domenica 12 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 24 marzo 2010
Alle dodici ho recuperato la macchina, come da programma, alle due ci ho caricato sopra l’albero e la vela provvisoria arrotolata al pennone, con due segnali rossi a ciascuna estremità, in realtà due rulli di plastica sgonfi facenti funzioni, e anche un po’ di fifa perché il pennone di oltre cinque metri sporgeva drammaticamente sul davanti e sul retro dell’auto, cosa che di solito la polizia disapprova e si premura di sconsigliare per iscritto, in lettere e in cifre. Per fortuna, anche i poliziotti fanno pranzo. Ho raggiunto la barca, incastrata fra le altre in una sorta di disordinato rimessaggio e fin qui tutto bene. Per provare la vela sull’albero e prendere le misure prima di tagliare avrei avuto bisogno di calma piatta o, meglio ancora, di un venticello del Sud. Invece mi è arrivato da Nord, proprio sulla poppa, a spingere la vela dalla parte opposta. Spostare la barca sarebbe stato impossibile, il lavoro scomodo e troppo approssimativo, me ne sono tornato a casa. La TV è sovraccarica di propaganda elettorale, un’aggiunta agli spot pubblicitari, alcuni leader non ripetono che slogan, senza un vero significato, proprio come negli spot. Uno dei pochi pregi della TV è la facoltà di cambiare canale. O di spegnere il televisore. Zac!

Giovedì ho tralasciato di scrivere perché sono stato impegnato con la vela. E’ arrivato l’agognato venticello del Sud e mi sono proiettato in spiaggia. La prima volta per prendere le misure. Malgrado il vento fosse quello giusto, non era per niente facile essere preciso senza qualcuno che mi reggesse la vela. Naturalmente le ho prese lo stesso, tanto rischiavo solo un telone da dieci euro. A casa ho disteso il telone sullo scivolo e ho tagliato in base ai segni che ci avevo fatto con il pennarello rosso. Mi sono aiutato con un nastro adesivo, incollandolo lungo i bordi per evitare casini mentre tagliavo. Ne è risultata una vela decente, solo, mi pareva un po’ piccola. Nel pomeriggio sono tornato per la prova. L’ho legata di nuovo al pennone e finalmente l’ho issata. Quasi mi viene un colpo, perché invece della vela che mi aspettavo ho visto un mostro fluttuare nell’aria. Tanta era l’ansia di vedere com’era riuscita, che avevo issato il pennone a rovescio. Un pescatore, vicino a me, mi ha chiesto se stavo tirando su uno spi. Cazzo, se aveva ragione. Ho rovesciato il pennone e ci ho riprovato. Niente male, e non era neanche piccola. Lavoro finito, pronti per la prova in mare. Manca solo un occhiello sull’angolo di poppa per passarci la scotta. Ci penserà la mia parente merciaia. Dopo pranzo mi sono seduto vicino a mia moglie davanti alla televisione. Davano uno di quei polpettoni che vengono trasmessi da una generazione all’altra senza soluzione di continuità, dove i ruoli dei protagonisti vengono poco a poco modificati per intollerabili limiti di età degli attori, che cominciano come amatori e finiscono per fare i nonni. Ci sono delle eccezioni, con interpreti che hanno l’aria di rospi, senza neanche una futura chance di trasformarsi in principi, ai quali viene affidato il ruolo di amatori irresistibili. Cazzo, un minimo di rispetto per l’audience. In proposito, hanno dovuto ricredersi anche nel mondo del melodramma. E’ vero che si andava all’opera per ascoltare performance vocali di grandi tenori, soprano, baritoni e bassi, ma c’era anche una trama, e raramente i personaggi avevano le phisique du rôle. Era necessario sottostare alla violenza di accostamenti innaturali per poter credere al dramma di una Butterfly di cinquant’anni, larga come una botte e con il doppio mento, o al folleggiare di una Violetta, alla passionalità di una Carmen che entravano in scena vecchie e con tratti pachidermici, a un’Aida campionessa di wrestling, a un Rodolfo che, nella Bohéme, se fa pranzo non fa cena e a volte non fa né l’uno né l’altra, che si presenta sul palcoscenico gonfio come una mongolfiera e prende in mano una gelida manina dalle dita simili a salsicce. Voci di usignoli che uscivano dall’ugola di cornacchie, con tutto il rispetto, ma nessuno sembrava farci caso. Ultimamente, però, ho visto un paio di trasmissioni decenti alla TV, dove si esibivano cantanti lirici, più o meno giovani. Nessuno avrebbe sfigurato nei ruoli di Carmen, di Violetta, di Rodolfo, di Aida o della Butterfly, e si sarebbero accordati mirabilmente ai testi che i librettisti avevano scritto pensando a tipi come loro. Lo sappiamo tutti che è una finzione, ma se agli artisti non manca le phisique du rôle possiamo almeno fingere che sia vero, immedesimarci nella vicenda e goderci il pathos. Il termine originario di un tale atteggiamento autoingannevole del lettore, in questo caso dello spettatore, è inglese. Si chiama suspension of disbelief (sospensione dell’incredulità, più o meno) e non è niente di nuovo, come concetto letterario risale agli inizi del secolo scorso. Un tempo era riservato a pochi addetti ai lavori, ma dopo una sorta di revival nel film Basic Instinct, ora è di certo un concetto universale.

mercoledì 1 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Martedì, 23 marzo, 2010. Il carrozziere non ha trovato il pezzo dalla concessionaria (e ti pareva!), ha dovuto ordinarlo. Se riuscirà ad averlo stasera, la macchina sarà pronta per domani a mezzogiorno. Non so se devo credergli. Anche oggi, quando ha risposto al telefono, ha farfugliato un pochino. Con una sola macchina, non siamo al culmine dell’efficienza, ma non è il caso di disperare. Certo, se di simili inconvenienti se ne accumulano quattro o cinque, come ci è capitato fra ieri e oggi, e sarebbe superfluo elencarli, tanto non c’è pericolo che me ne dimentichi, allora è tutt’altra cosa e si potrebbe anche sprofondare in un baratro filosofico con la pretesa di affrontare l’argomento della felicità e capire se quando sei incazzato sei infelice e se essere felice vuol dire solo che non sei incazzato. Capisco che si tratta di un modo riduttivo di affrontare l’argomento, che peraltro è stato sviscerato da cervelli molto più illuminati, ma che alla fine sono giunti a conclusioni poco illuminanti. Omnis instabilis et incerta felicitas est (la felicità è sempre instabile e incerta), diceva Seneca, per esempio, che però ha anche affermato In virtute felicitas posita est. Quanto alla prima, è un po’ nebbiosa e lascia il tempo che trova, quanto alla seconda, va chiarito il senso della virtù. Se ai tempi di Seneca il primo anelito dello spirito era conquistare la virtù oggi non si può dire lo stesso. La virtù è stata rimpiazzata con l’auto di grossa cilindrata, la villa al mare o la nave da diporto di ventiquattro metri. Dunque, mutatis mutandis, bisognerebbe dire che sono queste ultime a dare la felicità. Invece non si può, o si entrerebbe in collisione con il paradosso di Easterlin. Approfondendo uno studio sul rapporto fra la ricchezza e la felicità di un individuo, ha riscontrato che oltre un certo limite esso è inversamente proporzionale, il che vuol dire che se troppo cresce la ricchezza, cala la felicità. Se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri in Paradiso, vuol dire che i ricchi sono malvagi, e se è vero, come dice Giovenale, che nessun malvagio è felice, di nuovo ci scontriamo, e stavolta anche peggio, con l’idea che i rimpiazzi dell’antica virtù portino con sé la felicità. Un baratro è sempre pericoloso, anche se filosofico, meglio non lasciarsi precipitare. Concludo dunque, arbitrariamente e senza citazioni, che evitare le incazzature è già un primo passo verso la felicità. Il fatto è che le incazzature mica te le vai a cercare, te le recapitano a domicilio con la posta, per telefono, perfino con le mail, ci sbatti il muso per la strada, nei negozi, ancor più nei supermercati, ti scoppiano dentro casa. Nessun governo si è mai occupato delle incazzature, perciò inutile cercare la salvezza dietro l’usbergo di leggi al riguardo che mai vengono promulgate. Per salvare il bilancio della Sanità se la sono presa con i fumatori, li hanno criminalizzati, hanno fatto girare voce che si tratti di comuni drogati, se la sono presa con gli obesi, poveracci, che già sono pieni di guai per conto loro, e ormai siamo a un passo dal criminalizzare i vecchi, una sorta di parassiti che beneficiano dell’assistenza sanitaria a sbafo. Invece le incazzature, quelle che fanno salire la pressione a livelli esplosivi e distribuiscono a piene mani ictus, infarti e invalidità permanenti, continuano ad essere ignorate senza speranza. Ma forse è meglio così. Il Parlamento, come al solito, affronterebbe il problema da un’ottica fasulla, come ha fatto per gli obesi e i fumatori. Non se la sono presa con chi mette il cibo spazzatura in commercio, ma con chi lo consuma, per ovvi motivi non hanno vietato la vendita di tabacco, preferendo criminalizzare chi lo fuma. Inutile chiedersi cosa scaturirebbe da un’eventuale presa di posizione del legislatore riguardo alle incazzature. Non se la prenderebbe con chi ti fa incazzare, ma con chi si incazza, facendo salire il numero degli infarti e degli ictus a livelli inimmaginabili. Sarà meglio continuare a provvedere da soli con i consueti fanculo, merda, magari cercando di perfezionare tono e volume, forse anche il numero in successione e curando gli intervalli, in modo che l’effetto ansiolitico si produca con maggiore efficacia. Per gente meno scurrile, esistono anche delle varianti. Potrebbero gridare Jeronimo!, con quanto fiato hanno in gola, e mettersi a spaccare tante cose inutili di cui avrebbero dovuto disfarsi da tempo, oppure cominciare a ballare al grido di Akuna matata!, come insegnava allo sventurato Simba il simpatico maialino, o forse era un cinghialino, in in The Lion King.

lunedì 30 agosto 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Lunedì, 22 marzo 2010. Piove. A volte il cervello funziona come un computer, pronunciare o scrivere una parola è come premere un tasto e aprire una finestra. A me succede, per esempio, con piove. Nella schermata compare una poesia. Non ricordo quando l’ho studiata, ma certamente andavo in giro con i pantaloncini corti, anche d’inverno, e mi cavavo ancora i denti da latte con il filo da cucito. Un paio di volte anche a scuola. In quelle due occasioni frequentavo la scuola media ed è facile risalire all’età, anno più, anno meno. Nella schermata appare una poesia, chissà come si chiamava il poeta, ma cominciava proprio con Piove, e non ne ricordo che pochi versi. Piove, e laggiù sulla via/si sente l’intima malinconia/di quella pioggia che cade./ Piove da un’ora soltanto,/ ma il bimbo pensa/che già piova da tanto,/da tanto, sopra la grande città. In un altro punto dice che lo scroscio si sente giungere dalle vetrate/che versan lacrime lente/come fanciulle imbronciate. Non ricordo la datazione, ma è molto vecchia e certo si riferiva a un’altra pioggia. Difficile credere che quella di oggi possa risvegliare, cadendo, un’intima malinconia. Sarà perché è piena di acidi, forse anche un po’ di radiazioni, e la prima cosa che ti viene in mente è di cambiare l’acqua al cane, se tieni la ciotola all’aperto, o ti muore avvelenato. Di sicuro il disboscamento e l’edilizia abusiva erano in uno stadio primordiale e quando pioveva non crollavano intere colline, seppellendo case e cristiani. Poi c’è da chiarire la faccenda del bimbo. Quanti anni poteva avere? Per provare un’intima malinconia doveva averne almeno dieci o dodici. E oggi, si è ancora bimbi a quell’età? Meglio scendere a sei anni, sette al massimo, perché a dodici si è già contaminati. Non bisogna dimenticare che intorno a loro si agita uno stronzo mondo di adulti e che crescono all’ombra di giocattoli supertecnologici, delle play station, dei cellulari multifunzione e non so di che altro ancora. E’ anche probabile che di questi tempi un’intima malinconia possa venire scambiata per una psicosi e destare gravi inquietudini. Conclusione? Non era solo la pioggia ad essere diversa. Divagazioni. Riflessioni. Raro che siano incoraggianti. Comunque, poco male se oggi piove. Alle dieci e mezzo ho appuntamento dal dentista, orario disgraziato che manda la mattinata a puttane. Poi dovrò anche occuparmi dello specchietto retrovisore della macchina. E’ proprio quella che di solito usa mia moglie. La preferisce per via della retromarcia meno impegnativa. Decido di andarci quando apre, di coglierlo di sorpresa e di convincerlo a metterci le mani subito. Mia moglie però vorrebbe essere più sicura, accertarsi di non fare un viaggio a vuoto avvertendolo con una telefonata. La accontento e prendo appuntamento con il carrozziere per le due del pomeriggio. Cioè, lui apre alle due e mezzo, ma io posso lasciargli la macchina alle due, davanti alla carrozzeria. Le chiavi nella cassetta della posta. Dal tono mi è sembrato di capire che ha intenzione di farla subito. Poi ascolteremo il verdetto, ma so per certo che sarà salato. Fanculo i soldi. Speriamo almeno che la faccia davvero per stasera. Con una sola macchina facciamo fatica a muoverci. E’ incredibile che ci sia stato un tempo in cui in famiglia ci si spostava su un paio di biciclette, una da uomo e una da donna, o anche su una sola, da donna, perché andava bene per tutti, e che era già fortunato chi poteva permettersi uno di quei motorini da applicare alla bici e viaggiare rilassato a una ventina di chilometri l’ora, e non è difficile collegare il tutto ad altri cambiamenti del genere e al fatto che oggi i fottuti soldi non bastano mai. Il modello consumistico non fa sconti. Se non lavori, non mangi, ma se non consumi, non lavori. Un caso raro, in cui due più due fa quattro. Oggi sono andato a farmi otturare un dente. Aveva una carie nascosta, ma non c’è voluto molto. Anzi, il tempo avanzato è servito a farmi estrarre anche un dente del giudizio che dondolava come una campana e stava lì da un paio d’anni a vivere da parassita. Verso le quattro è finito l’effetto dell’anestesia ed è stato il momento della verità. Me la sono cavata applicando alla guancia un pacco di surgelati che ho tirato fuori dal freezer. Più tardi sono perfino riuscito a mangiare qualcosa. Una torta, per la verità, niente da masticare. Alle sei ho richiamato l’amico carrozziere. Della mia telefonata non ricordava un cazzo, è andato subito a vedere la macchina ed è tornato come un fulmine per dirmi che non c’era niente da fare. Tranne spendere un capitale per sostituire tutto il blocco dello specchietto. Mia moglie ha assistito alla telefonata senza fare commenti. Era solo incazzata. Mai fidarsi dei programmi, comincia a impararlo anche lei. Speriamo di potercela riprendere per domani sera. La prova del pennone e della vela è rimandata a posdomani. E’ piovuto tutto il giorno, per fortuna senza scrosci, comunque domattina si va a sgottare.

domenica 29 agosto 2010

Domenica, 21 marzo 2010
La domenica dovrebbe portare con sé il riposo, soprattutto quello del cervello, delle coronarie, insomma, di tutto quel sistema che durante la settimana ci logora i nervi, responsabile di uno stress che giorno dopo giorno si fa più aggressivo e pericoloso e pare abbia deciso di ammazzarci tutti. Invece la prima incazzatura è arrivata a colazione, quando per disgrazia ho acceso il televisore. Si parlava del famigerato Omar, di solito accoppiato ad Erika per aver commesso a sangue freddo due omicidi agghiaccianti, della soddisfazione generale nel vederlo di nuovo in libertà dopo aver scontato nove anni, e neanche tutti in carcere, invece dei quattordici che gli erano stato comminati, del fatto che era cambiato, che aveva portato a termine i suoi studi e che aveva deciso di ricominciare daccapo. A diciassette anni, solo un anno prima della maggiore età, questo bravo ragazzo, in compagnia di un’altra assassina come e forse anche peggio di lui, aveva accoltellato e ucciso a sangue freddo una povera donna la cui sola colpa era stata di aver partorito una criminale. Il numero esorbitante delle coltellate, all’incirca una settantina, testimoniava con quanta ferocia si erano accaniti sulla poveretta. Il fratellino di lei si stava preparando per il bagno, era stato attirato dal rumore e aveva assistito allo scempio. Erika e Omar, li ho sentiti sempre chiamare con i rispettivi nomi di battesimo, quasi con simpatia e familiarità, come fossero i protagonisti di un reality in prima serata, non hanno avuto tentennamenti. Prima hanno cercato di affogarlo, senza riuscirci, poi gli hanno rifilato cinquantasette coltellate, cinquantasette. Poi, freddamente, hanno accusato gli albanesi, scatenando un putiferio di indagini e di ricerche, che però hanno portato al loro arresto. Non so voi, ma il solo riepilogo della vicenda mi fa venire il mal di stomaco, intendiamoci, non è il solito modo di dire, mi viene realmente da vomitare. Adesso quei due rifiuti si sono fatti persone per bene, hanno studiato, imparato, e ricominceranno daccapo, meritano una seconda occasione. Tutti meritano una seconda occasione, tranne la madre di Erika e il fratellino di quattro anni, ammazzati come bestie, ma che dico, nessuno ammazzerebbe una bestia con settanta coltellate. Senza contare il coro di indignazione degli animalisti che si leverebbe al cielo fino agli strati più alti dell’atmosfera e oltre il buco dell’ozono. Oggi chi muore ammazzato entra nelle statistiche, il suo nome viene semplicemente cancellato dalle liste dei vivi e la vita continua. Sarà per effetto dei videogames, dove si impara ad ammazzare figure umane premendo un tasto. Solo gli avvoltoi televisivi le tengono in considerazione, le vittime, secondo una particolare classifica di gradimento, le riesumano come protagoniste di gialli, sbattono sullo schermo testimoni ed esperti, elencano prove e controprove, ripercorrono l’itinerario delle indagini, fanno di una audience un popolo di detective. Giallo, è la parola ricorrente per riferirsi a un omicidio non ancora risolto. Non badano al fatto che il giallo appartiene alla fiction, all’immaginazione, mentre gli omicidi sono reali, la gente viene ammazzata sul serio e va a finire sotto terra. Tutto quello che esce dal piccolo schermo è spettacolo, mira all’audience, morti veri e morti finti si accavallano, si confondono gli uni con gli altri, obnubilano la mente dello spettatore e gli impediscono di distinguere tra i morti che risuscitano nella prossima fiction e quelli che vengono messi a decomporsi in una bara. Credo che sia già tardi per arrestare la confusione che dilaga sovrana, ma vorrei rivolgere un pensiero alle due vittime di questa vicenda, completamente dimenticate, e citare alcuni versi del Foscolo per la morte del fratellino, che potrebbero anche riferirsi al fratellino di Erika, assassinato a quattro anni e da dieci ormai nella fossa. Non vanno letti di fretta, va soppesata ogni parola. Sei ne la terra fredda/sei ne la terra negra/né il sol più ti rallegra/né ti risveglia amor. Se sono scivolato nel tono didattico, devo essermi incazzato sul serio. Il buonismo e la TV sono le più grandi catastrofi abbattutesi sul genere umano, dopo il diluvio universale e prima dell’Apocalisse, e siamo costretti a conviverci come niente fosse. Anche oggi, nessun lavoro alla vela. Si è rotto lo specchietto della macchina, quella con il portabagagli, e non ho potuto portare il pennone sulla spiaggia. Fine della narrazione.

venerdì 27 agosto 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Venerdì, 19 marzo 2010
Alla scuola media, quando ero impegnato in certi esercizi di matematica, non vedevo l’ora di poter scrivere la sigla cv.d., con tutto il sollievo che ne derivava. Come volevasi dimostrare, punto e fine dell’esercizio. Il c.v.d. di oggi riguarda l’aggettivo famous che precede last words. Perché le ultime parole restano famose? Perché esprimono promesse mai mantenute. Come volevasi dimostrare, infatti, stamattina sono stato impegnato con mia moglie e della barca mi sono perfino dimenticato. Ho cercato di recuperare nel pomeriggio, ricurvo a novanta gradi sotto il basso terrazzo sul giardino, dove sono accatastati residui di tanti anni di vela spartana, remi spaiati, mezzi timoni, cime, pennoni, vecchi alberi di legno e alluminio, vecchie vele e fiocchi, paioli disastrati e quant’altro di vecchio si possa immaginare. Ho sfilato un pennone dal mucchio, quattro metri e trenta, e l’ho misurato con il lato più lungo del telone. Sapevo già che era di cinque metri, perciò avrei dovuto tagliarne una buona parte. Ho ripiegato il telone in basso e sulla diagonale, secondo le misure, e grossomodo è venuta fuori la vela, cioè un’idea della vela. Tutto sommato, poteva anche andare, avrebbe preso vento a sufficienza. Però sarebbe stato come andare in bicicletta, mentre, impiegandola per tutta l’altezza, mi sarei avvicinato a una moto. Cambiare il pennone, ce ne vuole uno una sessantina di centimetri più lungo. Di nuovo piegato come una squadra sotto il terrazzo, individuo un lungo tubo di metallo che a suo tempo avevo già usato come pennone, molto impropriamente, devo aggiungere, perché non aveva resistito allo sforzo e si era curvato. L’ho raddrizzato, l’ho misurato con il lato del telone e vanno d’accordo come culo e camicia. Per un paio di prove andrà bene. Poi mi sono accorto che gli occhielli sul lato del telone erano troppo distanti. Tentazione immediata di rimandare a domani. Per una strana forza d’inerzia accartoccio invece il telone in macchina e lo porto a una parente che ha un negozio di lingerie, dove vendono pure ago e filo, nastri e articoli del genere e hanno pure una macchinetta per gli occhielli. Ci trovo una ragazza che mi aiuta con fatica a districare il telone e a trovare il lato giusto. Mi aspettavo che mi mandasse a quel paese, invece mi dice di ripassare in serata. Per oggi, non c’è altro che possa fare. Se ne riparla domani. Prima di risalire in macchina, ho incontrato due ragazzi. Ho insegnato a entrambi, erano nella stessa classe e ora sono negli stessi guai. Si sono sposati. Mi hanno parlato dell’Etiopia, in particolare di Lalibela, una città santa che gli etiopi hanno costruito sulle montagne. Non adesso, naturalmente, anche molto prima che gli italiani andassero a rompere i coglioni a quella gente, che combatteva con le lance contro fucili e mitragliatrici. Per ogni nostro soldato che cadeva, loro ne perdevano dieci. Malgrado ciò, non si sono mai arresi. Sarò un codardo ignorante, ma non mi sono mai sognato di andare in Africa, un po’ per paura dei terroristi islamici, un po’ per non fare la fine di Coppi, che dopo tanta gloria è morto per la puntura di un insetto, e un po’ anche sconsigliato da Hemingway, quando scriveva che andava a caccia con le zanzare che gli ronzavano fin dentro le mutande. Lo so che mi perdo un mondo fantastico, ma ognuno ha il diritto di vivere come e dove gli pare. Quei due ragazzi erano tanto entusiasti di raccontare, che sono riuscito a dimenticare il mio Mal d’Africa a rovescio e sono rimasto ad ascoltarli. Mi ha colpito il fatto che Lalibea sia stata una delle prime roccaforti del Cristianesimo, dico, parliamo del tredicesimo secolo, e non so quanta gente l’abbia mai sentita nominare. Le chiese non sono state costruite elevandole dal suolo verso il cielo. Al contrario, sono state scolpite nel tufo a partire dal tetto. Una volta terminato l’esterno, una sorta di immensa scultura architettonica, è stato scavato l’interno. Insomma, ogni chiesa è un monolite. Malgrado i cristiani del luogo siano copti, i due giovani sposi hanno voluto assistere a una messa. All’ingresso hanno ricevuto un bastone. L’hanno preso, chiedendosi cosa avessero dovuto farne, poi si sono accorti che tutti i fedeli ne avevano uno. Il perché del bastone lo hanno capito tre ore dopo, quando la messa non era ancora finita e da un pezzo avevano notato che non c’erano panche né sedie. Li ho salutati con una gran voglia di farci un salto, a Lalibea. Malauguratamente si trova in Etiopia e l’Etiopia sta in Africa e in Africa ci sono le zanzare che ti ronzano nelle mutande e arrivano a pizzicarti le palle.

Diario di un qualsiasi nessuno

Giovedì, 18 marzo 2010. Ci siamo. Alle quattro del pomeriggio ecografia al poliambulatorio e forse finirà l’itinerario del male. Male da virus, naturalmente. Quello da cui non riesco a guarire e non so quando ci riuscirò è l’ansia da computer. Sto facendo qualche piccolo progresso, ma avrei bisogno di un buon manuale, magari di quello per imbranati, ce n’è uno che si chiama così, ma non riesco a trovarlo. Ne ho trovato qualcuno, ma erano per Windows Vista o per Windows 7, di quelli per il mio Windows xp si sono perse le tracce. Per fortuna ho imparato a far funzionare un programma musicale che attenua pericolosi impulsi, dei quali il più ricorrente è quello di consumare una sporca vendetta contro questo scatolone sussiegoso, pieno di fili e congegni elettronici, e sbatterlo contro il muro. In questo momento sto ascoltando i gorgheggi di un’ottima tromba, che si cimenta in brani classici e d’opera e mi libera la mente da input autolesionistici. Ho sistemato la documentazione per avere il permesso d’ingresso al porto, marca da bollo € 14,62, non manca molto che dovremo applicarcela anche dietro il culo ad ogni evacuazione, sono andato in banca a fare provvista per il solito salasso annuale di socio della LNI e utente del pontile di attracco, è arrivato il tecnico della TV e mi ha fatto un preventivo di duecentocinquanta euro per riparare l’antenna, senza neppure sapermi dire se dopo la riparazione il Canale 5 smetterà di trasmettere tanti di fiocchi di neve, ho controllato nel portafoglio che ci sia il denaro per pagare il ticket per l’ecografia, ho comprato il tabacco, le cartine, filtri e bocchini, mi sento nei panni di…come si chiama?, quel comico che fa uno spot con la Incontrada e pare voglia imitare Briatore gettando via bigliettoni come carta straccia. A proposito, carina, Vanessa!, ma questo è un altro discorso. Come al solito, all’ASL non è andata liscia. Sono entrato alle tre e mezzo, l’appuntamento era per le quattro, e ho preso il mio numero di prenotazione. Numero sette. Sul display c’era il numero uno. Un solo impiegato allo sportello. Dopo mezz’ora, il numero tre. Quando il giro delle palle si è fatto vorticoso, mi sono avvicinato e ho chiesto di poter pagare il ticket dopo la visita, se no facevo tardi. Il giovanotto deve essersi sentito in colpa, perché ha subito acconsentito. Poi non ci sono più stati inghippi. Poco ci manca che il radiologo mi chieda che cazzo ci sono andato a fare. Per quanto cercasse, non gli riusciva di rintracciare linfonodi sospetti, tanto che alla fine li ha cercati perfino con le dita. Non ce n’erano. Quando sono andato a pagare il ticket, si era formata una lunga fila e allo sportello, sempre l’unico funzionante, operava lo stesso impiegato. Figurarsi se potevo aver voglia di riprendere il numero e aspettare il mio turno. Sono andato direttamente allo sportello, fornendo sommarie spiegazioni ai più vicini e ignorando gli accidenti dei più lontani e ho chiuso la pratica. Domani mattina vado dalla doc sperando di aver dato abbastanza, in fatto di malattie, almeno per tutto il 2010. Tocchiamo ferro, siamo italiani. Gli inglesi, invece, toccano legno. Se ne imparano di cose, girando per il mondo. Mi sono tanto disabituato all’attività fisica, in questo lungo periodo di inerzia, che muscoli, nervi, tendini e tutto quanto delegato al movimento delle braccia, delle gambe e di tutto il resto del corpo sembrano essersi scollegati dal cervello. Domani mattina alzati presto, dice il cervello, prima che si levi il vento, porta la barca a terra e gratta via quel mezzo quintale di vegetazione tutt’altro che lussureggiante sotto la carena. Me lo ha detto anche ieri sera, ma stamattina mi sono alzato alle nove e avevo ancora sonno. Poi mi dice che è tempo di provare la vela latina, che per poterla provare bisogna prima tagliarla e che è meglio andare a farlo sul posto, prendendo le misure direttamente dalla barca. Anche questo mi ha detto ieri sera, ma a dargli retta non ci pensavo nemmeno, trovavo perfino insopportabile il peso del mio corpo. Forse sto esagerando ma la verità è che non riesco più a muovere il culo. Può darsi che sia stato in apprensione per questa benedetta ecografia, con i linfonodi non si scherza, quando ci sono, ed è anche possibile che fino alle quattro di oggi abbia avuto il latte alle ginocchia. Visto che adesso è quasi ora di cena, che i linfonodi non ci sono e la tensione, se c’è stata, appartiene al passato, non ho più scuse. Domani taglio la vela latina. Sul posto. E non mi si dica che si tratta delle solite famous last words.

mercoledì 25 agosto 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Lunedì, 16 marzo 2010. Stanotte mi sono sognato Di Pietro a capo di un manipolo di Valoristi, meglio evitare desinenze compromettenti e cambiare con Valorosi, che imponeva a Bossi e Berlusconi di scolarsi un boccione di purga a testa. Memore della vicenda di Enrico IV che rinunciava a sconvenienti deviazioni religiose in cambio del trono di Francia con la storica frase Parigi val bene una messa! , Bossi affrontava il martirio gridando, con un riferimento che non calzava proprio alla perfezione, La Padania val bene una purga! Gridava come poteva, poveraccio, da quando l’ha colpito il coccolone non è più capace di grandi prestazioni vocali. Berlusconi, da parte sua, spinto a tracannare senza riprendere fiato, provava ogni tanto a togliersi di bocca il collo del bottiglione, ma non faceva in tempo a dire Mi consenta! che glielo ficcavano di nuovo fra i denti. Non si fanno le leggi ad personam!, gli sbraitava contro Di Pietro, e tu lo hai fatto: Confessa! Anche volendo, il Berlusca non poteva proprio accontentarlo, con il collo del boccione che gli arrivava in gola. Confessa! continuava a ripetere Di Pietro, talmente fuori di sé da non rendersi conto che il poveraccio rischiava di morire soffocato e non sarebbe riuscito a pronunciare una sola sillaba. Ma Di Pietro è un giudice, si è studiato le procedure di tutti i tribunali, presenti e passati, e conosce l’importanza di una confessione. Forse aveva bisogno di una confessione per poter esercitare un atto di clemenza. Perfino i tribunali della Santa Inquisizione accordavano clemenza agli eretici che si confessavano colpevoli e si pentivano di aver osato criticare l’Istituzione ecclesiastica. Infatti i non pentiti venivano bruciati vivi. Ai rei confessi, invece, prima di essere gettati sul rogo veniva mozzata la testa. Si dice che i sogni sono determinati da fatti accaduti il giorno avanti o da preoccupazioni per il giorno dopo e, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare che cosa possa essermi capitato ieri per farmi sognare anche la Gelmini. In costume da befana, volava da una casa all’altra e invece di cenere e carbone metteva nelle calze dei cattivi tanti cinque in condotta. Un gruppetto di presidi buonisti la seguiva di nascosto, per entrare anche loro nelle case e sostituire i cinque con biglietti per viaggi organizzati di penitenti a Medjugorje. Redenzione, invece di Delitto e castigo. Saranno le vicende politiche di questi giorni, sarà il gran casino che riescono a tirarci fuori i media, ma ho una gran paura che senza un sostegno neuropsicopoliticoimmunologico (se no a che serve leggere riviste nella sala d’attesa del dentista?) presto ci si incasineranno anche i sogni. Sarebbe un grosso guaio perché il sonno non sarebbe più, per dirla con Macbeth, il balsamo della quotidiana fatica, ma aggiungerebbe stress notturno a stress quotidiano. Per fortuna a far da contrappeso c’è la barca a vela. Basta solo il pensiero. Nel pomeriggio ho approfittato del sole e della temperatura decente per concludere i lavori indispensabili alla prima prova. Ancora un po’ di pazienza. Il diciotto e l’ecografia sono a un tiro di schioppo e il referto renderà ufficiale il fatto che quei due linfonodi non hanno intenzione di rompere i coglioni. Proprio come sostiene il sottoscritto, che presso la doc gode di credito zero. Devo ancora ritagliare dal telone la vela di prova, ma è questione di poco. Presto saprò se funziona. Oggi ho visto il mio amico pittore. Non è facile incontrarlo, vista la sua esistenza itinerante fra Francia, Germania, Svezia e Italia. Avrei voluto prendere accordi per provare insieme la barca, ma ero in macchina con mia moglie e avevamo da fare. Aveva in testa un cappellaccio calcato sulla fronte e una barba che gli arrivava alla cintola. Un vero artista. Mi piacciono i veri artisti, perché sono davvero liberi e se ne fregano, ma se ne fregano davvero di opinioni e opinionisti. Appartengono alle loro opere, come i colori appartengono alle loro tele. A pranzo ho visto una madre alla TV, che riteneva che la figlia di dodici anni dovesse frequentare un baby beauty center. Le materie, in tali centri, riguardano il trucco al viso, lo smalto alle unghie, l’altezza dei tacchi, le creme di bellezza e forse, chissà, anche il lifting e la liposuzione. Il motivo addotto è che l’apparenza, di questi giorni, la fa da padrona. L’involucro fa sberleffi al contenuto e se non ci si adegua, sono derisioni e insulti. Allora è il livello della griffe che stabilisce quanto vali. Figuriamoci se non vesti griffato. Ma chi erano quei deficienti che si sono tramandati ai posteri per aver sostenuto che l’apparenza inganna, l’abito non fa il monaco, non è tutto oro quello che riluce?