venerdì 21 ottobre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Mercoledì, 14 settembre 2010. Ieri l’altro ho voluto provare di nuovo la vela, quella di cotone, con il vecchio timone riesumato. Ci ho provato ieri mattina. Sono uscito in mare alle dieci. Due nodi di vento, forse meno. Ore undici, ancora due nodi, forse meno. Ore dodici, sempre due nodi, forse meno. Avrei dovuto portare le canne da pesca. Ci ho riprovato nel pomeriggio. Senza farla tanto lunga, non è arrivato un filo di vento e prova impossibile. Nuovo tentativo ieri mattina, verso le undici e mezzo. Onde in rapida successione, molto alte, che tiravano a diventare veri cavalloni. Le bandiere sembravano garrire al vento, ma solo da lontano. A guardarle da vicino, non erano molto convinte. Comunque sono uscito a motore, mi sono allontanato dal porto a sufficienza per non farmi fregare dal vento che soffiava proprio contro gli scogli. Naturalmente anche le onde correvano in quella direzione, ed erano anche più pericolose, ti spostavano di dieci metri ogni cinque secondi. Arresto il motore e mi alzo in piedi per issare la vela. Però manca qualcosa. Il vento. Neanche otto nodi. Era calato ancora dopo che ero uscito dal porto? In ogni caso, le onde venivano da lontano e niente avevano a che fare con quel vento sifilitico. Issare una vela su quelle onde con quel poco vento era come volersi fare una nuotata contro corrente nel Canale Villoresi. Per chi non lo conoscesse, si trova poco sopra Milano. Ho lavorato per sette mesi, a Milano. Vita frenetica. Al canale andavamo a rinfrescarci d’estate, quando in città si boccheggiava. Ci si tuffava da incoscienti e poi, il tempo di andar giù e di riemergere, avevi già fatto cinquanta metri e se non eri svelto ad aggrapparti ai ferri, in alto, che ancora uscivano dall’invaso in cemento armato, rischiavi di scorrere a valle per qualche chilometro. Qui avrei rischiato di trovarmi addosso agli scogli in meno di cinque minuti e sarei dovuto ricorrere al motore, ma in casi del genere il motore fa sempre cilecca. E’ una regola. Ogni sport comporta un elemento di rischio, anche quelli che si praticano da soli, senza spari alla partenza o sventolio di bandiere sugli striscioni. Farà ridere, ma perfino il jogging comporta qualche rischio. Ogni tanto c’è chi ci rimane stecchito. Valutare la situazione e vedere se non è meglio lasciar perdere e sperare migliori fortune per il giorno appresso. Ho riavviato il motore e sono tornato in porto. Se non ci rispettano gli altri, rispettiamoci almeno da soli, se della nostra vita sembra non freghi più niente a nessuno, vediamo di curarcene almeno noi stessi. Quando dico che della nostra vita non frega più a nessuno, non mi riferisco solo alla gente che viene ammazzata per strada, in casa, sul posto di lavoro durante qualche rapina, negli ospedali per trascuratezza o per incompetenza. Mi riferisco anche a chi perde la vita in competizioni sportive. Lo spettacolo deve andare avanti. In Qatar un giovane centauro di diciannove anni è rimasto schiacciato da due moto che lo hanno investito alla velocità di duecentocinquanta Km. all’ora. Tutto documentato con foto e riprese filmate. Agghiacciante. Con il bacino, lo stomaco e il torace schiacciati è stato portato all’ospedale, incredibilmente ancora vivo, ma è stata questione di un’ora. Poi è morto. Gli organizzatori sapevano che sarebbe morto di lì a poco, ne hanno anche avuto la conferma un’ora più tardi. A nessuno è venuto in mente di fermare la corsa e lo spettacolo è andato avanti fino alla fine. “Non c’era pericolo per gli altri”, questa la motivazione. Forse la morte di un diciannovenne avrebbe meritato maggiore attenzione. Comincio a pensare che su questa terra siamo davvero in troppi e che guerre e terremoti, maremoti ed eruzioni vulcaniche, inondazioni, o meglio esondazioni, come piace divulgare ai media, non siano più sufficienti a ristabilire un equilibrio sempre più distante. Parallelamente all’attivarsi di un meccanismo di autodistruzione, deve anche essersi sviluppato un senso di noncuranza verso le morti violente. Se è vero, si è trattato di un processo inconscio. Il pericolo si presenterà alla naturale conclusione del medesimo, quando ne prenderemo coscienza. Auguriamoci che non arrivi il giorno in cui si esulterà al grido – Uno di meno!- Ieri pomeriggio ho fatto un nuovo tentativo, con una quindicina di nodi, con il risultato che la barca andava bene con le mura a destra e malissimo con le mura a sinistra. Mi sono scervellato per capirci qualcosa, poi stanotte ho avuto una specie di rivelazione. Eliminare la trozza e avanzare gli attacchi dell’argano sui bordi. Stamattina ci ho riprovato. Non è andata male, diciamo meglio di sempre. Dovrò lavorarci ancora un po’.
giovedì 20 ottobre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Domenica, 12 settembre 2010. Ieri sono state commemorate le migliaia di vittime del crollo delle torri al Rockfeller Center di New York. Da qualche parte nel mondo sarà stata una festa. Umanità strana. Un prete pazzo si era proposto di bruciare in pubblico il Corano. I media ci si sono buttati a capofitto e ne hanno fatto un evento epocale. Qualcuno, nel Medio Oriente, ci ha lasciato la pelle. I media operano in base al diritto all’informazione, una specie di trincea inattaccabile. Pare che sia un baluardo della democrazia, anche se fanno ammazzare qualcuno. Se ti azzardi ad aprir bocca ti etichettano come fascista. Per questo nessuno si azzarda ad aprir bocca. Specie i politici. A volte tutto finisce a tarallucci e vino, a volte no, e ci scappa il morto, che avrebbe rinunciato volentieri ad essere informato. I media hanno rotto i coglioni, forse non fa notizia, ma lo scrivo nel rispetto del diritto all’informazione. Chi cavolo sarà stato a mandare proprio sulla Terra questa disgrazia dei media, in particolare questo agente corrosivo delle umane menti che è la televisione? Cerchiamo di capirci, non mi sto chiedendo chi l’ha inventata, perché sarebbe facile risalire perfino ai primordi, quando sarà di certo stata salutata come una sorta di divinità buona, che miracolava l’umanità prolungando il limite della vista fino al più sperduto buco dell’orbe terracqueo. Basterebbe chiedere a Google. Mi riferisco, piuttosto, ai misteriosi equilibri dell’universo, insondabili, che determinano i terremoti e la marca dell’acqua minerale che decidiamo di acquistare al supermercato, di chi è destinato a bere quella avvelenata e di chi no. Il solo figlio di puttana a cui riesco a pensare è il Demiurgo. Secondo gli Gnostici, è stato lui, una sottospecie divina, a creare il mondo, e ci ha anche scaraventato miliardi di uomini e donne a cercare di essere grandi, ricchi, indipendenti ed infelici. A volte, di questi tempi, mi vien da credere che gli Gnostici un po’ di ragione ce l’avessero. Come fa un Dio buono, a creare un’umanità tanto perversa? Anche il concetto della retribuzione celeste -mi comporto bene e vengo premiato, mi comporto male e vengo punito- indurrebbe alla discussione, se non fosse così sgradevole, per un cattolico, pure se non osservante, essere tacciato di eresia. E’ consolante, tuttavia, che a Giobbe una tale accusa venne risparmiata. Nonostante il suo amore per Dio, Giobbe perse tutti i suoi beni e il suo corpo fu coperto di piaghe. Pare anche che la pazienza di Giobbe non fosse inesauribile, come è stato tramandato di generazione in generazione, perché alla fine, unico fra i mortali, non riuscendo a comprendere come la retribuzione celeste si muovesse all’incontrario, chiamò Dio in giudizio. Ovviamente Dio non entrò nel merito, limitandosi a mostrargli la grandezza della creazione e la pochezza, al confronto, delle sue lamentele. Ma non lo punì, anzi, lo premiò. Purtroppo per noi, le vie del Signore sono imperscrutabili. In ogni caso, che gli Gnostici avessero o no un po’ di ragione, oggi ce l’ho con la televisione, con il Demiurgo e con quella puttana di Sofia, sua madre. Per la verità, Sofia apparteneva a una categoria di spiriti che si riproducevano per partenogenesi, perciò chiamarla puttana sarebbe improprio, ma sono in pochi a saperlo e può andar bene lo stesso. Del periodo di cui è orbo il diario ricordo ben poco. Un paio di giorni fa ho provato una vela di cotone, più grande, pennoni più lunghi, ma il risultato non è cambiato di molto. Scarroccio abissale. Ormai sono convinto che si tratti del timone. E’ profondo abbastanza, ma mi pare troppo stretto, e non collabora con la deriva a mantenere la barca in assetto. Ieri ho riesumato un vecchio timone. Ha giaciuto per anni fra reliquie e cimeli del mare e davvero non mi sarei sognato che avessi potuto trovarlo ancora di qualche utilità. Ho speso più di mezza giornata per adattarlo e poterlo infilare in qualche modo dietro la poppa. Stamattina ho fatto una corsa al porto e l’ho innestato. Perfetto. Ma si tratta di una sistemazione precaria che reggerà solo per qualche prova, con mare appena increspato e poco vento. Stamattina invece il mare è mosso, anche parecchio, e un venticinque nodi di Tramontana tirano a farlo incazzare anche di più. Prova rimandata. Finalmente mi sono ricordato di comprare un francobollo e ho spedito una cartolina di San Pietroburgo a mio cugino. Il francobollo e il timbro postale gli sembreranno un po’ fuori latitudine, ma gli uffici postali, all’estero, non sono tutti dietro l’angolo.
mercoledì 19 ottobre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Mercoledì, 1° settembre 2010. Cercare le informazioni sul sito. Ma se sul sito non ci sono, dove cazzo le andiamo a trovare? Accidenti a me e al momento in cui ho consigliato a mia figlia di darsi all’insegnamento. In questi giorni ci sono le assegnazioni di spezzoni per i precari, ma conoscere le date di convocazione per le diverse classi di insegnamento è come voler chiedere la combinazione del caveau di Forte Knox. Se telefoni in Provveditorato non rispondono e se rispondono non sono le persone giuste e aggiungono confusione alla confusione. Abbiamo passato una mattinata al telefono senza cavare un ragno dal buco. Nel pomeriggio sono andato a provare la barca, incazzato nero. Di tutte le disgrazie previste, lo sfilarsi dell’albero, cedimento dello strallo, ecc., non se ne è verificata nessuna, però si è divelto l’occhiello che assicura il timone alla poppa e sono andato a collidere contro il motore di un motoscafo. Quando piove sul bagnato non c’è via di scampo. Quanto alla barca, andava meglio, ma ancora non va bene. Dovrò spostare l’albero ancora più avanti. Adesso sono le quattro e un quarto e sono più incazzato di stamattina. Per sbollire in fretta e riportare l’umore sotto livelli di guardia ho messo un DVD con le note di Smetana, Dvoràk e Mussorgsky. Se non mi aiutano loro, proverò con l’inflazionato Chopin. Dubito che ce la facciano, perché questa non è una semplice incazzatura, ma un accumulo. Ho già detto dei dati fantasma al computer, della rottura del timone e della collisione con il motore del motoscafo. Non ricordo di aver scritto nelle pagine precedenti che giorni orsono sono andato a visualizzare un sito a mio nome, la cui preparazione va avanti da mesi, uno di quelli per la vendita di libri (nel caso specifico si tratterebbe dei miei) che si scaricano direttamente appena effettuato il pagamento con carta di credito. Volevo solo controllare se il programmatore era andato avanti nella preparazione, o se le cose erano ancora allo statu quo. Invece del mio sito trovo la bandiera della Palestina e un Hacher che mi chiede pure di contattarlo e mi lascia l’indirizzo. Vuole che risponda al suo messaggio, che vaneggia in questo modo:
!OWNED BY TEAM MOSTA !!
________________________________________
READ /;
Poi continua:
I AM AN ALGERIAN ATTACKER I WANT SAY FUCK SECUR!TY OK ADMIN ..CYBER CRIMINEL.. MUSILMAN SAY GOD IS BEST NO CHILDREN ,,,, FOR ALL MUSILMAN AND ALL ALGERIAN ,,
Quanti siti ci saranno al mondo su Internet? Non ce n’era un altro da attaccare, magari più impegnato politicamente? Cosa devo rispondergli? Forse che non è questo il modo di trovare simpatizzanti per la sua causa. Comunque, avendo già dissertato sulle incazzature in una pagina precedente, non voglio dilungarmi. Cambiamo argomento. E’ probabile che la musica di quei tre signori abbia prodotto qualche effetto emolliente e che riesca a farmi venire in mente qualcosa di più stimolante. La cattedrale dell’incoronazione, per esempio, all’interno della fortezza del Cremlino, dove venivano incoronati gli zar. A parte le attrattive architettoniche, all’esterno e all’interno, quello che ti colpisce appena ci metti piede è la miriade di icone che ricoprono le pareti. Una vertigine di immagini e di colori. Ogni centimetro adorno di tali toccanti decorazioni. Le icone non sono dipinti. Sono finestre che si aprono sullo spirito, lasciando che vi entri l’anima religiosa del popolo russo. Per questo mi incantano e mi commuovono. E se i russi cercano di impedire che vengano trafugate all’estero, bisogna capirli. Sono frammenti della loro anima.
!OWNED BY TEAM MOSTA !!
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Poi continua:
I AM AN ALGERIAN ATTACKER I WANT SAY FUCK SECUR!TY OK ADMIN ..CYBER CRIMINEL.. MUSILMAN SAY GOD IS BEST NO CHILDREN ,,,, FOR ALL MUSILMAN AND ALL ALGERIAN ,,
Quanti siti ci saranno al mondo su Internet? Non ce n’era un altro da attaccare, magari più impegnato politicamente? Cosa devo rispondergli? Forse che non è questo il modo di trovare simpatizzanti per la sua causa. Comunque, avendo già dissertato sulle incazzature in una pagina precedente, non voglio dilungarmi. Cambiamo argomento. E’ probabile che la musica di quei tre signori abbia prodotto qualche effetto emolliente e che riesca a farmi venire in mente qualcosa di più stimolante. La cattedrale dell’incoronazione, per esempio, all’interno della fortezza del Cremlino, dove venivano incoronati gli zar. A parte le attrattive architettoniche, all’esterno e all’interno, quello che ti colpisce appena ci metti piede è la miriade di icone che ricoprono le pareti. Una vertigine di immagini e di colori. Ogni centimetro adorno di tali toccanti decorazioni. Le icone non sono dipinti. Sono finestre che si aprono sullo spirito, lasciando che vi entri l’anima religiosa del popolo russo. Per questo mi incantano e mi commuovono. E se i russi cercano di impedire che vengano trafugate all’estero, bisogna capirli. Sono frammenti della loro anima.
lunedì 10 ottobre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Martedì, 31 agosto 2010. Ieri è piovuto tutto il giorno e alle undici e mezzo di sera ho dovuto fare una corsa al pontile a sgottare, sperando che gli scrosci fossero cessati lasciandomi dormire in pace. Forte vento e mare agitato. Malgrado ciò, le barche che riposavano riflettendo i bagliori delle lampade sui pontili conservavano un loro misticismo romantico. Abitare in una barca. Un sogno impossibile sin da quando è comparso. E’ arrivato in ritardo, avevo già famiglia. Ma ha conservato tutto il suo fascino, perché è rimasto un sogno. Comunque, ieri notte non è piovuto e neppure stamattina. In cielo, qualche chiazza di sereno, ma per lo più enormi nuvoloni scomposti. Una catena di nuvole basse lungo l’orizzonte, che di solito non portano niente di buono. Il vento viene dai quadranti settentrionali, ma è freddo e non mi pare proprio che abbia intenzione di fare pulizia. Nel pomeriggio farò una scappata al pontile. Smanio dalla voglia di provare la nuova sistemazione dell’albero, ma il mare sarà proibitivo. Forse mi riuscirà di farlo all’interno del porto. Basteranno cinque minuti. Complice il maltempo, ho scritto la parola fine del mio racconto thriller e lo inserirò nel blog nei prossimi giorni, dopo una bella ripulita. Devo dire che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere, ma ancora non riesco a rimettere le mani sul romanzo lasciato a metà. Forse dovrò scriverne un altro, di racconto, o tutta una serie, prima di riuscirci. Tutti quei personaggi, come ibernati in situazioni scabrose, hanno bisogno di riprendere vita, o si sentiranno abbandonati e cominceranno ad apparirmi come incubi notturni. Da Mosca a San Pietroburgo ci siamo trasferiti in treno. Per dire la verità mi ero preparato alla grossa scocciatura di uno sballottamento di otto ore, esperienza che avevo scartato nel ’92, anche perché a quell’epoca, a Mosca, i malviventi erano costantemente dietro l’angolo e c’era anche il rischio di assalti ai treni. Attualmente, invece, l’ordine pubblico nella città appare perfettamente ristabilito, tanto che, difficile da credere, lo scippo è inesistente. Insomma, la sorpresa è stata di ritrovarmi comodamente seduto in un treno modernissimo, con il muso aerodinamico come quello di un jet, e di essere sceso alla stazione di San Pietroburgo dopo quattro ore di viaggio sul velluto. Il primo avvertimento è stato di fare attenzione agli scippatori, perché non siamo più a Mosca e da queste parti rigurgitano. A parte questo, la città si è rivelata all’altezza delle aspettative. Moderna, superba. Voluta da uno Zar sopra fiumi e canali come baluardo contro gli attacchi di altri popoli nordici che precludevano alla Russia uno sbocco sul Baltico, era stata paragonata dal medesimo a una nuova Amsterdam e così avrebbe desiderato che fosse vista da tutti. . Purtroppo si sa bene che l’uomo propone ma non è lui a disporre, pur trattandosi di uno zar. La conseguenza è che il paragone con Amsterdam non sfiora la gente neanche di striscio e questa magnifica città si continua a chiamarla la Venezia del nord. I sontuosi palazzi lungo le rive dei fiumi e dei canali sono tutti della stessa altezza e sembrano una sola, immensa e magnifica costruzione. Questo perché per nessun edificio, fino a una certa data, fu mai autorizzata un’altezza superiore a quella del palazzo dello zar. Si deve dunque a tale forma di rispetto, forse anche di presunzione, uno degli aspetti più caratteristici della città. A sentire i tanti nomi di architetti italiani collegati alla progettazione di palazzi, fortezze e monumenti, c’era da farsi venire le lacrime. Per non parlare del rispetto con il quale la guida scandiva i loro nomi. Di cosa potremmo andare così orgogliosi, oggi? Di fatto, alla sfilata di bellezze architettoniche che offre il giro dei canali in motoscafo non regge il confronto il giro sul Danubio a Budapest, a Salisburgo, né quello sulla Moscova, forse neanche la passeggiata sul bateau mouche lungo la Senna. Quando poi il motoscafo esce sulla Neva, che in quel punto si allarga a dismisura, tanto che per qualche istante si può anche credere di trovarsi sul mare, è tutto uno scintillio di acque, attorniate da fortezze e attraversate da lunghissimi ponti levatoi che congiungono le isole alla terraferma. Si incontrano grosse navi, sulla Neva, fiume di tutto rispetto profondo fino a venticinque metri. All’ormeggio, proprio davanti a una fortezza, (di Sant’Antonio, credo), è ancorato, tirato a lucido, l’incrociatore Aurora, dal quale partì il famoso colpo di cannone che diede il via alla rivoluzione. Il valore estetico di questa città è immenso, come il piacere che ho avuto nel visitarla. Mi rendo conto di sembrare una guida turistica, ma non ho mai dimenticato, neanche per un istante, di venire dall’Italia, il paese più ricco di luoghi di sogno e di tesori artistici. Il fatto è che non mi aspettavo tanto, da San Pietroburgo. Se mi sforzo di ricordare un altro luogo che mi abbia tanto stupito, senza però entusiasmarmi allo stesso modo, le prime cose a venirmi in mente sono i grattacieli di Manhattan e in particolare le torri gemelle, e tutto ciò che ormai non si può più ammirare dalla più alta. Stamattina ho sbagliato le previsioni. Il vento si è intiepidito e ha fatto una bella pulizia. Verso le quattro ho fatto un salto al pontile. Ho finito di sgottare la poca acqua lasciata ieri sera ma non ho provato la vela nel porto. Troppe installazioni provvisorie rispetto alla forza del vento. Potrebbe sfilarsi l’albero, saltare lo strallo e altre amenità del genere. L’ultima cosa che mi serve è una collisione contro uno dei preziosi yacht che prendono il sole all’attracco.
lunedì 3 ottobre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Lunedì, 30 agosto 2010. Giornata di pioggia e di sole. La temperatura si è abbassata. Sollievo generale. Sono curioso di sentire cosa diranno quando farà freddo. Sembra che la protesta sia un bisogno primario dell’umanità. Vuoi o non vuoi, malgrado tutto il progresso tecnologico, non c’è scampo, tocca all’uomo adeguarsi alla natura. Dio ci scampi, se dovesse mai accadere il contrario. Sopravvivere a una natura superba, avara, lussuriosa, invidiosa, iraconda, accidiosa e disonesta sarebbe molto al di sopra delle umane forze. Dunque, adeguiamoci. Copriamoci con il freddo e scopriamoci con il caldo. Immergiamoci nei laghi, nei fiumi, nel mare, se scoprirsi non basta, trastulliamoci con il ronzio dei condizionatori, ma non protestiamo. Intabarriamoci dentro cappotti, giubbetti e piumini, soffochiamoci con il riscaldamento centrale, ma per favore non protestiamo se fa freddo. Diamoci un’occhiata attorno, un’occhiata attenta. Protestare per il caldo o il freddo, è una mancanza di rispetto per chi i guai ce li ha per davvero. Ma soprattutto non protestate perché mi sono stufato di sentire e mi sono rotto i coglioni! Chiarito il punto, passiamo a un bisogno secondario. Le gite. Sinonimo di vacanze, relax, divertimento. A Mosca mi sono sentito dire dalle assistenti dell’agenzia che avevamo un’ora per la pausa pranzo. Chiarisco. Appena arrivati, ci hanno subito informato che c’erano escursioni incluse nel prezzo e altre, facoltative, a pagamento. Avrebbero specificato gli orari nella bacheca speciale dell’albergo. Finita la prima escursione al mattino, siamo rientrati alle due per il pranzo, poi siamo andati a vedere l’orario per quella facoltativa, per la quale il pagamento era stato effettuato in anticipo, in mattinata. Partenza ore tre. Quando ho detto all’assistente che non ce la sentivamo di ripartire con il pranzo ancora mal digerito, e avremmo preferito cambiare con l’escursione notturna, prevista per dopo cena, mi ha quasi riso in faccia specificando che la pausa pranzo era di un’ora e che non era possibile lo spostamento. Avrei voluto dirle che non ero andato a Mosca per fare il muratore, ma aveva la faccia da stronza e me lo sono risparmiato. Alle tre mi ha pure telefonato in camera, per avvertire che stavano partendo. Quando le ho ricordato il nostro infelice dialogo di poco prima ha detto –O.K. allora lei e sua moglie non venite!- Le ho detto che non era per niente OK, che avrebbe dovuto richiamare prima la mia attenzione sull’esiguo divario tra il pranzo e la ripartenza e avrei anche voluto aggiungere brutta stronza! , ma anche stavolta me lo sono risparmiato. Nello stesso inconveniente devono essere incappati anche altri, perché da quel giorno le gite facoltative sono state sabotate a sangue e lo stereotipato sorriso delle assistenti ha perso vigore e molto del suo smalto originario. Ritengo che abbiano visto andare in fumo grosse percentuali. Verso la fine del soggiorno a Mosca, le signorine ci hanno graziosamente informato che è consuetudine, da quelle parti, lasciare una mancia per la guida e per l’autista. Quindici e quindici a cranio, per noi sessanta euro in totale. Considerando che ci aspettavano altri tre giorni a San Pietroburgo, un’altra guida e un altro autista, e alla fine avremmo sborsato centoventi euro di mancia, ho cominciato a pensare che qualcuno fosse andato fuori di testa. Ho tastato un po’ il terreno e anche gli altri la pensavano come me. Tacitamente abbiamo deciso per una mancia a discrezione e tanti saluti. Viaggio istruttivo. Dopo il sabotaggio delle gite a pagamento e la drastica riduzione delle mance faraoniche potremmo redigere un manuale di istruzioni su come rendere inoffensive assistenti di viaggio avide. Con il russo me la sono cavata abbastanza, anche perché non ho dovuto chiamarlo in causa molto spesso. Alla reception e nei negozi, contrariamente a quanto accadeva una quindicina di anni fa, parlavano molto bene l’inglese. Per lo più, se mi sono dovuto servire del russo, è stato in albergo con le donne delle pulizie. Devo dire che ha avuto una funzione fondamentale, perché a volte venivano quando eravamo ancora in camera, e dovevo spiegare a che ora saremmo usciti e quando saremmo tornati, in modo che sapessero regolarsi e non lasciassero la camera disfatta e soprattutto senza asciugamani puliti. Ho avuto anche modo di constatare, nel mio russo, delle falle abissali. Quindici anni di totale abbandono. Sono stato un disgraziato, lo confesso e me ne pento. Tanto che ho ripreso in mano dei vecchi appunti. Mi sono costati sudore e sangue, ma risvegliano anche tanti bei ricordi. Alternanza di gioia e sofferenza, il trucco divino che ti consente di vivere. E’ un vecchio detto che chi conosce un’altra lingua, oltre la propria, vale per due persone. Io dovrei valerne sei, se le conoscessi tutte allo stesso livello e quel detto non fosse sfacciatamente esagerato. Ci sono situazioni, però, in cui rischi esaltazioni pericolose. Se in un gruppo sei l’unico a conoscere la lingua del posto, o anche soltanto l’inglese, ti senti guardato con rispetto, ammirazione e anche un po’ di invidia. Di fronte a ogni ostacolo, specie se si tratta di un contrattempo, gli altri si aggrappano a te come a un salvagente. Di colpo ti fanno sentire importante e rischi di sentirti tale davvero. Per quel che mi riguarda, non c’è pericolo. Mi basta pensare a come mi sento davanti a un computer che fa i capricci.
venerdì 30 settembre 2011
diario di un qualsiasi nessuno
Domenica, 29agosto 2010. Venerdì ho provato di nuovo la vela. Con il nuovo accorgimento suggeritomi da Roberto, il pittore, stavolta ero sicuro di farcela. Per la verità fischiavano almeno ventisette nodi di scirocco e con la vela incerta c’era qualche rischio. Non ho resistito. Con quel vento la vela avrebbe detto la verità, tutta la verità. E infatti così è stato. L’ho issata una prima volta, e la prua si è messa quasi completamente in direzione del vento, avanzando lentamente, troppo lentamente, lasciando le onde libere di portarmi a spasso a loro piacimento. Ho tirato giù tutto e con il motore mi sono riportato al riparo degli scogli, ho spostato in avanti l’attacco della drizza sul pennone alto, poi ho issato di nuovo e riprovato. Stavolta la vela si raggrinzava, non pigliava il vento e sembrava volersene andare per proprio conto. Di nuovo tiro giù tutto e mi riporto a ridosso degli scogli. Abbandono il dispositivo miracoloso di Roberto, ripristino l’attacco del pennone alto e abbasso tutto l’assetto di una ventina di centimetri. Isso di nuovo. Pare che vada un po’ meglio, ma l’orza è ancora eccessiva e sono ancora in balia delle onde. Provo a virare. Meglio lasciar perdere. Tra l’altro, la pressione del vento sulla vela poco più che ferma potrebbe combinare guai. Di nuovo tiro giù tutto, evito di incazzarmi, tanto non servirebbe gran ché, e rientro. Attracco e faccio un po’ di conti. Con l’albero a prua, assicurato in un apposito congegno metallico, tra l’altro comodissimo perché non richiede lo strallo e neppure le sartie, la barca poggiava in modo indecente e non era possibile stringere il vento. Ora, dopo aver spostato l’albero al centro, accade il contrario. Orza eccessivamente e di poggiare non si parla neppure. Se due più due fa ancora quattro, devo trovare una via di mezzo. Comincio subito a darmi da fare e sposto l’albero di una trentina di centimetri in avanti. La sistemazione è provvisoria e precaria e questo cavolo di scirocco sta pure rinforzando e non è il caso di continuare le prove. Rientro e attracco. Se ne riparlerà. Due giorni dopo il rientro avevo appuntamento con l’otorino. Dannati tappi agli orecchi, accumulo di cerume che ogni due o tre anni mi fa diventare sordo. Vado all’ASL, e il primo inghippo è allo sportello. La doc ha scritto visita otorinolaringoiatrica sull’impegnativa, ma io non sono venuto per una visita, devo solo farmi togliere i tappi. A quanto pare c’è differenza: Sette euro di ticket per i tappi, diciassette per la visita. L’impiegata risolve consentendomi di pagare in seguito, facendo specificare all’otorino se mi ha visitato o si è limitato a sturarmi gli orecchi. Ragazza intelligente. Vado dall’otorino e aspetto davanti alla porta. Davanti a me, una famiglia islamica. Moglie, marito e due bambini. Dalla porta di fronte esce una dottoressa e invita i genitori ad entrare. Osservo di due fratellini, forse cinque, forse sei o sette anni, mentre aspettano. Giocano, in ogni atteggiamento una dimostrazione di affetto, ogni tanto si abbracciano perfino, con tenerezza. Si vogliono bene, devono volersene tanto. Viene da chiedersi per quale sortilegio la gente di questo mondo possa cambiare in modo tanto drammatico. Si apre la porta e appare l’otorino. Donna. Resta sulla soglia con un’aria sconcertata. Discute con una paziente. Anche lei ha l’aria sconcertata. Manca l’acqua calda e dovrà tornare il giorno dopo. Anch’io dovrò tornare il mattino seguente. Per stappare gli orecchi c’è bisogno di acqua calda. Prima di tornare, però, faccio un salto dalla doc per cambiare la dicitura sull’impegnativa. La doc è in ferie, trovo un sostituto che comincia a smoccolare perché quelli dell’ASL non possono pretendere di insegnare ai medici come si redige un’impegnativa. Quando smette di smoccolare, la butta giù di fretta e me la consegna. All’ASL finalmente c’è acqua calda e l’otorino, ragazza affabile e simpatica, compie egregiamente l’opera. Ringrazio e vado a pagare. Nuovo inghippo. Allo sportello mi chiedono se mi sono fatto sturare un orecchio o entrambi. Entrambi, naturalmente, le dico. Invece la faccenda non è tanto scontata, perché sono sette euro e rotti per ciascun orecchio. Insomma, mi sono sorbito tutti i moccoli del doc sostituto per risparmiare, alla fine, un paio di euro. C’è chi dice che nella vita è il percorso che conta, non il risultato. Nella fattispecie mi permetto di dissentire. Adesso il mio udito è a posto, e questo è il risultato. Quanto al percorso, non riesco a entusiasmarmene. Ieri il tempo si è messo al brutto e ha minacciato pioggia per quasi tutto il giorno. Sul tardi, turbini di vento. Ho aperto la porta di casa per vedere cosa succedeva, cominciava anche a piovere. Me ne sono andato a letto sperando che non ne venisse giù tanta da riempirmi la barca. Stamattina alle sette sono corso al porto a sgottare. Sorpresa, la barca era quasi asciutta. Quella prima pioggia, sul tardi, non aveva avuto seguito. Però il vento aveva soffiato forte. Sono corso al circolo dei velisti. Le barche erano tutte in ordine, incluso il Vaurien. Solo un enorme catamarano aveva tentato di decollare ed era finito con l’albero sopra la recinzione di una piscina. Nient’altro da segnalare.
diario di un qualsiasi nessuno
Sabato, 28 agosto, 2010.
Provo a rimettere le mani su questo diario a distanza di un bel po’ di tempo, ma sono le otto di mattina e ho il cervello ancora ovattato di sonno. Penso che dovrei riprendere dai giorni precedenti la partenza per Mosca. Dalla TV si era appreso che molti aerei avevano trovato difficoltà ad atterrare ed erano stati dirottati in altri aeroporti. Telefono alla Farnesina, e mi dicono che sì, c’è stato qualche inconveniente, ma alla fine tutto si è risolto. Telefono all’Alitalia, dove il servizio informazioni, devo dire, è efficientissimo, e mi rispondono che i nostri sono tutti atterrati regolarmente. E gli altri? Riesco a reprimere la domanda e a risparmiarmi la risposta, del resto prevedibile, che delle altre compagnie nulla sanno e neanche gli frega di saperne e che in ogni caso l’informazione dovrei chiederla a loro. Di giorno in giorno le immagini alla TV si fanno meno fosche, la basilica con le cupole a cipolla in fondo alla Piazza Rossa non è più un’ombra cupa e minacciosa che incombe su incolpevoli turisti, meno gente si protegge la bocca con le mascherine. Ci si sentirebbe indotti a un cauto ottimismo, ma alla TV sembrano prevalere profeti di sciagure. Vengono tirate in ballo le centrali nucleari. Aree inquinate in passato dalle radiazioni sono state toccate dagli incendi e sembra che il fuoco abbia riesumato dal sottosuolo elementi radioattivi che riposavano in pace da decenni e li stia spargendo in quantità, complice il vento, in tutte le direzioni. Però gli esperti sono in disaccordo. Meno male. Secondo alcuni siamo di fronte a una nuova Chernobyl, secondo altri sono tutte cazzate (loro si sono espressi diversamente). A due giorni dalla partenza veniamo convocati in agenzia. L’insistenza della Farnesina nello sconsigliare le partenze per Mosca deve aver sortito qualche effetto. Ci viene offerta l’alternativa di un viaggio in Scozia, di cui usufruire entro il 31 ottobre. A volte è difficile capire cosa accade nel momento in cui viene presa una decisione. Dopo settimane di remore e incertezze, a momenti anche di paura, sia mia moglie che io decidiamo all’unisono di partire. Forse arriva il momento in cui ci si stanca della prudenza, dei timori, dell’indecisione. Sì, deve essere proprio l’indecisione che ti porta dritto allo sfinimento. Una volta deciso, ti trovi in una situazione tutta nuova. Hai di fronte a te l’azione. Devi solo darti una svegliata e fronteggiarla al meglio. Gli aerei dell’Alitalia mi hanno sempre ispirato fiducia. Mi fanno sentire al sicuro. Non saprei spiegarne la ragione, ma forse è perché non hanno colori sgargianti, sono un po’ anonimi, come quella poca gente che si fa i cazzi suoi senza cercare di mettersi in vista a tutti i costi, sforzandosi di apparire più di quel che è in realtà rischiando pericolosi scivoloni. A bordo, una sola hostess, e questo non è un punto a favore. Le donne, per quanto siano scadute in femminilità, sono sempre più graziose degli uomini, sorridono diversamente, si muovono diversamente, quasi con un fruscio. Gli steward non frusciano quando ti passano accanto, c’è poco da dire. E’ come un remake dove gli attori sono stati scelti male e non reggono il confronto con il film originale. E’ solo un fatto estetico, via dalla mente certi pensieri. Anche se non posso fare a meno di ricordare le avances di una hostess in un volo della TWA diretto a New York. Non si era accorta che viaggiavo insieme a mia moglie, e in quel momento era in bagno. Insomma, nella vita può capitare di tutto, e proprio quando meno te lo aspetti, ma riguardo alle hostess, insisto sul fatto estetico. Ogni momento dell’esistenza può essere fonte di ricordi. Quando mi portano il pranzo, per esempio. Frutta, insalata, formaggini, crackers, mi pare anche un po’ di salmone, insomma, poco più di uno snack. Mi torna in mente il primo volo, su un DC8 dell’Alitalia, il primo pranzo in aereo. Un abbondante piatto di cannelloni fumanti, l’unico che mi sia mai stato servito in volo, per quanti siano stati gli aerei presi da quel primo giorno fino ad oggi. Tout passe, tout lasse, tout casse. C’est la vie. Mi si perdoni il francese, ma in certe espressioni i nostri cugini suonano molto convincenti. Quando tocchiamo terra non manca il solito applauso cretino, parte di una tradizione cretina che ormai va avanti da una serie di generazioni cretine. Ricordo l’atterraggio di un Boeing di una compagnia giapponese, che si è sbilanciato e quasi tocca la pista con un’ala, altri che mi hanno sballottato come un mare in tempesta, tutti applauditi. Il solo motivo cui riesco a pensare è uno sfogo liberatorio dalla tensione del volo. A novemila metri di quota una certa dose di strizza, chi più chi meno, palese o nascosta, ce l’hanno tutti. Con i primi cartelli riprendo i primi contatti don il russo, ma mi accorgo subito di averlo trascurato in modo indecente. Il controllo passaporti, una fila interminabile, lenta, asfissiante. Ho una fifa del diavolo. Solo da poco mi sono accorto che il nome sul visto è sbagliato. Due C al posto di due Z. Si sono confusi con il cirillico e spero tanto che lo stesso succeda alla ragazza che effettua il controllo. Ha un’aria molto seria e professionale, non solo, ha anche una divisa militare. Le consegno i documenti. Lei apre il passaporto e mi da una sbirciata. Scrive qualcosa al computer e mi fa cenno di passare. Così vengo accolto, per la terza volta, nella Grande Madre Russia. Fuori, ci aspettano le assistenti dell’agenzia. Ci caricano su un autobus e ci scaricano in un albergo a quattro stelle. Ci viene assegnata un’ottima stanza. Luccica di pulito e ha il condizionatore. A questo punto ci viene in mente che non siamo in Italia e ci lanciamo alla ricerca del bidet. Manco a dirlo, non c’è. Pare che tocchi ai discendenti dell’antica Roma, per quanto pigri e svogliati, continuare a diffondere perle di civiltà fra la barbarie d’oriente e d’occidente. Se no, come ci laviamo il culo quando andiamo a casa loro?
Provo a rimettere le mani su questo diario a distanza di un bel po’ di tempo, ma sono le otto di mattina e ho il cervello ancora ovattato di sonno. Penso che dovrei riprendere dai giorni precedenti la partenza per Mosca. Dalla TV si era appreso che molti aerei avevano trovato difficoltà ad atterrare ed erano stati dirottati in altri aeroporti. Telefono alla Farnesina, e mi dicono che sì, c’è stato qualche inconveniente, ma alla fine tutto si è risolto. Telefono all’Alitalia, dove il servizio informazioni, devo dire, è efficientissimo, e mi rispondono che i nostri sono tutti atterrati regolarmente. E gli altri? Riesco a reprimere la domanda e a risparmiarmi la risposta, del resto prevedibile, che delle altre compagnie nulla sanno e neanche gli frega di saperne e che in ogni caso l’informazione dovrei chiederla a loro. Di giorno in giorno le immagini alla TV si fanno meno fosche, la basilica con le cupole a cipolla in fondo alla Piazza Rossa non è più un’ombra cupa e minacciosa che incombe su incolpevoli turisti, meno gente si protegge la bocca con le mascherine. Ci si sentirebbe indotti a un cauto ottimismo, ma alla TV sembrano prevalere profeti di sciagure. Vengono tirate in ballo le centrali nucleari. Aree inquinate in passato dalle radiazioni sono state toccate dagli incendi e sembra che il fuoco abbia riesumato dal sottosuolo elementi radioattivi che riposavano in pace da decenni e li stia spargendo in quantità, complice il vento, in tutte le direzioni. Però gli esperti sono in disaccordo. Meno male. Secondo alcuni siamo di fronte a una nuova Chernobyl, secondo altri sono tutte cazzate (loro si sono espressi diversamente). A due giorni dalla partenza veniamo convocati in agenzia. L’insistenza della Farnesina nello sconsigliare le partenze per Mosca deve aver sortito qualche effetto. Ci viene offerta l’alternativa di un viaggio in Scozia, di cui usufruire entro il 31 ottobre. A volte è difficile capire cosa accade nel momento in cui viene presa una decisione. Dopo settimane di remore e incertezze, a momenti anche di paura, sia mia moglie che io decidiamo all’unisono di partire. Forse arriva il momento in cui ci si stanca della prudenza, dei timori, dell’indecisione. Sì, deve essere proprio l’indecisione che ti porta dritto allo sfinimento. Una volta deciso, ti trovi in una situazione tutta nuova. Hai di fronte a te l’azione. Devi solo darti una svegliata e fronteggiarla al meglio. Gli aerei dell’Alitalia mi hanno sempre ispirato fiducia. Mi fanno sentire al sicuro. Non saprei spiegarne la ragione, ma forse è perché non hanno colori sgargianti, sono un po’ anonimi, come quella poca gente che si fa i cazzi suoi senza cercare di mettersi in vista a tutti i costi, sforzandosi di apparire più di quel che è in realtà rischiando pericolosi scivoloni. A bordo, una sola hostess, e questo non è un punto a favore. Le donne, per quanto siano scadute in femminilità, sono sempre più graziose degli uomini, sorridono diversamente, si muovono diversamente, quasi con un fruscio. Gli steward non frusciano quando ti passano accanto, c’è poco da dire. E’ come un remake dove gli attori sono stati scelti male e non reggono il confronto con il film originale. E’ solo un fatto estetico, via dalla mente certi pensieri. Anche se non posso fare a meno di ricordare le avances di una hostess in un volo della TWA diretto a New York. Non si era accorta che viaggiavo insieme a mia moglie, e in quel momento era in bagno. Insomma, nella vita può capitare di tutto, e proprio quando meno te lo aspetti, ma riguardo alle hostess, insisto sul fatto estetico. Ogni momento dell’esistenza può essere fonte di ricordi. Quando mi portano il pranzo, per esempio. Frutta, insalata, formaggini, crackers, mi pare anche un po’ di salmone, insomma, poco più di uno snack. Mi torna in mente il primo volo, su un DC8 dell’Alitalia, il primo pranzo in aereo. Un abbondante piatto di cannelloni fumanti, l’unico che mi sia mai stato servito in volo, per quanti siano stati gli aerei presi da quel primo giorno fino ad oggi. Tout passe, tout lasse, tout casse. C’est la vie. Mi si perdoni il francese, ma in certe espressioni i nostri cugini suonano molto convincenti. Quando tocchiamo terra non manca il solito applauso cretino, parte di una tradizione cretina che ormai va avanti da una serie di generazioni cretine. Ricordo l’atterraggio di un Boeing di una compagnia giapponese, che si è sbilanciato e quasi tocca la pista con un’ala, altri che mi hanno sballottato come un mare in tempesta, tutti applauditi. Il solo motivo cui riesco a pensare è uno sfogo liberatorio dalla tensione del volo. A novemila metri di quota una certa dose di strizza, chi più chi meno, palese o nascosta, ce l’hanno tutti. Con i primi cartelli riprendo i primi contatti don il russo, ma mi accorgo subito di averlo trascurato in modo indecente. Il controllo passaporti, una fila interminabile, lenta, asfissiante. Ho una fifa del diavolo. Solo da poco mi sono accorto che il nome sul visto è sbagliato. Due C al posto di due Z. Si sono confusi con il cirillico e spero tanto che lo stesso succeda alla ragazza che effettua il controllo. Ha un’aria molto seria e professionale, non solo, ha anche una divisa militare. Le consegno i documenti. Lei apre il passaporto e mi da una sbirciata. Scrive qualcosa al computer e mi fa cenno di passare. Così vengo accolto, per la terza volta, nella Grande Madre Russia. Fuori, ci aspettano le assistenti dell’agenzia. Ci caricano su un autobus e ci scaricano in un albergo a quattro stelle. Ci viene assegnata un’ottima stanza. Luccica di pulito e ha il condizionatore. A questo punto ci viene in mente che non siamo in Italia e ci lanciamo alla ricerca del bidet. Manco a dirlo, non c’è. Pare che tocchi ai discendenti dell’antica Roma, per quanto pigri e svogliati, continuare a diffondere perle di civiltà fra la barbarie d’oriente e d’occidente. Se no, come ci laviamo il culo quando andiamo a casa loro?
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