Giovedì, 13 maggio 2010
Stamane il cielo era un po’ coperto, il sole sbucava a tratti e non faceva freddo. Per prima cosa sono andato a recuperare il cellulare, rispedito in ditta dal concessionario per un qualche guasto dopo un paio di mesi dall’acquisto. La commessa ha razzolato un pochino in uno scatolone e l’ha tirato fuori, poi con un sorriso connivente me lo ha mostrato. Incredibile, non ci contavo, anche se lo avevo riconsegnato da tempo. Però, appena entrato, avevo avuto un presagio, qualcosa sarebbe andato storto, e questo perché non avevo trovato la commessa di sempre. Non che a quella dietro il banco mancasse qualcosa o avesse l’aria della iettatrice o mi guardasse di sbieco, anzi era uno di quei tipi che ti sorridono come se ti aspettassero da chissà quanto. Ma l’inghippo era lì, davanti ai miei occhi. Mancava la batteria e l’altra, quella di sempre, si era dimenticata di annotare che l’avevo riconsegnata. La ragazza ha fatto un paio di telefonate ma non sono state sufficienti. Mi ha consigliato di tornare domani. Le ho lasciato il cellulare e sono andato al pontile. Una leggera brezza di Scirocco. Esco dal porto e isso la vela, opero una leggera modifica all’assetto sollevando il pennone di una decina di centimetri. Tiro la scotta e vado. La prima sensazione è buona. Provo qualche virata e la barca risponde. Mi allontano verso nord un trecento metri, poi comincio a bolinare per fare ritorno. Devo farne molte, di virate, ma ogni volta guadagno un po’ d’acqua e lentamente mi avvicino e, quasi non ci credo, arrivo fin sotto il molo. Non è il massimo, per fare trecento metri controvento ho impiegato un’iradidio, però ho navigato di bolina. Potrei perfino provare a entrare in porto con il vento, ma non mi pare una buona idea. In primo luogo si rischia una multa salata, e poi non so ancora quanto potrò contare su questa vela in presenza delle strane correnti d’aria che si formano all’imboccatura quando soffia Scirocco. Dopo un po’ ci ripenso e mi butto. Bingo. Ammaino e vado all’attracco. Mattinata da sballo, cellulare dimenticato. Resto qualche minuto seduto in barca a godermi l’atmosfera. Qui il mondo è diverso, e lo è dal momento che superi la barra dell’area portuale. Poche le cose che contano, ma immense. Il cielo, e appena entri ci dai subito uno sguardo per cercare di capire le intenzioni delle nuvole, il mare, che subito ti dice di che umore è, e se per toglierti la voglia di uscire e tirar su la vela devi rischiare qualcosa, il vento, tipo instabile e anche un po’ figlio di puttana, che a volte ti invita con brezze leggere, poi, in un attimo, ti ritrovi a ballare a denti stretti dentro una burrasca. Poco a poco, però, mano a mano che impari a conoscere le regole, appaiono meno pericolosi e diventano tuoi compagni di gioco. Ti tengono lontano da guai come l’obesità, a cui sembrano già destinati almeno un 24% dei bambini italiani, da gravi angosce come voler sapere a tutti i costi se Clooney sposerà la Canalis, dal degrado etico -linguistico dei talk show e dei reality, vedi Il Grande Fratello, a proposito del quale nessuno si è vergognato di scippare il titolo di un romanzo sociale serio, drammatico, perfino tragico, scritto da Orwell in corsa con la morte per riuscire a scrivervi la parola fine. Il fatto è che alla TV, canali nazionali e non, cazzeggiare necesse, o si rischia di vedere i budget pubblicitari, condizione di profitto e sopravvivenza sine qua non, dissolversi come nebbia al sole. Questo la dice lunga sul livello e le capacità critiche di un pubblico che pare abbia preso gusto a farsi scodellare spazzatura. Una volta c’erano la via della seta, la via delle spezie, che portavano agli europei ciò che di nuovo e di bello veniva prodotto dalle culture orientali, migliorandone le competenze e i gusti, e tutto sommato, anche la cultura, oggi abbiamo la via della spazzatura, che credo parta dagli Stati Uniti e raggiunga il continente europeo via Gran Bretagna. A parte quel poco di cui ho già detto, non ho niente contro gli americani, ma penso che dovrebbero smetterla di rompere i coglioni con il mito del self made man, successo a tutti i costi, il rispetto legato al successo a filo doppio, perché chi non riesce a conseguirlo con i mezzi leciti (se qualcuno ci riesce davvero), potrebbe cercare di procurarsene un surrogato con quelli illeciti, o più semplicemente bistrattando le già logore regole dell’etica sociale. Ma chi vuole cambiare? Chi ha la forza di cambiare? Se è vero che la vita semplicemente scorre, oozes, come dice Beckett in Aspettando Godot, alludendo allo scorrere di una melma, e se è anche vero che le donne partoriscono a cavallo di una fossa, un cambiamento potrebbe anche essere irrilevante, meglio tenersi i posti assegnati, limitarsi a percepire il disagio, ma senza approfondire, con vaghi propositi di cambiamento. Come al solito, se non ci sto attento, mi si appesantisce il discorso. Ma all’interno dell’area portuale, specie se seduto in una barca a goderti il sole e la brezza, sono riflessioni oziose.
sabato 8 gennaio 2011
giovedì 6 gennaio 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Mercoledì, 12 maggio 2010
Oggi non ho voglia di scrivere. Sarà perché piove. Tempo addietro, la pioggia non mi dispiaceva del tutto. Per esempio, mi piaceva starmene in casa, al caldo, magari a scrivere o leggere un romanzo o guardarmi un film alla TV mentre fuori infuriava il vento e diluviava. Mi piaceva anche andarmene a spasso sotto l’acqua ascoltando il crepitio delle gocce sull’ombrello, cosa che però capitava di rado perché non ho mai avuto l’abitudine di portarmi dietro l’ombrello. Anzi, non ricordo di averne mai posseduto uno. Però non ho mai creduto a stronzate del tipo Com’era bello in due sotto l’ombrello, perché in due ci si inzuppa e se si mette a piovere forte sono cazzi, figurarsi se tira vento. In certe occasioni, meglio un bel riparo. Però questo piccolo amore per la pioggia ha ceduto senza riserve di fronte all’ubriacatura che mi sono preso per la vela. Da quel momento la pioggia è diventata sempre di più una rottura di scatole. Di quel piccolo amore non è rimasta neppure una cicatrice, che dico, un segno, come del resto accade anche per i grandi amori, quando sono davvero finiti. Neppure quel senso di malinconia che ti riporta il ricordo di cose belle vissute. Del resto, anche la Bibbia non è tenera con la pioggia. Una maledizione celeste. Quando la divinità ne ha abbastanza della dissolutezza degli umani, giù acqua per quaranta giorni e quaranta notti, il diluvio, la distruzione totale. Dico la divinità in genere, perché pare che il diluvio biblico non sia stato proprio universale, e molte altre parti del mondo, India compresa, abbiano avuto il loro diluvio celeste, a distanza di tempo, a partire da oltre seimila anni prima di Cristo. Concludendo, dovrò fare un salto al pontile. Sgottare necesse. Pare che nel Golfo del Messico non si trovi il modo di fermare la fuoruscita del petrolio dal fondo dell’oceano e che i pescatori, poveracci, dovranno cambiare mestiere. Gli americani fanno le cose in grande, è più forte di loro, in un grande paese anche le cazzate devono essere galattiche. Speriamo che facciano presto a tappare i buchi. Se va avanti così per qualche mese, dovremo andare a cercarci un bicchiere d’acqua sulla cima dell’Hymalaya. Tempo fa ho fatto un lungo giro degli States e devo dire che mi è piaciuto visitare città le cui immagini di continuo rimbalzano tra cinema e televisione, vedere gli americani a casa loro. L’unico fatto che mi ha colpito è che ci sono un sacco di obesi. La spiegazione è arrivata, chiara e forte, quando li ho visti mangiare nei Fast food. Per il resto, è gente normale, tranne per un paio di cose. Primo, la mania di esporre la bandiera a stelle e strisce fuori e dentro casa, lungo le strade, sugli edifici pubblici e su quelli privati, e dovunque è possibile farlo. Secondo, la smania di fare le cose in grande e la totale mancanza del senso delle proporzioni. A Santa Cruz, gettare un mozzicone per strada costava cento dollari. Fatti i debiti calcoli, si potrebbe stabilire a quanto potrebbe ammontare una multa per il mancato test di una valvola di sicurezza che sta uccidendo un oceano, ma non credo che qualcuno abbia pensato di farlo, né a Santa Cruz né altrove. D’ora in poi una petroliera che affonda sarà una quisquilia, magari armatori d’assalto si sentiranno incoraggiati a rimettere in mare vecchie carrette, cui uno starnuto basterebbe a procurare una falla. Se è vero, come sosteneva Socrate, che ogni cosa nasce dal suo contrario, non è difficile capire, anche in considerazione dei tempi che corrono, come siano nati mari e oceani che sono cloache a cielo aperto, il difficile è immaginare come da tanto putridume possano essere rigenerate acque limpide e incontaminate, così come ci sono state consegnate, in un eccesso di fiducia, da madre natura. Meglio smetterla qui, quando non ho voglia di scrivere, divento deprimente. Affidiamoci alla speranza. Dopo tutto, la Fenice è rinata dalle proprie ceneri.
Oggi non ho voglia di scrivere. Sarà perché piove. Tempo addietro, la pioggia non mi dispiaceva del tutto. Per esempio, mi piaceva starmene in casa, al caldo, magari a scrivere o leggere un romanzo o guardarmi un film alla TV mentre fuori infuriava il vento e diluviava. Mi piaceva anche andarmene a spasso sotto l’acqua ascoltando il crepitio delle gocce sull’ombrello, cosa che però capitava di rado perché non ho mai avuto l’abitudine di portarmi dietro l’ombrello. Anzi, non ricordo di averne mai posseduto uno. Però non ho mai creduto a stronzate del tipo Com’era bello in due sotto l’ombrello, perché in due ci si inzuppa e se si mette a piovere forte sono cazzi, figurarsi se tira vento. In certe occasioni, meglio un bel riparo. Però questo piccolo amore per la pioggia ha ceduto senza riserve di fronte all’ubriacatura che mi sono preso per la vela. Da quel momento la pioggia è diventata sempre di più una rottura di scatole. Di quel piccolo amore non è rimasta neppure una cicatrice, che dico, un segno, come del resto accade anche per i grandi amori, quando sono davvero finiti. Neppure quel senso di malinconia che ti riporta il ricordo di cose belle vissute. Del resto, anche la Bibbia non è tenera con la pioggia. Una maledizione celeste. Quando la divinità ne ha abbastanza della dissolutezza degli umani, giù acqua per quaranta giorni e quaranta notti, il diluvio, la distruzione totale. Dico la divinità in genere, perché pare che il diluvio biblico non sia stato proprio universale, e molte altre parti del mondo, India compresa, abbiano avuto il loro diluvio celeste, a distanza di tempo, a partire da oltre seimila anni prima di Cristo. Concludendo, dovrò fare un salto al pontile. Sgottare necesse. Pare che nel Golfo del Messico non si trovi il modo di fermare la fuoruscita del petrolio dal fondo dell’oceano e che i pescatori, poveracci, dovranno cambiare mestiere. Gli americani fanno le cose in grande, è più forte di loro, in un grande paese anche le cazzate devono essere galattiche. Speriamo che facciano presto a tappare i buchi. Se va avanti così per qualche mese, dovremo andare a cercarci un bicchiere d’acqua sulla cima dell’Hymalaya. Tempo fa ho fatto un lungo giro degli States e devo dire che mi è piaciuto visitare città le cui immagini di continuo rimbalzano tra cinema e televisione, vedere gli americani a casa loro. L’unico fatto che mi ha colpito è che ci sono un sacco di obesi. La spiegazione è arrivata, chiara e forte, quando li ho visti mangiare nei Fast food. Per il resto, è gente normale, tranne per un paio di cose. Primo, la mania di esporre la bandiera a stelle e strisce fuori e dentro casa, lungo le strade, sugli edifici pubblici e su quelli privati, e dovunque è possibile farlo. Secondo, la smania di fare le cose in grande e la totale mancanza del senso delle proporzioni. A Santa Cruz, gettare un mozzicone per strada costava cento dollari. Fatti i debiti calcoli, si potrebbe stabilire a quanto potrebbe ammontare una multa per il mancato test di una valvola di sicurezza che sta uccidendo un oceano, ma non credo che qualcuno abbia pensato di farlo, né a Santa Cruz né altrove. D’ora in poi una petroliera che affonda sarà una quisquilia, magari armatori d’assalto si sentiranno incoraggiati a rimettere in mare vecchie carrette, cui uno starnuto basterebbe a procurare una falla. Se è vero, come sosteneva Socrate, che ogni cosa nasce dal suo contrario, non è difficile capire, anche in considerazione dei tempi che corrono, come siano nati mari e oceani che sono cloache a cielo aperto, il difficile è immaginare come da tanto putridume possano essere rigenerate acque limpide e incontaminate, così come ci sono state consegnate, in un eccesso di fiducia, da madre natura. Meglio smetterla qui, quando non ho voglia di scrivere, divento deprimente. Affidiamoci alla speranza. Dopo tutto, la Fenice è rinata dalle proprie ceneri.
domenica 2 gennaio 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Martedì, 11 maggio 2010
E’ idea largamente condivisa che criticare le ASL è come sparare sulla Croce Rossa, per di più è anche deprimente. Niente di tutto ciò. La scenetta cui ho assistito stamane non è solo curiosa, ma porge il destro perfino a riflessioni filosofiche. Ho cominciato a sentire le grida di una voce femminile da lontano, ancora prima di imboccare il corridoio che porta all’accettazione di Radiologia, dove stavo andando a ritirare un referto. C’era una lunga fila. La donna dietro il vetro di protezione urlava come una pazza. Un tizio sulla sessantina, forse anche più, la fissava con il fare battagliero di chi non si vuole arrendere, mostrando l’avambraccio nudo e un cerotto che copriva il buco fatto da una siringa per un prelievo. L’impiegata lo accusava di essere andato a ritirare il referto fornendo la data del prelievo sbagliata, cioè quella dello stesso giorno. Di conseguenza lei aveva perso almeno una mezz’ora nell’inutile tentativo di rintracciarlo. Poi, solo per caso, aveva scoperto che il prelievo era stato fatto otto giorni prima e finalmente il documento era saltato fuori. Da parte sua l’uomo, deciso a non cedere e affermando ripetutamente di starci ancora con la testa malgrado gli anni, convinto che una prova tangibile funzioni meglio di cento discorsi, continuava a mostrare l’avambraccio nudo e il cerotto ancora appiccicato come testimoni di un evento molto più recente. Inesorabilmente contraddetto dalla data sulla busta del referto, che la donna continuava a sbattergli in faccia come una verità evangelica, pressato da una fila gonfia di un malumore che aleggiava rumoroso per il fastidioso contrattempo, l’uomo abbandonò la contesa, prese la busta e se ne andò brontolando come una pigna di fagioli in piena bollitura e continuando a mostrare l’avambraccio nudo a destra e a sinistra. Il fatto che il motivo del contendere non fosse un’idea, un’opinione contrastante, ma due realtà che si contraddicevano l’una con l’altra, merita considerazione. Entrambi le avevano sotto gli occhi, come pure la nuova realtà che entrambe generavano, il contrasto. E allora, perché il litigio? Avevo accennato a riflessioni filosofiche, ma non ho intenzione di complicarmi la vita né di complicarla a chi mi legge. Voglio solo riferirmi a una frase di Protagora: Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono. Il concetto viene chiarito da Socrate, quando si chiede come si possa dire se un vento è freddo, oppure che non è freddo, quando per alcuni è freddo e per altri non lo è affatto. Insomma, ciascuno percepisce la realtà a suo modo, spesso in maniera antitetica rispetto ad altri. Evidentemente la donna dietro lo sportello e l’uomo al di fuori non percepivano allo stesso modo il contrasto fra la data sulla busta e il segno di un prelievo recente sull’avambraccio dell’anziano. Non è spaventoso, supponendo che entrambi fossero in buona fede? Incomunicabilità, male eterno. Gravi, gli effetti collaterali. Basti pensare alla crescita esponenziale del numero di avvocati e ai procedimenti giudiziari ancora accatastati nelle cancellerie dei tribunali. Con la vela ho fatto progressi. Finalmente sono riuscito a piazzarla in modo che la barca non se ne vada in giro come una papera ubriaca. Però è insufficiente di bolina, non vince la corrente, non ti riporta a casa. Per fortuna il fuoribordo fa il bravo. Dovrò fare altre prove, forse anche allungare la deriva. Vedremo. Spero proprio di riuscire a sistemarla, questo tipo di vela mi piace da matti. Anche la scelta di una vela può essere un modo di complicarsi la vita. La vela latina fa parte di una serie di vele del passato, come la vela al quarto, quella al terzo, con il pennone alto e quello basso, e altre ormai fuori moda, neanche contemplate dai cantieri che sfornano barche da diporto. Le vele più comuni che si vedono di questi tempi sono la randa e il fiocco, dalle imbarcazioni di quattro metri fino a quelle di venticinque e oltre, belle ed efficienti. Io, invece, chissà perché, ho il gusto dell’antico, di quelle forme di vele primordiali che sembrano voler raccontare, con il loro aspetto di sopravvissute, vecchie storie di avventure sui mari. La prima conseguenza è che devo tagliarmele e armarle da solo, e anche provarle e modificarle volta per volta per renderle efficienti, il che può anche costituire un piacere, ma anche una gran rottura di palle, specie quando il vento si mette a fare lo scemo. Ho sentito dire che Totti ha cercato di ammazzare Balotelli durante la finale di Coppa Italia. Non ci credevo e me lo sono andato a vedere sul computer. Avevano esagerato, ha solo cercato di spezzargli una gamba. Di questi tempi, non è niente, Balotelli continua a giocare e il mito di Totti non è stato neppure scalfito. Va bene così. Mala tempora currunt sarebbe espressione obsoleta, e poi, il Latino, chi lo capisce più?
E’ idea largamente condivisa che criticare le ASL è come sparare sulla Croce Rossa, per di più è anche deprimente. Niente di tutto ciò. La scenetta cui ho assistito stamane non è solo curiosa, ma porge il destro perfino a riflessioni filosofiche. Ho cominciato a sentire le grida di una voce femminile da lontano, ancora prima di imboccare il corridoio che porta all’accettazione di Radiologia, dove stavo andando a ritirare un referto. C’era una lunga fila. La donna dietro il vetro di protezione urlava come una pazza. Un tizio sulla sessantina, forse anche più, la fissava con il fare battagliero di chi non si vuole arrendere, mostrando l’avambraccio nudo e un cerotto che copriva il buco fatto da una siringa per un prelievo. L’impiegata lo accusava di essere andato a ritirare il referto fornendo la data del prelievo sbagliata, cioè quella dello stesso giorno. Di conseguenza lei aveva perso almeno una mezz’ora nell’inutile tentativo di rintracciarlo. Poi, solo per caso, aveva scoperto che il prelievo era stato fatto otto giorni prima e finalmente il documento era saltato fuori. Da parte sua l’uomo, deciso a non cedere e affermando ripetutamente di starci ancora con la testa malgrado gli anni, convinto che una prova tangibile funzioni meglio di cento discorsi, continuava a mostrare l’avambraccio nudo e il cerotto ancora appiccicato come testimoni di un evento molto più recente. Inesorabilmente contraddetto dalla data sulla busta del referto, che la donna continuava a sbattergli in faccia come una verità evangelica, pressato da una fila gonfia di un malumore che aleggiava rumoroso per il fastidioso contrattempo, l’uomo abbandonò la contesa, prese la busta e se ne andò brontolando come una pigna di fagioli in piena bollitura e continuando a mostrare l’avambraccio nudo a destra e a sinistra. Il fatto che il motivo del contendere non fosse un’idea, un’opinione contrastante, ma due realtà che si contraddicevano l’una con l’altra, merita considerazione. Entrambi le avevano sotto gli occhi, come pure la nuova realtà che entrambe generavano, il contrasto. E allora, perché il litigio? Avevo accennato a riflessioni filosofiche, ma non ho intenzione di complicarmi la vita né di complicarla a chi mi legge. Voglio solo riferirmi a una frase di Protagora: Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono. Il concetto viene chiarito da Socrate, quando si chiede come si possa dire se un vento è freddo, oppure che non è freddo, quando per alcuni è freddo e per altri non lo è affatto. Insomma, ciascuno percepisce la realtà a suo modo, spesso in maniera antitetica rispetto ad altri. Evidentemente la donna dietro lo sportello e l’uomo al di fuori non percepivano allo stesso modo il contrasto fra la data sulla busta e il segno di un prelievo recente sull’avambraccio dell’anziano. Non è spaventoso, supponendo che entrambi fossero in buona fede? Incomunicabilità, male eterno. Gravi, gli effetti collaterali. Basti pensare alla crescita esponenziale del numero di avvocati e ai procedimenti giudiziari ancora accatastati nelle cancellerie dei tribunali. Con la vela ho fatto progressi. Finalmente sono riuscito a piazzarla in modo che la barca non se ne vada in giro come una papera ubriaca. Però è insufficiente di bolina, non vince la corrente, non ti riporta a casa. Per fortuna il fuoribordo fa il bravo. Dovrò fare altre prove, forse anche allungare la deriva. Vedremo. Spero proprio di riuscire a sistemarla, questo tipo di vela mi piace da matti. Anche la scelta di una vela può essere un modo di complicarsi la vita. La vela latina fa parte di una serie di vele del passato, come la vela al quarto, quella al terzo, con il pennone alto e quello basso, e altre ormai fuori moda, neanche contemplate dai cantieri che sfornano barche da diporto. Le vele più comuni che si vedono di questi tempi sono la randa e il fiocco, dalle imbarcazioni di quattro metri fino a quelle di venticinque e oltre, belle ed efficienti. Io, invece, chissà perché, ho il gusto dell’antico, di quelle forme di vele primordiali che sembrano voler raccontare, con il loro aspetto di sopravvissute, vecchie storie di avventure sui mari. La prima conseguenza è che devo tagliarmele e armarle da solo, e anche provarle e modificarle volta per volta per renderle efficienti, il che può anche costituire un piacere, ma anche una gran rottura di palle, specie quando il vento si mette a fare lo scemo. Ho sentito dire che Totti ha cercato di ammazzare Balotelli durante la finale di Coppa Italia. Non ci credevo e me lo sono andato a vedere sul computer. Avevano esagerato, ha solo cercato di spezzargli una gamba. Di questi tempi, non è niente, Balotelli continua a giocare e il mito di Totti non è stato neppure scalfito. Va bene così. Mala tempora currunt sarebbe espressione obsoleta, e poi, il Latino, chi lo capisce più?
sabato 1 gennaio 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Domenica, 2 maggio 2010
Ho provato e riprovato la vela approfittando del bel tempo. Non è andata bene, ma in compenso mi è passata la tosse. Iodio, ossigeno e aria di mare, meglio di cento sciroppi. Non sono riuscito a trovare il punto giusto dove fissare il pennone. Per quanto abbia provato, la barca non ha voluto saperne di un minimo di bolina. Il motore andava bene e non ho avuto problemi per il rientro. Per di più, dai e ridai, alla fine si è strappato il triangolino che regge il bozzello della scotta. So che è fatta con un telone e di conseguenza non mi è neanche venuto da smoccolare. Me la sono portata a casa, ho tagliato via il lembo sfrangiato e ci ho incollato un adesivo di rinforzo, poi la mia insostituibile parente merciaia ci ha piazzato di nuovo un occhiello. Ci riprovo alla prossima giornata di sole. Abbiamo trascorso il primo di maggio a otto chilometri da casa, in un vecchio cascinale dove organizzano feste paesane e feste contadine, tipo giornata della vendemmia e altre. C’è un’atmosfera di fine ottocento, gente che passeggia e conversa, tavoli all’aperto, non accatastati ma piuttosto distanti l’uno dall’altro, dove le famiglie siedono e si godono l’aria aperta in attesa di essere servite da camerieri in camicia bianca che sembrano sfiorare l’erba. Una buona varietà di cibo genuino e prezzi molto ragionevoli. La prima nota stonata è stata una cassiera. Siccome siamo andati a prenotare con un po’ di anticipo per evitare la fila, ci ha sommersi in un fiume di parole per farci sapere che non si veniva serviti in base all’ordine di prenotazione, che lei la sapeva lunga sul comportamento della gente, che era abituata a contestazioni del genere, che avrebbe voluto evitare discussioni spiacevoli. Tutto questo senza rifiatare un secondo e senza lasciarci il tempo di parlare, se non per dirle che eravamo venuti a goderci la giornata e non avevamo nessuna intenzione di altercare. Poi c’è stata una breve discussione fra me e mio figlio che insisteva per voler pagare e a questo punto la logorroica ha ripreso soddisfatta la parola. Secondo lei quelle poche frasi scambiate tra noi per tutt’altro motivo dimostravano che aveva ragione a prevedere che avremmo discusso. Ci siamo scambiati una sguardo interrogativo, evitando di replicare. A parte l’insignificante battibecco con la cassiera, tutto il resto si preannunciava come un’esperienza bucolica molto rilassante. Invece no. Mia nuora, che è vegetariana, ha trovato almeno una mezza salsiccia in un piatto di asparagi al parmigiano, dove le avevano assicurato che non c’era ombra di carne, e si è sentita male. Mia moglie, all’improvviso, ha accusato un mal di gola selvaggio e ho dovuto ricondurla a casa con trentotto e mezzo di febbre. Sono rientrato che mi stavo ancora chiedendo che cazzo era successo. Ma la risposta è sempre la stessa. A noi, razza umana, indiscussa signora di tutte le specie animali, non è dato programmare neanche dieci minuti del nostro futuro. Neanche uno. C’è chi vorrebbe perfino conoscerlo, il futuro. C’è chi paga decine di migliaia di euro a un esercito di mezzi busti millantatori per conoscere il futuro. Una buona parte di quei soldi potrebbero essere risparmiati. C’è un futuro individuale e un futuro collettivo e l’uno non può prescindere completamente dall’altro, e si potrebbe cominciare a lavorare per deduzione, tenendo conto degli accadimenti al presente, su quello che potrà essere il futuro collettivo. Non appare un compito difficile, considerando che la metà del pianeta è bruciato dalle guerre, che vengono accolte quasi con indifferenza le catastrofi ecologiche, anche inimmaginabili come quella che sta devastando le coste della Luisiana, che l’atmosfera sta diventando irrespirabile e sempre più responsabile di una caterva di cancri che ormai sono una pioggia inarrestabile, che investire una persona, o anche una decina, in stato di ebbrezza non è quasi più un reato, al massimo una grave disattenzione come si fosse investita una gallina, che i suicidi cominciano a soffrire di solitudine e sempre più spesso si portano all’altro mondo qualche familiare, che i posti di lavoro sono un miraggio, che i fallimenti societari sono diventati zuccherini quando intere nazioni sono sull’orlo della bancarotta, che coltelli e pistole a portata di mano abbreviano notevolmente la durata delle discussioni, che nessuno ha più voglia di giudicare sé stesso e riconoscere i propri torti, che ad attribuire la ragione o il torto non c’è una giustizia equanime e inflessibile ma una legge, pur piena di buoni propositi, appannaggio di una manica di legulei. L’elenco non è finito, naturalmente, ma c’è materiale sufficiente per una serie di deduzioni e uno sguardo d’insieme sull’orizzonte. E’ tuttavia probabile che a questo punto la curiosità sia svanita e ci basti augurarci che non arrivi niente di peggio, e siccome il futuro individuale non può prescindere del tutto da quello collettivo, a chi vuole ancora conoscerlo, tanti auguri.
Ho provato e riprovato la vela approfittando del bel tempo. Non è andata bene, ma in compenso mi è passata la tosse. Iodio, ossigeno e aria di mare, meglio di cento sciroppi. Non sono riuscito a trovare il punto giusto dove fissare il pennone. Per quanto abbia provato, la barca non ha voluto saperne di un minimo di bolina. Il motore andava bene e non ho avuto problemi per il rientro. Per di più, dai e ridai, alla fine si è strappato il triangolino che regge il bozzello della scotta. So che è fatta con un telone e di conseguenza non mi è neanche venuto da smoccolare. Me la sono portata a casa, ho tagliato via il lembo sfrangiato e ci ho incollato un adesivo di rinforzo, poi la mia insostituibile parente merciaia ci ha piazzato di nuovo un occhiello. Ci riprovo alla prossima giornata di sole. Abbiamo trascorso il primo di maggio a otto chilometri da casa, in un vecchio cascinale dove organizzano feste paesane e feste contadine, tipo giornata della vendemmia e altre. C’è un’atmosfera di fine ottocento, gente che passeggia e conversa, tavoli all’aperto, non accatastati ma piuttosto distanti l’uno dall’altro, dove le famiglie siedono e si godono l’aria aperta in attesa di essere servite da camerieri in camicia bianca che sembrano sfiorare l’erba. Una buona varietà di cibo genuino e prezzi molto ragionevoli. La prima nota stonata è stata una cassiera. Siccome siamo andati a prenotare con un po’ di anticipo per evitare la fila, ci ha sommersi in un fiume di parole per farci sapere che non si veniva serviti in base all’ordine di prenotazione, che lei la sapeva lunga sul comportamento della gente, che era abituata a contestazioni del genere, che avrebbe voluto evitare discussioni spiacevoli. Tutto questo senza rifiatare un secondo e senza lasciarci il tempo di parlare, se non per dirle che eravamo venuti a goderci la giornata e non avevamo nessuna intenzione di altercare. Poi c’è stata una breve discussione fra me e mio figlio che insisteva per voler pagare e a questo punto la logorroica ha ripreso soddisfatta la parola. Secondo lei quelle poche frasi scambiate tra noi per tutt’altro motivo dimostravano che aveva ragione a prevedere che avremmo discusso. Ci siamo scambiati una sguardo interrogativo, evitando di replicare. A parte l’insignificante battibecco con la cassiera, tutto il resto si preannunciava come un’esperienza bucolica molto rilassante. Invece no. Mia nuora, che è vegetariana, ha trovato almeno una mezza salsiccia in un piatto di asparagi al parmigiano, dove le avevano assicurato che non c’era ombra di carne, e si è sentita male. Mia moglie, all’improvviso, ha accusato un mal di gola selvaggio e ho dovuto ricondurla a casa con trentotto e mezzo di febbre. Sono rientrato che mi stavo ancora chiedendo che cazzo era successo. Ma la risposta è sempre la stessa. A noi, razza umana, indiscussa signora di tutte le specie animali, non è dato programmare neanche dieci minuti del nostro futuro. Neanche uno. C’è chi vorrebbe perfino conoscerlo, il futuro. C’è chi paga decine di migliaia di euro a un esercito di mezzi busti millantatori per conoscere il futuro. Una buona parte di quei soldi potrebbero essere risparmiati. C’è un futuro individuale e un futuro collettivo e l’uno non può prescindere completamente dall’altro, e si potrebbe cominciare a lavorare per deduzione, tenendo conto degli accadimenti al presente, su quello che potrà essere il futuro collettivo. Non appare un compito difficile, considerando che la metà del pianeta è bruciato dalle guerre, che vengono accolte quasi con indifferenza le catastrofi ecologiche, anche inimmaginabili come quella che sta devastando le coste della Luisiana, che l’atmosfera sta diventando irrespirabile e sempre più responsabile di una caterva di cancri che ormai sono una pioggia inarrestabile, che investire una persona, o anche una decina, in stato di ebbrezza non è quasi più un reato, al massimo una grave disattenzione come si fosse investita una gallina, che i suicidi cominciano a soffrire di solitudine e sempre più spesso si portano all’altro mondo qualche familiare, che i posti di lavoro sono un miraggio, che i fallimenti societari sono diventati zuccherini quando intere nazioni sono sull’orlo della bancarotta, che coltelli e pistole a portata di mano abbreviano notevolmente la durata delle discussioni, che nessuno ha più voglia di giudicare sé stesso e riconoscere i propri torti, che ad attribuire la ragione o il torto non c’è una giustizia equanime e inflessibile ma una legge, pur piena di buoni propositi, appannaggio di una manica di legulei. L’elenco non è finito, naturalmente, ma c’è materiale sufficiente per una serie di deduzioni e uno sguardo d’insieme sull’orizzonte. E’ tuttavia probabile che a questo punto la curiosità sia svanita e ci basti augurarci che non arrivi niente di peggio, e siccome il futuro individuale non può prescindere del tutto da quello collettivo, a chi vuole ancora conoscerlo, tanti auguri.
giovedì 30 dicembre 2010
diario di un qualsiasi nessuno
Domenica, 25 aprile 2010
Sono le otto di mattina e apro la porta di casa. Cielo sereno, suolo bagnato per qualche residua pioggia notturna. Una rondine disegna un arco intorno al fogliame della grossa quercia dall’altro lato della strada, poi vola alta. Buongiorno, domenica. Oggi è anche Festa della Liberazione. Tanti morti per spazzare via la tirannia di idealismi balzani. Ci hanno lasciato la democrazia. Che ne è stato fatto? Citando al volo, senza pensarci troppo, mi viene in mente Marcuse, l’abominio del ’68, le brigate rosse, il terrorismo nero, il terrorismo di stato, la scuola statale ridotta a un parcheggio, Grande Fratello, L’Isola dei Famosi e altre top share dello stesso livello, gli spot televisivi che hanno già rincoglionito diverse generazioni di italiani, la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta che poco ci manca assurgano al livello di istituzioni. Per fortuna la morte è generosa e lascia che gli eroi riposino in pace, ignari per l’eternità. Mi è tornata la tosse, quella schifosa, fottuta, fottutissima tosse. Per il momento non ho la febbre. Ho di nuovo ridotto il numero delle sigarette. Faticavo già a non superarne sette, ho dovuto ridurre a tre. Domani mattina devo telefonare al meccanico per il fuoribordo. Anche la settimana scorsa ho avuto bisogno di un meccanico. Appena entrato in una rotonda, ho sentito uno strano ticchettio e subito dopo un colpo e qualcosa di metallico trascinato sull’asfalto. Esco dalla rotonda, accosto e verifico. Marmitta staccata, struscia sulla strada ed è in procinto di staccarsi del tutto. Occorrerebbe legarla, per raggiungere almeno il meccanico. Non trovo una corda, per di più si è staccata all’interno e sarebbe un lavoraccio, da ridursi uno schifo. Il meccanico è a un paio di chilometri. Purtroppo non è la parte posteriore della marmitta a scivolare sulla strada, ma quella anteriore, che sfiora il terreno con il rischio di impuntarsi al minimo dislivello e spaccare tutto. L’alternativa è il carro attrezzi, ma siccome devo ancora estinguere il mutuo per l’auto, faccio gli scongiuri e mi avvio molto lentamente verso il meccanico. Da dietro, la marmitta a terra deve saltare agli occhi, perché la gente mi sorpassa senza sbraitare. Quando arrivo dal meccanico, scopro di aver fatto fuori due marmitte in un colpo solo. Almeno ho evitato il carro attrezzi. Domani, un’altra mattinata che se ne va a puttane. Quando avrò la barca pronta, lo so già, tornerà la pioggia. Invece avrei bisogno di provare la vela, quella provvisoria, e se necessario modificarla, anche più di una volta, fino a quando non funzioni in modo decente. Così avrei il modello per farmene cucire una vera. Variale è in caduta libera. Con la vittoria della Juve ha ripreso a respirare, poi, non si capisce perché, ha rivolto al tecnico della Lazio, mi pare che si chiami Ventura o qualcosa di simile, una velata preghiera perché si impegni a fermare l’Inter al prossimo turno. Per fortuna il campionato sta per finire e l’ineffabile Enrico avrà il tempo di smaltire lo stress prima che si ricominci. Siamo un popolo di stressati, figuriamoci ora che siamo in primavera inoltrata. Se poi aggiungiamo che da qualche anno le vittime di stress possono pretendere danni morali e materiali, è facile capire perché la crescita sia stata esponenziale. Bisogna stare in guardia e frenare gli impulsi, anche quando sembrano inarrestabili. Un vaffanculo bene scandito in presenza di testimoni, mi pare di essermi già riferito a un fatto del genere, può causare turbamenti da stress da risarcire con decine di migliaia di euro. Stress rimborsabili a parte, stress da primavera a parte, resta il fatto che siamo tutti stressati. Ieri ho accompagnato mia moglie dal fornaio. E’ andata a comprare un chilo di pane, insomma, una pagnotta, e l’ho aspettata in macchina. E’ tornata con un’aria seccata. La commessa le aveva fatto uno scontrino di due euro senza pesare la pagnotta. Poiché la pagnotta costa un euro e novanta al chilo e il peso è normalmente inferiore di almeno un centinaio di grammi, e poiché sullo scontrino di due euro non era stato registrato il peso, mi sono incazzato. Ho riportato dentro la pagnotta, ho chiamato la proprietaria e le ho chiesto se si trattava di un pane speciale o di quello che acquistiamo regolarmente ogni giorno. Per farla breve, la signora si è profusa in scuse, poi mi ha chiesto chi era al banco, domanda del tutto ininfluente, perché in quel momento c’era una sola commessa e stava origliando poco distante. Per farla breve, la proprietaria ha pesato la pagnotta, ha fatto un nuovo scontrino e mi ha dato trentacinque centesimi di resto. Poi mi sono chiesto cos’era stato a farmi incazzare tanto, certo non i trentacinque centesimi. Neanche il fatto che una stronza si fosse comportata da stronza poteva essere un buon motivo. Ciò che mi rodeva dentro era dovuto a qualcosa di più vaste proporzioni, sommerso e invisibile, che agisce sull’etica sociale come acido sulla pelle. Forse dovremmo portarci dietro una scacciacani e scaricarla in faccia al primo stronzo che si arrischia a rompere i coglioni. Potrebbe essere un deterrente, chissà, e forse anche un modo di mettere al riparo il fegato e le arterie.
Sono le otto di mattina e apro la porta di casa. Cielo sereno, suolo bagnato per qualche residua pioggia notturna. Una rondine disegna un arco intorno al fogliame della grossa quercia dall’altro lato della strada, poi vola alta. Buongiorno, domenica. Oggi è anche Festa della Liberazione. Tanti morti per spazzare via la tirannia di idealismi balzani. Ci hanno lasciato la democrazia. Che ne è stato fatto? Citando al volo, senza pensarci troppo, mi viene in mente Marcuse, l’abominio del ’68, le brigate rosse, il terrorismo nero, il terrorismo di stato, la scuola statale ridotta a un parcheggio, Grande Fratello, L’Isola dei Famosi e altre top share dello stesso livello, gli spot televisivi che hanno già rincoglionito diverse generazioni di italiani, la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta che poco ci manca assurgano al livello di istituzioni. Per fortuna la morte è generosa e lascia che gli eroi riposino in pace, ignari per l’eternità. Mi è tornata la tosse, quella schifosa, fottuta, fottutissima tosse. Per il momento non ho la febbre. Ho di nuovo ridotto il numero delle sigarette. Faticavo già a non superarne sette, ho dovuto ridurre a tre. Domani mattina devo telefonare al meccanico per il fuoribordo. Anche la settimana scorsa ho avuto bisogno di un meccanico. Appena entrato in una rotonda, ho sentito uno strano ticchettio e subito dopo un colpo e qualcosa di metallico trascinato sull’asfalto. Esco dalla rotonda, accosto e verifico. Marmitta staccata, struscia sulla strada ed è in procinto di staccarsi del tutto. Occorrerebbe legarla, per raggiungere almeno il meccanico. Non trovo una corda, per di più si è staccata all’interno e sarebbe un lavoraccio, da ridursi uno schifo. Il meccanico è a un paio di chilometri. Purtroppo non è la parte posteriore della marmitta a scivolare sulla strada, ma quella anteriore, che sfiora il terreno con il rischio di impuntarsi al minimo dislivello e spaccare tutto. L’alternativa è il carro attrezzi, ma siccome devo ancora estinguere il mutuo per l’auto, faccio gli scongiuri e mi avvio molto lentamente verso il meccanico. Da dietro, la marmitta a terra deve saltare agli occhi, perché la gente mi sorpassa senza sbraitare. Quando arrivo dal meccanico, scopro di aver fatto fuori due marmitte in un colpo solo. Almeno ho evitato il carro attrezzi. Domani, un’altra mattinata che se ne va a puttane. Quando avrò la barca pronta, lo so già, tornerà la pioggia. Invece avrei bisogno di provare la vela, quella provvisoria, e se necessario modificarla, anche più di una volta, fino a quando non funzioni in modo decente. Così avrei il modello per farmene cucire una vera. Variale è in caduta libera. Con la vittoria della Juve ha ripreso a respirare, poi, non si capisce perché, ha rivolto al tecnico della Lazio, mi pare che si chiami Ventura o qualcosa di simile, una velata preghiera perché si impegni a fermare l’Inter al prossimo turno. Per fortuna il campionato sta per finire e l’ineffabile Enrico avrà il tempo di smaltire lo stress prima che si ricominci. Siamo un popolo di stressati, figuriamoci ora che siamo in primavera inoltrata. Se poi aggiungiamo che da qualche anno le vittime di stress possono pretendere danni morali e materiali, è facile capire perché la crescita sia stata esponenziale. Bisogna stare in guardia e frenare gli impulsi, anche quando sembrano inarrestabili. Un vaffanculo bene scandito in presenza di testimoni, mi pare di essermi già riferito a un fatto del genere, può causare turbamenti da stress da risarcire con decine di migliaia di euro. Stress rimborsabili a parte, stress da primavera a parte, resta il fatto che siamo tutti stressati. Ieri ho accompagnato mia moglie dal fornaio. E’ andata a comprare un chilo di pane, insomma, una pagnotta, e l’ho aspettata in macchina. E’ tornata con un’aria seccata. La commessa le aveva fatto uno scontrino di due euro senza pesare la pagnotta. Poiché la pagnotta costa un euro e novanta al chilo e il peso è normalmente inferiore di almeno un centinaio di grammi, e poiché sullo scontrino di due euro non era stato registrato il peso, mi sono incazzato. Ho riportato dentro la pagnotta, ho chiamato la proprietaria e le ho chiesto se si trattava di un pane speciale o di quello che acquistiamo regolarmente ogni giorno. Per farla breve, la signora si è profusa in scuse, poi mi ha chiesto chi era al banco, domanda del tutto ininfluente, perché in quel momento c’era una sola commessa e stava origliando poco distante. Per farla breve, la proprietaria ha pesato la pagnotta, ha fatto un nuovo scontrino e mi ha dato trentacinque centesimi di resto. Poi mi sono chiesto cos’era stato a farmi incazzare tanto, certo non i trentacinque centesimi. Neanche il fatto che una stronza si fosse comportata da stronza poteva essere un buon motivo. Ciò che mi rodeva dentro era dovuto a qualcosa di più vaste proporzioni, sommerso e invisibile, che agisce sull’etica sociale come acido sulla pelle. Forse dovremmo portarci dietro una scacciacani e scaricarla in faccia al primo stronzo che si arrischia a rompere i coglioni. Potrebbe essere un deterrente, chissà, e forse anche un modo di mettere al riparo il fegato e le arterie.
martedì 16 novembre 2010
Diario di un qualsiasi nessuno
Venerdì, 23 aprile, 2010
Il motore non vuole partire. L’ho minacciato di buttarlo in mare, ma non ne vuole sapere. Ho telefonato al rivenditore. Mi ha suggerito di soffiare sull’imboccatura del serbatoio, dilungandosi a spiegare che se è stato fermo per parecchi giorni il carburatore potrebbe essere secco e un po’ di pressione dall’alto sarebbe di aiuto. Ho riempito il serbatoio fino all’orlo, poi mi sono messo a soffiare da spaccarmi le guance. Quello che ti manda fuori di testa con i motori è che sono insensibili. Alla fine mi sono deciso a telefonare a un amico, un meccanico di motori marini, e se ne parlerà lunedì. Chi se ne frega, tanto oggi piove. La solita pioggerellina che fa disertare i pontili e li trasforma in paesaggi remoti e malinconici. Domani pioverà ancora, a quanto dicono i colonnelli alla TV. In fondo, serve anche la pioggia. Ti richiama alla realtà, nel caso cominciasse a frullarti per la testa qualche idea strana, come, per esempio, che la vita è bella perché il sole si leva ogni mattina. Nessuna obiezione a che si levi ogni mattina, il fatto è che a volte è difficile, molto difficile vederlo, ancora più difficile sentirlo, e la colpa non è sempre delle nuvole. Capita di non notarlo perfino quando ci sovrasta e ci illumina e ci brucia la pelle. In realtà, siamo noi che sorgiamo ogni mattina e quando non lo faremo più non lo farà neanche il sole. Siamo noi a decidere che il sole debba essere visibile o meno, che ci riscaldi o che ci ignori, non sono le nuvole. Per questo i giorni di pioggia sono una sorta di test. Verificare se riusciamo a sentire il sole senza vederlo, ad essergli grati, anche se nascosto, per aver voluto sorgere insieme a noi e regalarci un altro giorno di vita. Non vanno sprecati i giorni di pioggia. Si può leggere, dipingere, scrivere, studiarsi una lingua straniera, concentrarsi sull’amore, convincersi di non essere ancora diventato una testa di cazzo sbirciando, ogni tanto, certe trasmissioni alla TV. Su questo punto occorre fare attenzione. L’espressione TDC non ha un preciso riferimento scientifico. Ogni straccio di psichiatra ti sa spiegare, dico scientificamente, malattie mentali come la schizofrenia, la paranoia, la depressione e l’immane congerie di idee ossessive che affliggono una società progredita come la nostra. Ti sanno individuare la parte del cervello responsabile, la carenza o l’esubero di sostanze, attraverso cui si crea uno squilibrio che manda in tilt un sistema di nervi e di cellule che sono la meraviglia del creato. Tuttavia, chi interrogasse gli stessi scienziati sulle cause recondite della testadicazzaggine, non avrebbe risposte soddisfacenti. Forse neanche risposte. Il fatto è che la malattia esula completamente dal settore scientifico, a meno che non si parli di scienza empirica, basata in linea di massima sull’individuazione di una comune sintomatologia. Ma anche qui, dobbiamo riconoscerlo, la situazione non migliora. Quali sono i sintomi attraverso i quali si riconosce una tdc? Si può solo rilevare che una tdc è una persona, in genere di sesso maschile per evitare contraddizione di termini, che pensa cazzate, dice cazzate, fa cazzate, induce altri a pensare, dire e fare cazzate. Dovremmo però sapere cos’è una cazzata e se cerchiamo nel dizionario dei sinonimi ne troviamo gli equivalenti in balordaggine, stupidaggine, sciocchezza. Dunque, dare del testa di cazzo equivarrebbe a dare dello sciocco, dello stupido, del balordo. Ma non è così. Certe parole, certe espressioni, hanno vita propria e si ribellano ai rigori di una classificazione, per quanto attenta. Possono essere considerate il culmine nella manifestazione di un concetto, nell’espressione di una positività o peggio ancora di una negatività. In tal senso diventa fondamentale il ritmo, l’accentazione, il suono delle vocali, la loro apertura, chiusura e il loro intervallo con le consonanti la loro forza evocatrice e i legami culturali. Da tante combinazioni, che in genere passano inosservate, scaturisce la forza, a volte la potenza e la devastante efficacia di certi epiteti. Per questo motivo, vorrei proprio dire scientifico, una testa di cazzo può avere ben poco in comune con uno sciocco, uno stupido o un balordo. Sulla scala che porta alla negazione dell’antica logica, quella fatta di sillogismi veraci, per intenderci, è a un livello più alto che si pone l’individuo con tale appellativo. Va ricordato a questo punto, che non siamo riusciti a definire una cazzata, cioè il sintomo di base, né la frequenza necessaria per definire la testa di cazzo, e che manca del tutto il supporto scientifico della causa deviante. Ciò spiega l’uso improprio frequente e l’inflazione crescente. Come dicevo, bisogna fare attenzione.
Il motore non vuole partire. L’ho minacciato di buttarlo in mare, ma non ne vuole sapere. Ho telefonato al rivenditore. Mi ha suggerito di soffiare sull’imboccatura del serbatoio, dilungandosi a spiegare che se è stato fermo per parecchi giorni il carburatore potrebbe essere secco e un po’ di pressione dall’alto sarebbe di aiuto. Ho riempito il serbatoio fino all’orlo, poi mi sono messo a soffiare da spaccarmi le guance. Quello che ti manda fuori di testa con i motori è che sono insensibili. Alla fine mi sono deciso a telefonare a un amico, un meccanico di motori marini, e se ne parlerà lunedì. Chi se ne frega, tanto oggi piove. La solita pioggerellina che fa disertare i pontili e li trasforma in paesaggi remoti e malinconici. Domani pioverà ancora, a quanto dicono i colonnelli alla TV. In fondo, serve anche la pioggia. Ti richiama alla realtà, nel caso cominciasse a frullarti per la testa qualche idea strana, come, per esempio, che la vita è bella perché il sole si leva ogni mattina. Nessuna obiezione a che si levi ogni mattina, il fatto è che a volte è difficile, molto difficile vederlo, ancora più difficile sentirlo, e la colpa non è sempre delle nuvole. Capita di non notarlo perfino quando ci sovrasta e ci illumina e ci brucia la pelle. In realtà, siamo noi che sorgiamo ogni mattina e quando non lo faremo più non lo farà neanche il sole. Siamo noi a decidere che il sole debba essere visibile o meno, che ci riscaldi o che ci ignori, non sono le nuvole. Per questo i giorni di pioggia sono una sorta di test. Verificare se riusciamo a sentire il sole senza vederlo, ad essergli grati, anche se nascosto, per aver voluto sorgere insieme a noi e regalarci un altro giorno di vita. Non vanno sprecati i giorni di pioggia. Si può leggere, dipingere, scrivere, studiarsi una lingua straniera, concentrarsi sull’amore, convincersi di non essere ancora diventato una testa di cazzo sbirciando, ogni tanto, certe trasmissioni alla TV. Su questo punto occorre fare attenzione. L’espressione TDC non ha un preciso riferimento scientifico. Ogni straccio di psichiatra ti sa spiegare, dico scientificamente, malattie mentali come la schizofrenia, la paranoia, la depressione e l’immane congerie di idee ossessive che affliggono una società progredita come la nostra. Ti sanno individuare la parte del cervello responsabile, la carenza o l’esubero di sostanze, attraverso cui si crea uno squilibrio che manda in tilt un sistema di nervi e di cellule che sono la meraviglia del creato. Tuttavia, chi interrogasse gli stessi scienziati sulle cause recondite della testadicazzaggine, non avrebbe risposte soddisfacenti. Forse neanche risposte. Il fatto è che la malattia esula completamente dal settore scientifico, a meno che non si parli di scienza empirica, basata in linea di massima sull’individuazione di una comune sintomatologia. Ma anche qui, dobbiamo riconoscerlo, la situazione non migliora. Quali sono i sintomi attraverso i quali si riconosce una tdc? Si può solo rilevare che una tdc è una persona, in genere di sesso maschile per evitare contraddizione di termini, che pensa cazzate, dice cazzate, fa cazzate, induce altri a pensare, dire e fare cazzate. Dovremmo però sapere cos’è una cazzata e se cerchiamo nel dizionario dei sinonimi ne troviamo gli equivalenti in balordaggine, stupidaggine, sciocchezza. Dunque, dare del testa di cazzo equivarrebbe a dare dello sciocco, dello stupido, del balordo. Ma non è così. Certe parole, certe espressioni, hanno vita propria e si ribellano ai rigori di una classificazione, per quanto attenta. Possono essere considerate il culmine nella manifestazione di un concetto, nell’espressione di una positività o peggio ancora di una negatività. In tal senso diventa fondamentale il ritmo, l’accentazione, il suono delle vocali, la loro apertura, chiusura e il loro intervallo con le consonanti la loro forza evocatrice e i legami culturali. Da tante combinazioni, che in genere passano inosservate, scaturisce la forza, a volte la potenza e la devastante efficacia di certi epiteti. Per questo motivo, vorrei proprio dire scientifico, una testa di cazzo può avere ben poco in comune con uno sciocco, uno stupido o un balordo. Sulla scala che porta alla negazione dell’antica logica, quella fatta di sillogismi veraci, per intenderci, è a un livello più alto che si pone l’individuo con tale appellativo. Va ricordato a questo punto, che non siamo riusciti a definire una cazzata, cioè il sintomo di base, né la frequenza necessaria per definire la testa di cazzo, e che manca del tutto il supporto scientifico della causa deviante. Ciò spiega l’uso improprio frequente e l’inflazione crescente. Come dicevo, bisogna fare attenzione.
martedì 9 novembre 2010
Diario di un qualsiasi nessuno
Domenica, 18 aprile 2010
A due settimane dalle ultime considerazioni sui significati reconditi di una tazza del cesso, mi è tornata la voglia di scrivere. E’ come una febbricola che viene e va a suo giudizio, e quando te la senti addosso non puoi farci gran ché. Ti siedi davanti al computer e cominci a premere i tasti. A volte non sai nemmeno che accidenti scrivere, ma se insisti, qualcosa viene fuori. L’applicazione della staffa per il motore, per esempio, merita due righe, perché ormai è un problema del passato e fa la sua bella figura dietro la poppa e dà un’impressione di sicura stabilità. Quanto ai soci del club, non hanno ancora spostato le barche, perché il meteo dei fine settimana ci ha messo lo zampino. Di conseguenza, non ho ricevuto solleciti né proteste. In queste giornate di brutto tempo ho passato qualche ora davanti alla TV, in cerca di un film o anche di una trasmissione sportiva, tanto per non perdere del tutto i contatti con gli eventi fondamentali, tipo Formula uno, campionato di calcio, champions, motomondiale. Ho incocciato un paio di volte Enrico Variale, che ormai si riconosce
a fatica. Sguardo spento, occhiali senza riflessi a festa, voce lamentosa e portamento noncurante. Non riesce più nemmeno ad azzeccare un pettegolezzo ad effetto. Se la Juve non torna a vincere, ce lo perdiamo di sicuro. Quanto al motomondiale, se Lorenzo non ce la fa neppure quest’anno, forse deciderà di cambiare mestiere. Sarebbe un ottimo stunt man, nessuno sa cascare meglio di lui. In libreria i gialli sono in crisi per la concorrenza sleale della TV. I giornalisti si appropriano gratuitamente di vicende reali, di morti ammazzati sul serio, e poi si pavoneggiano a raccontare le storie, con dovizia di particolari, come se le avessero scritte loro. Invece le hanno scritte i morti, che non possono neanche reclamare i diritti d’autore. Per la giornata di ieri, il meteo aveva promesso sole e tempo asciutto, perciò mi sono alzato di buon mattino per portare finalmente la barca all’ormeggio. Invece, già alla prima occhiata, la giornata si è presentata umidiccia, con cielo coperto e ragionevoli promesse di pioggia. Siccome mi ero rotto le scatole di vedere la barca a terra, e forse anche lei era incazzata, costretta com’era a restarsene sopra i rulli come una cogliona, quando avrebbe trovato più naturale darsi una sgranchita sopra le onde, ho deciso per entrambi e non ho cambiato programma. Inutile dire che, appena arrivato al club, è cominciato a piovere. Ho aspettato una decina di minuti per capire le vere intenzioni delle nuvole, infine ho deciso che si trattava di goccioline innocue e ho cominciato a spostare la barca sui rulli. Dopo un paio di metri, malgrado il percorso in discesa, i rulli di plastica hanno cominciato a rompere. Nel ruotare accumulavano sabbia sul davanti e si impuntavano come muli. Un paio di chilometri per arrivare a casa, gonfiare un paio di rulli in plastica, altri due chilometri all’incontrario e sostituzione. Problema risolto. La barca è scivolata per una sessantina di metri fino alla riva leggera come una piuma. Ho preso il motore dalla macchina e l’ho applicato alla staffa. Un’operazione semplice, ma anche il motore ha voluto dire la sua. Occorre spiegare che questo cazzo di motore deve sempre essere appoggiato, se a terra, sul lato sinistro e mai, dico mai, neppure durante la navigazione, deve essere inclinato sul lato destro. In tal caso, come mi hanno spiegato dopo l’acquisto, un po’ di olio va a finire sulla candela e volerlo far ripartire è un’impresa da disperati. Nel momento in cui lo infilavo sulla staffa mi è scivolato di mano e si è inclinato, occorre dirlo?, a destra. E’ stato solo un attimo, ma ho avuto lo stesso brutti presentimenti. Prima di andare in acqua ho legato la vela al pennone. Non si sa mai. Il fondale è molto basso, tanto che per guadagnare quattro o cinque metri e avere un minimo di galleggiamento devo puntare il remo sul fondo e spingere con forza. Sempre per via del fondale basso non posso abbassare il motore né tanto meno timone e deriva, perciò decido di allontanarmi a remi per una cinquantina di metri attraverso uno stretto passaggio fra due file di scogli. Le nostre decisioni, però, sono a rischio perfino se prese sulla base del nostro operato, figurarsi se le prendiamo sulla base dell’operato altrui. E’ chiaro, almeno credo, che per altrui intenda quell’incosciente del mio amico pittore, che ha fissato l’alloggio dello scalmo sulla plastica dello scafo con quattro viti autofilettanti, senza curarsi delle crepe e degli squarci prodotti tutt’intorno. E poiché il remo sforza sullo scalmo e questo nel proprio alloggio, la naturale conseguenza è stata quella di veder saltare uno dei remi appena vi ho messo mano. Per fortuna il vento era di un paio di nodi e il mare calmo. In qualche modo sono riuscito a superare gli scogli e ad allontanarmi di poco. Subito dopo ho calato in acqua il motore, ma sotto funesti presagi. Infatti non è partito. Niente motore, niente remi. Per fortuna avevo già legato la vela al pennone. L’ho issata subito. Avrebbe dovuto essere un collaudo, invece era qualcosa di più. E’ andata bene. L’assetto era uno schifo, ma la barca andava. Prima di entrare in porto ho provato anche un paio di virate, poi sono entrato e ho raggiunto l’ormeggio. Quasi dimenticavo. Mentre issavo la vela, dopo i guai con i remi e il motore, mi sono ritrovato con l’acqua alle caviglie. Avevo dimenticato il tappo. Lo avevo in tasca.
A due settimane dalle ultime considerazioni sui significati reconditi di una tazza del cesso, mi è tornata la voglia di scrivere. E’ come una febbricola che viene e va a suo giudizio, e quando te la senti addosso non puoi farci gran ché. Ti siedi davanti al computer e cominci a premere i tasti. A volte non sai nemmeno che accidenti scrivere, ma se insisti, qualcosa viene fuori. L’applicazione della staffa per il motore, per esempio, merita due righe, perché ormai è un problema del passato e fa la sua bella figura dietro la poppa e dà un’impressione di sicura stabilità. Quanto ai soci del club, non hanno ancora spostato le barche, perché il meteo dei fine settimana ci ha messo lo zampino. Di conseguenza, non ho ricevuto solleciti né proteste. In queste giornate di brutto tempo ho passato qualche ora davanti alla TV, in cerca di un film o anche di una trasmissione sportiva, tanto per non perdere del tutto i contatti con gli eventi fondamentali, tipo Formula uno, campionato di calcio, champions, motomondiale. Ho incocciato un paio di volte Enrico Variale, che ormai si riconosce
a fatica. Sguardo spento, occhiali senza riflessi a festa, voce lamentosa e portamento noncurante. Non riesce più nemmeno ad azzeccare un pettegolezzo ad effetto. Se la Juve non torna a vincere, ce lo perdiamo di sicuro. Quanto al motomondiale, se Lorenzo non ce la fa neppure quest’anno, forse deciderà di cambiare mestiere. Sarebbe un ottimo stunt man, nessuno sa cascare meglio di lui. In libreria i gialli sono in crisi per la concorrenza sleale della TV. I giornalisti si appropriano gratuitamente di vicende reali, di morti ammazzati sul serio, e poi si pavoneggiano a raccontare le storie, con dovizia di particolari, come se le avessero scritte loro. Invece le hanno scritte i morti, che non possono neanche reclamare i diritti d’autore. Per la giornata di ieri, il meteo aveva promesso sole e tempo asciutto, perciò mi sono alzato di buon mattino per portare finalmente la barca all’ormeggio. Invece, già alla prima occhiata, la giornata si è presentata umidiccia, con cielo coperto e ragionevoli promesse di pioggia. Siccome mi ero rotto le scatole di vedere la barca a terra, e forse anche lei era incazzata, costretta com’era a restarsene sopra i rulli come una cogliona, quando avrebbe trovato più naturale darsi una sgranchita sopra le onde, ho deciso per entrambi e non ho cambiato programma. Inutile dire che, appena arrivato al club, è cominciato a piovere. Ho aspettato una decina di minuti per capire le vere intenzioni delle nuvole, infine ho deciso che si trattava di goccioline innocue e ho cominciato a spostare la barca sui rulli. Dopo un paio di metri, malgrado il percorso in discesa, i rulli di plastica hanno cominciato a rompere. Nel ruotare accumulavano sabbia sul davanti e si impuntavano come muli. Un paio di chilometri per arrivare a casa, gonfiare un paio di rulli in plastica, altri due chilometri all’incontrario e sostituzione. Problema risolto. La barca è scivolata per una sessantina di metri fino alla riva leggera come una piuma. Ho preso il motore dalla macchina e l’ho applicato alla staffa. Un’operazione semplice, ma anche il motore ha voluto dire la sua. Occorre spiegare che questo cazzo di motore deve sempre essere appoggiato, se a terra, sul lato sinistro e mai, dico mai, neppure durante la navigazione, deve essere inclinato sul lato destro. In tal caso, come mi hanno spiegato dopo l’acquisto, un po’ di olio va a finire sulla candela e volerlo far ripartire è un’impresa da disperati. Nel momento in cui lo infilavo sulla staffa mi è scivolato di mano e si è inclinato, occorre dirlo?, a destra. E’ stato solo un attimo, ma ho avuto lo stesso brutti presentimenti. Prima di andare in acqua ho legato la vela al pennone. Non si sa mai. Il fondale è molto basso, tanto che per guadagnare quattro o cinque metri e avere un minimo di galleggiamento devo puntare il remo sul fondo e spingere con forza. Sempre per via del fondale basso non posso abbassare il motore né tanto meno timone e deriva, perciò decido di allontanarmi a remi per una cinquantina di metri attraverso uno stretto passaggio fra due file di scogli. Le nostre decisioni, però, sono a rischio perfino se prese sulla base del nostro operato, figurarsi se le prendiamo sulla base dell’operato altrui. E’ chiaro, almeno credo, che per altrui intenda quell’incosciente del mio amico pittore, che ha fissato l’alloggio dello scalmo sulla plastica dello scafo con quattro viti autofilettanti, senza curarsi delle crepe e degli squarci prodotti tutt’intorno. E poiché il remo sforza sullo scalmo e questo nel proprio alloggio, la naturale conseguenza è stata quella di veder saltare uno dei remi appena vi ho messo mano. Per fortuna il vento era di un paio di nodi e il mare calmo. In qualche modo sono riuscito a superare gli scogli e ad allontanarmi di poco. Subito dopo ho calato in acqua il motore, ma sotto funesti presagi. Infatti non è partito. Niente motore, niente remi. Per fortuna avevo già legato la vela al pennone. L’ho issata subito. Avrebbe dovuto essere un collaudo, invece era qualcosa di più. E’ andata bene. L’assetto era uno schifo, ma la barca andava. Prima di entrare in porto ho provato anche un paio di virate, poi sono entrato e ho raggiunto l’ormeggio. Quasi dimenticavo. Mentre issavo la vela, dopo i guai con i remi e il motore, mi sono ritrovato con l’acqua alle caviglie. Avevo dimenticato il tappo. Lo avevo in tasca.
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