invasione. Da un giorno all'altro sono cominciate a piovere russe e ucraine, una grandine inarrestabile di bionde dagli occhi azzurri, fisico slanciato, gambe chilometriche e tacchi stratosferici. Figurarsi gli sprovveduti benestanti di provincia, sposati e non sposati, irretiti come topi dai serpenti e ansiosi di lasciarsi divorare insieme ai loro patrimoni. Insomma, tra badanti, bariste, mogli, amanti e puttane, ce ne sono in giro troppe perché chi ha bisogno di un interprete possa venire da me. Non solo per il grado di conoscenza della lingua, di certo non potrei competere con una nativa, ma anche per altri fattori tutt'altro che secondari, la misura del girovita, ad esempio, quella del petto, dei fianchi. Però lo studio del russo mi ha portato in aliscafo sulla Moscova, sulla Piazza Rossa, davanti alla meraviglia di San Basilio, nella fortezza del Kremlino, nelle basiliche rosse di icone al suo interno, nei GUM, i magazzini generali moscoviti, prima della crisi valutaria, quando per un dollaro ti davano centoquaranta rubli e con quaranta facevi pranzo al ristorante. Se proprio volevi strafare, potevi affittare un'auto con autista per cinquanta dollari al mese. Questo accadeva nel 1992, quando fra le commesse dei magazzini generali erano anche donnone di cinquant'anni con indosso un grembiule celeste e i capelli raccolti alla meglio dietro la nuca e ti trattavano come tante mamme. I negozi, disseminati lungo i passaggi sopraelevati fiancheggiati da ringhiere in ferro lavorato, erano simili ai nostri, quelli degli anni cinquanta, con le porte in legno corroso e le mensole di legno sgangherato alle spalle delle commesse. Ma la diversità , quella vera, la notavi solo in un secondo momento ed era l'assoluta mancanza di pubblicità . Un mondo magico, sospeso nell'etere. Ci sono tornato tre anni dopo, anno 1995, per tre settimane di corso intensivo all'Università Lomonosov a conclusione degli studi per il conseguimento di un certificato. Mosca era un'altra città . Le botteghe erano boutiques, le commesse, sciupamaschi in gran tiro, la pubblicità imperversava sugli spazi canonici e su ogni mezzo in movimento, inclusi i treni della sotterranea. Il cambio era ancora conveniente, ma la favola era finita. Il mio rapporto con l'anima russa è stato un rapporto romantico, di grande sentimento. Riesce ancora a commuovermi. Non sono più tanto sicuro che avrei dovuto escludere proprio il russo a favore dell'informatica. Forse lo spagnolo. Rispetto alle altre lingue, per noi italiani è tanto facile che si potrebbe imparare anche a ottant'anni. Però, se non lo avessi studiato, non mi sarei potuto fare una litigata con un cameriere in un ristorante di Siviglia, che ci aveva servito sei scodelle di colla, quando avrebbero dovuto essere di spaghetti. Diceva che in Spagna si usa così, ma siccome gli spaghetti sono più italiani che spagnoli e per quel ne dice il consesso multietnico i mangiaspaghetti titolati siamo noi, non ha avuto scampo. Ci ha servito di nuovo spaghetti con sei minuti di bollitura, cronometro alla mano. I connazionali mi hanno fatto festa, il cameriere si è unito a noi e tutto è finito a tarallucci e vino. Forse anche lo spagnolo ha avuto la sua importanza e io sono uno stronzo che non rispetta le proprie scelte. Se ho scelto di impararle ci sarà stato un motivo e se non c'era si vede che mi piacevano. E mi piacciono ancora. Ora non ho più neanche bisogno di scegliere. Ci vorrà solo un po' di tempo. Dopo tutto, anche l'informatica è linguaggio.

mercoledì 14 luglio 2010

Lunedì, 1° marzo 2010
Alla fine ho dato retta a Oscar Wilde, resistere a tutto tranne alle tentazioni e ieri pomeriggio sono andato a finire il lavoro allo strallo. Accanto a me, dentro una barca molto simile alla mia, si erano accampati una russa, forse, comunque una ragazza dal timbro slavo, e un italiano, che avevano fatto tappa in una rosticceria o un Fast Food e si stavano gustando il contenuto delle loro vaschette di plastica. Cordiali e simpatici. Mi hanno chiesto se volevo favorire, ma ho declinato. Con timballo e crostata nello stomaco, sarebbe stata profanazione. Si sono anche preoccupati quando mi hanno sentito smoccolare per via di una vite sfuggitami di mano e finita nella sabbia, ma l’ho trovata subito e si sono tranquillizzati. Finito di mangiare, hanno raccolto con diligenza i loro RSU, mi hanno salutato e se ne sono andati sorridendo. Sono stati una compagnia gradevole, anche se abbiamo parlato quasi niente, ma potrebbe esserlo stata proprio per questo, oppure perché sorridevano. Appena finito, mi sono precipitato a casa sperando di non dover passare il resto della giornata nell’afflizione e nel pentimento e nella morsa punitiva di una dannata tosse scassacostole. Passando davanti alla TV ho sbirciato la Marcuzzi tutta in allegria, con gli incisivi che la precedevano di un centimetro, che si affannava ad invitare la sua audience a non perdersi la serata di Grande Fratello, importantissima insieme a quella di domani, che sarà la finale. Non so se ho capito bene. E’ di grande aiuto, la Marcuzzi, ogni volta che la vedi ti preoccupi delle tue funzioni intestinali. Siccome la vedi spesso, sei sicuro di non trascurare una delle mansioni imprescindibili per la salute, in generale, ma soprattutto per l’umore, il peso, la linea, il giro della cintura, che se tira sono cazzi, perché ne soffre la digestione, la circolazione il generale benessere. Le si dovrebbe erigere, non dico un monumento, ma sì, magari un busto piccolino in una piazzetta secondaria, oppure ai giardini pubblici, per meriti di carattere umanitario. Molta gente, tuttavia, vorrebbe rivolgere una preghiera alla Marcuzzi, di cambiare cioè l’orario in cui ci si presenta con tutte quelle donne aggredite dalla stipsi così gonfie e sofferenti. Anche se vuole farci credere che sono piene d’aria, gonfiando, sgonfiando o facendo scoppiare palloncini, non siamo tanto sprovveduti e sappiamo di cosa sono piene e sappiamo anche che se quella roba non viene espulsa a tempo debito e la si lascia accumulare nei posti che sappiamo, emana un fetore infernale. Pensieri di questo genere non sono l’ideale mentre ci si infila in bocca una forchettata di tagliatelle o un paio di tortellini ripieni. Poi, guardando il telegiornale, mi ha fatto piacere sentire studenti e genitori intervistati per strada che si dichiaravano favorevoli al cinque in condotta. Di fronte allo spavento sofferto dalla stampa per il numero dei cinque piovuti nel primo quadrimestre appena chiuso, di fronte a filosofi e poeti che remano contro, denunciando difetti senza proporre soluzioni, l’atteggiamento dei ragazzi mi ha commosso. Anche quello dei genitori. E’ probabile che si sentissero perduti, che aggredissero insegnanti e presidi proprio perché gli si permetteva di farlo e in realtà non avrebbero voluto. Anche i cavalli danno i numeri se si obbliga il vetturino a salire a cassetta senza redini. Al contrario di quelli geologici, i terremoti nelle istituzioni possono anche essere auspicabili e spazzare vani e artificiosi castelli di carta eretti da individui dei quali solo la boria supera l’incompetenza. Chi vivrà, vedrà. Basta parlare di scuola, sono stufo, ma mi ci tirano per i capelli. A proposito di terremoti, che cazzo succede? Non mi sorprenderebbe che la bistrattata terra avesse deciso di presentare il conto, a suo modo, per i danni morali e materiali relativi agli ultimi cinquanta o sessant’anni. E’ anche ipotizzabile che dopo tutti gli scossoni dovuti alle bombe atomiche, le esplosioni continue nelle miniere, le rimozioni di minerali dal sottosuolo, l’estrazione, sempre dal sottosuolo, di milioni di tonnellate di gas e di petrolio, abbia dovuto ricompattarsi con qualche scrollatina. Se è vero, però, che anche le cose hanno un’anima, come molti sostengono, adducendo, fra molti altri, l’esempio delle piante che crescono belle e rigogliose se si lascia che ascoltino della buona musica, allora la terra potrebbe anche essere in preda a una nevrosi che la induce a inviare muti messaggi di protesta nell’unico modo che conosce. Sperando, a furia di tsunami e terremoti epocali, di farsi capire. Naturalmente tutti sono invitati a riflettere, perché la protesta è globale e non limitata ai paesi colpiti. Una fratellanza latente, che non unisce solo gli individui nel momento della disgrazia, ma di recente pare essersi anch’essa globalizzata ed estesa ai popoli, obbliga tutti i governi a condividere la sciagura, non solo con una nota di cordoglio, ma aprendo le casse e fornendo aiuti. Di conseguenza, le proteste di madre terra hanno una audience sempre più attenta e interessata, ciascuna nazione per i costi che le competono. Capisco che a valutare le disgrazie con riferimenti al volgare denaro si possa venire tacciati di ignominiosa insensibilità, ma si tratta di un ragionamento tutt’altro che surrettizio. Pare che la Florida abbia di recente sospeso l’accoglienza di profughi dalle zone disastrate e inviato a Barrack Obama un messaggio forte e chiaro, riducibile a una sintesi di due parole. Chi paga?