lunedì 14 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

14 novembre2011 - TRENTA SECONDI (QUINTA PARTE)


-Vorrei essere aggiornato sulle indagini, se non le dispiace- La forma della richiesta è cortese, ma con venature di arroganza.
-Direi che è un po’ presto. In ogni caso, i particolari delle indagini in corso sono riservati, purtroppo anche per lei. Questo per evitare ogni possibile intralcio. Quanto ai risultati, sarà ovviamente il primo ad esserne informato- Chiarezza, innanzitutto, specie con i boriosi.
-Posso sperare in una soluzione rapida?-
-Certo, ci spero anch’io- Questo il succo della conversazione, da cui emerge l’urgenza di conoscere il nome dell’assassino. Perché tanta fretta? Non è per il costo del protrarsi delle indagini. Il denaro è la sua ultima preoccupazione.
-Senti, Perretti- dice al suo amico, se avessero arrestato tua moglie ingiustamente, ti interesserebbe di più che fosse scagionata o che venisse scoperto il vero colpevole?- Perretti ci pensa un momento.
-A me pare la stessa cosa, ma se proprio devo scegliere mi basterebbe che fosse scagionata-
-Non è la stessa cosa, ma è quello che volevo sentire- Perretti ci ripensa per qualche attimo.
-Hai ragione-, dice, -non è la stessa cosa-
-Secondo te, perché qualcuno dovrebbe vedere le cose al contrario e dare priorità alla scoperta dell’assassino?- Perretti ci pensa un momento, ma non è facile rispondere.
-Non lo so, ma è strano. E’ come se dovesse trovarlo per qualche altro motivo-
-Quindi, non per scagionare la donna-, conclude Olindo. –Sai che l’ho sospettato fin dall’inizio? Mi fa piacere che lo pensi anche tu- E’ solo un primo passo alla ricerca di un movente, ha ancora molta strada davanti a sé.
-Un’indagine è una partita a scacchi, ma né io né te abbiamo mai imparato. Peccato, perché ora bisogna muovere delle pedine. Ci proviamo insieme?-
-Ma certo-, approvò Perretti, poco convinto che gli sarebbe stato di grande aiuto.
-La prima pedina è il morto. Lavora nel reparto progetti di una grossa fabbrica di cosmetici. Quarant’anni, scapolo. La seconda pedina è l’accusata. Lavora quasi a contatto di gomito con la vittima. Trentacinque anni, nubile. La terza è Teresa Zannini, universitaria, corso di Biologia. Venticinque anni. Passa per caso ed è testimone dei fatti, ma solo in parte. La quarta è il sedicente innamorato, più interessato a scovare l’assassino che a scagionare la ragazza-.
-E i reperti?- fa timidamente Perretti.
- Ma certo-, approva Olindo, -Sono sempre di grande aiuto e a volte anche decisivi. Mettiamo al primo posto la scarpa della ragazza, prova determinante e inconfutabile della sua presenza sul luogo del delitto. Al secondo, l’automatica inceppata addosso al morto. Al terzo, la metà di un biglietto da dieci euro, di cui non è stata rinvenuta l’altra metà. Al quarto, la pennetta del computer, che secondo gli ultimi aggiornamenti era vuota. Al quinto, il computer, il cui contenuto è sconosciuto alla stampa. Al sesto, i frammenti di bottiglia e il liquido sparso sul pavimento. Sei d’accordo?-
-Ma certo- fa Perretti, che segue attento.
-Tutti questi fattori hanno interagito fino al momento dell’omicidio e oltre. Si tratta di stabilire come. In tutto il guazzabuglio, il primo problema da risolvere e quello della porta chiusa dall’interno- Olindo si ferma per una breve pausa di riflessione.
-La ragazza non può essere uscita correndo e poi aver chiuso la porta dall’interno, perciò la situazione va, deve essere pensata in modo diverso, non credi?-
-Che vuoi dire?-, chiede Perretti.
-Che nessuno può avere da obiettare se si sostiene che la porta può essere stata chiusa solo da una persona all’interno-
-Ma all’interno c’era il morto-, dice Perretti, pur sapendo che Olindo ha già in mente qualcosa.
-E’ vero-, concorda infatti Olindo. –E’ un ostacolo insormontabile, a meno che non si torni a ragionare in modo coerente e non si arrivi a pensare che all’interno ci fosse un uomo vivo-. Perretti naturalmente vorrebbe ripetere che era morto, ma tace.
-Siccome erano solo in due- dice Olindo chiudendo gli occhi per una maggiore concentrazione, -bisogna credere per forza che la ragazza sia uscita mentre il morto era ancora vivo e che sia stato proprio lui a chiudere la porta- Una nuova pausa. Sentiva che lentamente si stava avvicinando alla soluzione.
-Ma allora, chi l’ha ammazzato?- fa Perretti, sicuro che Olindo ha anche una spiegazione. Invece non ce l’ha ancora, ma ha di nuovo gli occhi chiusi.
-Non lo so,- gli risponde,-ma siamo proprio sicuri che è stato ammazzato? Mancano ancora il movente e l’arma del delitto. La ragazza è uscita senza oggetti in mano e niente è stato trovato per le scale-. Una nuova pausa. Stringe le palpebre sugli occhi come per spremere il cervello.
-Siamo sicuri che l’hanno ammazzato?- ripete, con maggiore convinzione.
-Un sacco di gente si ammazza da sola, dentro casa-, dice Perretti, - cade dalle scale, scivola, cade dalle finestre, dai balconi, piglia fuoco…- Era giusto quello che aveva in mente Olindo.

domenica 13 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

13 novembre 2011 - TRENTA SECONDI (quarta parte)


No-, si limita a rispondere, -la contatterò io-.
L’uomo se ne va e Olindo rimane solo. Guarda il denaro sulla scrivania, un bel colpo, ma dovrà trovare il modo di guadagnarselo. E’ il momento di accendere la sigaretta e mettere in moto qualche miliardo di cellule cerebrali. Prende il giornale che stava leggendo Perretti e scorre rapidamente l’articolo. I particolari non mancano, i giornalisti sono più ficcanaso dei detective. La situazione della ragazza, stando ai fatti, appare senza via di uscita. Una testimone la vede scappare subito dopo una colluttazione con la vittima, la sua scarpa sulla scena del crimine, evidentemente sfilatasi durante una fuga precipitosa. Per la polizia ce n’è d’avanzo, tanto che il particolare della porta chiusa dall’interno appare trascurabile. Pensano di risolverlo in un secondo tempo, è evidente. Dalle ultime indagini è emerso che la pistola trovata sul cadavere era inceppata. Quando aveva cercato di sparare, la vittima, senza riuscirci? Non c’era movente e neppure era stata rinvenuta l’arma del delitto. Particolari importanti, anch’essi ritenuti trascurabili. Per cominciare un lavoro serio, deve prima considerare i personaggi della storia, le possibilità di intreccio dei ruoli. Chi é il tizio che senza battere ciglio gli ha lasciato una grossa cifra in anticipo, per trovare l’assassino? La ragazza è davvero la sua amante? Perché sembrava più interessato a trovare l’assassino che a scagionare la donna? Per cominciare, prende la web cam nascosta fra i libri dietro la scrivania, la collega al computer e ne estrae un fotogramma soddisfacente. Ne stampa un paio di copie, poi fa un numero di telefono.
-Ciao, sono Olindo, hai un minuto?-
-Ciao. So già che è una rottura, ma un minuto non si nega a nessuno- Il tono è allegro, ma cauto. Le richieste di Olindo comportano spesso qualche rischio.
-Ti mando una foto, vorrei sapere chi è. Nient’altro-
-Lo sapevo. E’ un pregiudicato?-
-Non lo so, prova a vedere. Per favore-
-Mi mancano due anni per la pensione. Se mi cacciano, mi assumi tu?-
-Ci puoi giurare. Ma non ti cacciano. Ti mando una mail al solito indirizzo- Bellucci è un amico. Se può, lo aiuterà.
-E va bene. Ti richiamo-
-Guarda, che è urgente- insiste.
-Vattene al diavolo-. Lo sa che non dice sul serio. Sarebbe il caso di fare un sopralluogo sulla scena del delitto, ma la porta sarà ancora sigillata. Sarebbe il caso di parlare con la ragazza, ma forse non è ancora possibile. Sarebbe il caso di parlare con il suo avvocato, e questo è possibile. Vale la pena di fare un primo tentativo sulla rete. Nessun nuovo particolare, ma c’è anche il nome dell’avvocato. Si chiama Rosa Piani, non c’è indirizzo. Elenco telefonico, colpo di fortuna. Ci sono diverse Piani, ma un solo avvocato. Digita il numero, senza starci a pensare. L’avvocato è in tribunale, dovrà riprovare verso le cinque del pomeriggio. Bingo. Potrebbe anche voler collaborare. Che altro può fare, mentre aspetta? Il computer e la pennetta. Sapere cosa contenevano potrebbe essere di aiuto. Sta tornando Perretti, sente i suoi passi per le scale.
-Com’è andata?- Perretti risponde con un’aria soddisfatta. Tira fuori millecinquecento euro dalla tasca interna e li mette sul tavolo.
-E quelli cosa sono?- si sorprende, notando il denaro sul tavolo.
-Carburante, carburante per andare avanti- Perretti lo guarda disorientato.
-Porta tutto in banca- gli dice, -e paga le bollette. Se arrivi tardi, fallo nel pomeriggio. Poi ti spiego- Infila il giubbotto e se ne va a casa. A pranzo, la moglie gli serve un passato di verdure con il riso e un resoconto dettagliato di una lunga telefonata con la figlia, che ha trovato lavoro a Milano. Un piccolo problema di salute sembra scomparso, il lavoro va bene, l’unico problema è la distanza dal fidanzato, che sta frequentando un master negli Stati Uniti. Ingegneria elettronica. Finito il pranzo, fila a letto per un riposino. Di solito lo aiuta a riordinare le idee. Alle cinque prende la macchina e si reca dall’avvocato. L’indirizzo era sull’elenco. Non ha appuntamento, ma ci prova lo stesso. Ha fortuna. L’avvocato avrà quarant’anni, ha un bell’aspetto e sembra un tipo sveglio. Quando le dice del suo incarico, appare interessata, ma ha una notizia che brucia sul nascere ogni speranza di conoscere le dichiarazioni dell’accusata. Da quando è stata arrestata è in stato confusionale, non è in grado di riferire niente dell’accaduto. Non può essere di aiuto, almeno fino a quando non recupera il senno. L’avvocato imposterà la difesa sul particolare della porta chiusa dall’interno e sulla mancanza dell’arma del delitto, ma non sa quanto tutto ciò potrà essere efficace per scardinare la prova della scarpa. Gli confida un particolare, che non era sui giornali. Sul pavimento c’era una bottiglia rotta e il vino e i frammenti erano sparsi dappertutto. Quando Olindo lascia lo studio, ha meno speranze di quando era entrato, ma non dispera. Sa quanto sia importante il caso nella soluzione di enigmi del genere. Uscendo, si ricorda di chiedere della pennetta. Era vuota. Torna in ufficio e informa del nuovo caso Perretti, che quasi non ci crede. Verso le sette, una telefonata. E’ Bellucci. Per quanto protesti, alla fine cerca sempre di accontentarlo.
-Prendi la penna e scrivi. Quel tipo si chiama Aurelio Orsomando. Sì, Orsomando. E’ domiciliato a Roma, in via Nomentana, 150. Pare che sia un consulente, non si capisce bene di cosa. Un paio di anni fa è rimasto coinvolto in un caso di spionaggio industriale, ma è stato prosciolto. Non si è riusciti a trovare una connessione tra lui e chi ha fatto il lavoro sporco. Mi sono spiegato? Erano tutti convinti che fosse il mandante, ma non hanno potuto farci niente-
-Nient’altro?-, chiede, mosso dall’eccitazione.
-Che vuoi, una foto di famiglia con date di nascita e relativi indirizzi e numeri di telefono?-
-No, no, scusa. Ho parlato senza pensare. Mi sei stato di grande aiuto. A buon rendere-
-Una cena a base di pesce sul lungomare?- propone Bellucci, forze scherzando e forse no.
-Aggiudicato. Magari anche un paio di bottiglie di Verdicchio-
Ora è in vantaggio sulla polizia, perché dispone di un elemento che loro non hanno, il sig. Aurelio Orsomando, una scatola a sorpresa che dovrà aprirsi prima o poi. Ha anche saputo della bottiglia rotta, di frammenti e liquido sul pavimento. Ogni piccolo dettaglio, ogni piccolo dettaglio, non fa che ripeterselo. Per aver indagato un solo giorno, può ritenersi soddisfatto.
-Vado a casa- dice a Perretti, -pensa tu a chiudere-
-D’accordo. Come va l’indagine?-
-Ci vorrà ancora un po’-, risponde, aprendo la porta. A conclusione della giornata, lo aspetta un pollo alla diavola squisito. In cucina, sua moglie ci sa fare.
-Lascia perdere le indagini e goditi la cena-. Glielo ripete tutte le sere, e lui le dà ascolto. Il mattino che segue comincia con una telefonata del suo committente misterioso.

sabato 12 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

TRENTA SECONDI (Terza parte)


-Bene-, dice, -se le viene in mente a chi appartiene questa faccia, mi informi immediatamente. Può andare- Il direttore si avvia scervellandosi sull’identikit. Somiglia a qualcuno che conosce, ma, per il momento, non si rivela. Poi, all’improvviso, ricorda, torna indietro e chiede di rivederlo.
-Somiglia molto a una nostra dipendente. Non la conosco di persona, ma la vedo spesso in azienda. Credo che sia occupata al laboratorio progetti. Non so come si chiami, ma se fate un salto da noi, non ci vorrà molto a scoprilo. Se vuole, posso informarla per telefono.- Non tutti credono ai colpi di fortuna e il maresciallo non ci crede.
-Ne è sicuro?- chiede, a conferma.
-Credo proprio di sì-, risponde il direttore.
-Bene-, conclude il maresciallo, -verremo noi-.
Dopo il colloquio le indagini sembrano prendere una svolta decisiva. I carabinieri si recano in azienda e chiedono di vedere la donna. L’identikit non è molto somigliante, ma sufficiente per convalidare pesanti sospetti. La donna viene portata in questura e interrogata, e quando le viene chiesto dove si trovasse all’ora del delitto, non sa rispondere in modo convincente. Le viene anche mostrata la scarpa, che dichiara di non riconoscere. Viene perquisita la sua abitazione, l’altra scarpa è irreperibile. Teresa Zannini viene invitata per il riconoscimento. Le pare che sia lei, ma l’ha vista troppo di sfuggita per esserne certa. L’indagine è in fase di stallo, proprio quando il maresciallo Montanelli credeva di aver messo le mani sull’assassina. Tutto quello che ha è un identikit, che neppure la testimone sa confermare, e una donna cui manca un alibi. Niente movente o arma del delitto. Montanelli siede alla scrivania e si passa la mano sulla fronte larga e spaziosa, dove i capelli rossicci sono solidamente radicati al punto giusto, si pizzica la barba rossiccia che tiene corta e ben curata, si chiede da dove ricominciare. Bussano alla porta. Entrano due degli agenti che indagano negli outlet e nei negozi di calzature. Con l’aiuto della foto, hanno individuato il negozio dove la donna ha comperato le scarpe. La commessa non ha avuto dubbi. Per di più il pagamento è stato effettuato con carta di credito intestata alla sig.na Almide Belli, impiegata presso la Cosmesi Italia.
-Finalmente una prova-, sbotta Montanelli, -e siamo anche sicuri che lavoravano insieme-, poi si rivolge agli agenti –Bravi-, fatemi un bel rapporto-.
Il fermo della donna viene commutato in arresto, malgrado continui a proclamarsi innocente. Il caso è chiuso, almeno per il maresciallo Montanelli. D’ora in avanti, ci penseranno i magistrati.
-Alla fine l’hanno arrestata- dice Perretti, che ozia con il giornale in mano e i piedi sulla scrivania. Olindo non ci fa caso, sa che gli piace assumere atteggiamenti all’americana.
-Siamo a corto di cialde- gli rammenta, mentre sorbisce il caffè, in piedi vicino alla macchinetta. La mattinata si mette noiosa. Fra poco manderà Perretti a consegnare delle foto e a incassare. C’è da pagare l’affitto, la luce e il gas. Un sacco di soldi per il gas. Invernata terribile. Verso le dieci e mezzo Perretti toglie i piedi dalla scrivania e getta il giornale.
-Che dici, vado?- chiede a Olindo, che ha già preso una grossa busta gialla e gliela porge.
-Ecco le foto-, dice, -niente grana, niente consegna- Perretti esce e si avvia giù per le scale. E’ riuscito a parcheggiare in una strada laterale, a due passi, giusto davanti a un bar. Prima di sbrigare l’incarico, si prenderà un caffè e butterà cinque euro per un gratta e vinci. Mai che avesse vinto una volta. Olindo lo sa, ma non gli dice niente. Del resto è un po’ scemo anche lui, che non si decide a smettere di fumare. Cava di tasca il pacchetto, ma squilla il telefono.
-Agenzia investigativa Occhio di lince-
-Buongiorno, vorrei parlare con il titolare- E’ un uomo, ha un tono di voce basso, piuttosto arrogante.
-Il titolare sono io. Lei chi è?-
-Non importa. Posso avere un appuntamento con una certa urgenza?- Se non vuole dire il nome avrà i suoi motivi, ma dovrà pagare in anticipo.
-Se è urgente, venga fra mezz’ora, il tempo di concludere una pratica. Conosce l’indirizzo?-
-Lo conosco. Sarò da lei alle undici e mezzo-
Olindo fa sparire le tazzine del caffè e toglie di torno tutto quello che sa di lunghe attese e poche aspettative. Alle undici e mezzo in punto si presenta un uomo sul metro e settantacinque, con indosso un completo grigio gessato e un cappotto scuro. Quanto a disponibilità, appartiene a una fascia superiore. Olindo lo fa sedere all’altro lato della scrivania e si siede a sua volta. Nell’uomo nota una traccia di imbarazzo. Non si tratta di emozione o suggestione, ma di qualcosa che sul momento non riesce a definire.
-Se vuole, possiamo cominciare- lo invita.
-Vengo subito al punto. Lei avrà certamente seguito il caso dell’omicidio di Remigio Arcuri, un dirigente della Cosmesi Italia, che ha la sede in città- l’uomo lo fissa, in attesa di conferma.
-Non nei particolari-, dice Olindo, -ma continui pure-
-Dell’omicidio è stata accusata una ragazza, assolutamente innocente ed estranea al crimine. Il mio interesse è dovuto alla relazione di stretta amicizia che intrattengo con la ragazza. Di questa relazione nessuno deve venire a conoscenza, anche a danno della sua indagine. Sono stato chiaro?-
-Direi di sì-, risponde Olindo, -la relazione resterà un segreto. Se questo causerà una difficoltà insormontabile, mi riservo di interrompere le indagini a sue spese. Inoltre, qualora il contratto venga rescisso per colpa del committente, non ci saranno rimborsi-. Tace in attesa di conferma.
-Siamo d’accordo-, dice l’uomo, dopo qualche attimo di esitazione.
-Solo per la prassi, naturalmente, vorrei che mi precisasse che cosa vuole esattamente- Niente equivoci, con questo tizio.
-Che mi trovi l’assassino- Facile a dirsi, più difficile a farsi, pensa Olindo, che non ha ancora in mano uno straccio di indizio.
-Potrei anche limitarmi a dimostrare l’innocenza della sua amica, se è questo che le preme, le costerebbe anche meno-, dice, ma è poco convinto, perché il tizio che ha di fronte non farà certo questioni di denaro.
-Non baderò alla cifra, purché mi trovi l’assassino-. Un’altra bizzarra intuizione sembra suggerirgli che l’uomo non sia affatto interessato all’innocenza della ragazza, ma che, per qualche motivo, abbia bisogno dell’assassino. Non sete di giustizia o vendetta, qualcosa di diverso.
-D’accordo. Duecento al giorno per le spese, più cinquemila alla settimana. Se vuole restare anonimo, dovrà pagarmi seimilaquattrocento euro all’inizio di ogni settimana, a partire da adesso. Potrebbero anche servire due o tre settimane- La parcella è alta, ma comprende anche qualche rogna che questo tizio si porta dietro. In queste faccende ha buon naso.
-D’accordo-, acconsente l’uomo senza battere ciglio. Estrae dalla tasca interna mazzette di banconote fermate con il nastro adesivo. Ce ne sono da cento e da cinquecento. Sfila dodici biglietti dalla mazzetta da cinquecento e quattro da quella da cento e le ordina sopra la scrivania. Olindo sa che la domanda è idiota, nel caso specifico, ma deve farla.
-Desidera una ricevuta?- L’uomo gli rivolge uno sguardo connivente.

venerdì 11 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

TRENTA SECONDI (Seguito)


Dal verbale, nelle mani del maresciallo anziano Montanelli, che funge da comandante della stazione, risulta che al quarto piano di via Foscolo un uomo è stato ucciso con un colpo alla nuca portato con un corpo contundente, non rinvenuto sulla scena, dopo una colluttazione che ha provocato lo spostamento di alcuni mobili e, in particolare, la caduta di una lampada a stelo finita contro i vetri di una finestra, frantumatisi e caduti sulla strada sottostante. Infilata sotto la cintura, l’uomo aveva un’automatica carica. Sfondata la porta, che era serrata dall’interno e ulteriormente assicurata tramite una catenella, sono stati rinvenuti, oltre al cadavere e all’automatica, una pennetta da computer, un computer, i resti di una bottiglia e liquido sul pavimento, la metà di un biglietto da dieci euro e una scarpa da donna, il tutto al vaglio degli esperti. L’unica testimone, la Sig.na Teresa Zannini, presente in strada al momento dell’evento, ha riferito di una donna fuggita attraverso il portone, con indosso una sola scarpa.
Il mattino seguente, Teresa si trova alla Stazione dei carabinieri per fornire ulteriori dettagli. E’ in preda a una leggera emozione, è la prima volta che viene convocata dai carabinieri, è la prima volta che le viene richiesta una deposizione scritta riguardante un omicidio, ma ricorda bene e riferisce correttamente.
-Non ricorda se la donna avesse in mano qualcosa?- Si sforza di ricordare.
-Di che genere?- chiede.
-Un oggetto qualsiasi, di un certo peso, come un soprammobile, o un attrezzo come un martello, un paio di pinze, cose del genere-
-L’ho vista solo per un attimo- dice, mentre si sforza di ricordare.
-Ci pensi, con calma- Non le viene in mente nessun oggetto.
-Non mi pare- risponde.
-Nessuna certezza?-
-Non ne sono certa, ma non mi pare- ribadisce, dolente.
-Quanto tempo è passato fra la rottura del vetro e il momento in cui la donna è uscita correndo?- Questo lo ricorda.
-Poco tempo- risponde.
-Dieci secondi, venti, trenta, un minuto?- Teresa fa fatica a concentrarsi.
-Trenta secondi, forse di più, ma meno di un minuto, credo-
-Di questo è assolutamente certa?-
-Direi di sì- La testimonianza scritta, a parte un identikit fatto in chiusura e la precisazione del tempo impiegato dalla ragazza per scendere le scale, non appare di grande utilità agli inquirenti. Manca l’arma del delitto e permane il mistero della porta chiusa dall’interno. Mentre gli esperti esaminano gli oggetti trovati sulla scena del crimine, il maresciallo Montanelli fa fotografare la scarpa e incarica un paio di agenti di indagare nei negozi di calzature del luogo. Una ventina. Spera in un colpo di fortuna per risalire all’identità della donna. Quanto all’uomo, è un dirigente di una fabbrica di cosmetici. Le indagini vengono indirizzate anche in questa direzione.

L’agenzia di investigazioni Occhio di lince è in attività da un paio di mesi. Il titolare si chiama Olindo Ferri, un ex detective della squadra omicidi in pensione. Il suo unico collaboratore, Marco Perretti, viene da un’agenzia immobiliare. All’interno di essa, non brillava per acume e produttività, ed è stato uno delle prime vittime della crisi e del conseguente esubero di personale. Sebbene inesperto nel settore investigativo, il Ferri gli è amico e ha voluto dargli una mano. Lo lascia in ufficio quando lui è fuori e se ne serve per qualche commissione. L’agenzia è agli inizi e il lavoro è scarso. Finora ha riguardato mariti con le corna e mogli con le corna, foto, testimonianze, separazioni e divorzi. Un vero schifo per Olindo, avvezzo a ben altro tipo di indagini, ma la pensione e quello che è, e lui ha famiglia. Entrando in ufficio, il giorno seguente ai fatti narrati, viene informato da Marco che non ci sono nuovi casi, ma proprio in quel momento squilla il telefono. Falso allarme. L’amministratore dello stabile lo informa che sono stati riveduti i millesimi condominiali e presto ne avrà comunicazione scritta. Sulla scrivania trova i due quotidiani che Perretti ha il compito di acquistare ogni mattina prima di recarsi in ufficio. Uno dei due cura la cronaca locale. In prima pagina hanno sbattuto la foto del morto, un dirigente di laboratorio in una fabbrica di cosmetici, e nell’articolo a fianco c’è un dettagliato resoconto di tutti i particolari del misfatto.
-Curioso-, commenta a mezza voce, quando apprende della porta serrata dall’interno e del biglietto da dieci euro a metà. Poi si mette a scrutare i muri imbiancati da poco, i quadri dai colori appariscenti acquistati nei supermercati, le suppellettili nella stanza, una per una, e infine gli occhiali sul naso di Perretti.
-Che c’è?-, gli fa questi.
-Niente, niente-, risponde soprappensiero.

Per la prima volta, da quando comanda la stazione, Montanelli ha un caso vero. Cerca di sveltire i sopralluoghi nei negozi di calzature e convoca il direttore generale della Cosmesi Italia, per informazioni sulla vittima. Ne risulta un tipo tranquillo, sufficientemente dedito al lavoro, che non ha mai causato difficoltà all’azienda.
-Conosce qualche motivo per cui potesse avere dei nemici?- chiede il maresciallo.
-Direi di no-, risponde il direttore, -no, in realtà non ne conosco. Era un tipo piuttosto riservato. –
-Le risulta che avesse un’amante, rapporti particolari con una donna?- prova a chiedere il maresciallo.
-So che è scapolo-, dice il direttore, -ma non saprei dirle della sua vita privata- Che non aveva moglie lo sapevano già.
-L’ha mai visto con questa donna?-, insiste il maresciallo, mostrando l’identikit e scrutando ogni reazione. Il direttore appare perplesso.
-Non credo-, dice, -anche se..-
-Anche se?- preme il maresciallo.
-Non è una faccia nuova, somiglia a qualcuno, ma..non saprei dire- Il maresciallo aspetta una trentina di secondi, infine rinuncia. (continua)

mercoledì 9 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

10 novembre 2011 Sincera contrizione per aver trascurato il mio diario, ma nel frattempo devono essere accaduti fatti che mi hanno distratto. Inutile chiedermi quali fatti, o dovrei ricorrere a una banalità come quella del serpente che si morde la coda e dire che mi tornano in mente in modo confuso e incompleto per la sola ragione di non averli annotati nel mio diario. L’unico evento eclatante che ricordi è che il mio guru informatico ha finalmente riattivato il link con il mio sito. Mi rendo conto, non è gran che come inizio, ho accumulato un sacco di ruggine, per oggi basta così. Vado a rinfrescare la penna in un racconto thriller molto breve, forse gradirà leggerlo anche qualcuno cui capiti di incappare in questo scritto.


T R E N T A S E C O N D I

Seguiamo Teresa Zannini, ventitreenne iscritta alla facoltà di Biologia, di ritorno da una lezione di pilates, diretta a casa lungo un viale poco illuminato, parallelo al recinto ferroviario, fiancheggiato da case da un solo lato, che le incute qualche timore per via delle aggressioni e degli stupri riportati dalla cronaca. Sta pensando a Tom, che in realtà è italiano e si chiama Tommaso, ma come tanti giovani anglofili, sarà per via degli hits musicali o dei videogames, preferisce il nome abbreviato all’inglese. Con la scusa di un deodorante, proprio quella sera le ha rivolto la parola. Spera che si faccia avanti anche alla prossima lezione, oppure toccherà a lei inventarsi qualcosa. Un fragore di vetri spaccati distoglie i suoi pensieri da Tom. Grossi frammenti cadono sulla strada, frantumandosi a pochi metri da lei. Solleva d’istinto lo sguardo e distingue la finestra da cui provengono. Il piatto di una grossa lampada, o qualcosa di simile, sporge dall’interno ed è certamente la causa dell’incidente. Passano pochi secondi e una donna si precipita fuori del portone con il diavolo alle calcagna. Le passa davanti come un fulmine, malgrado zoppichi in modo strano. Riesce a darle una sbirciata. E’ bionda, fisico slanciato, indossa un cappotto scuro dal taglio elegante. Le manca una scarpa. Il motivo della strana zoppia. Teresa rimane dapprima interdetta, poi estrae il cellulare, digita il 118 e rimane ad aspettare. L’auto dei carabinieri arriva dopo dieci minuti sulla strada deserta e poco illuminata. Il brigadiere De Meo e l’appuntato Sallustri scendono e le si avvicinano. E’ sopraffatta dall’emozione, ma riesce a riferire l’accaduto. Mostra ai due militari i frantumi a terra e la finestra con la lampada sporgente, riferisce il particolare della ragazza in fuga senza una scarpa.
Bene-, fa il brigadiere De Meo, andiamo a dare un’occhiata. Sia cortese e aspetti. Si sieda in macchina, se vuole- Teresa deve prima vincere una sensazione di disagio, poi obbedisce. I due militari salgono di corsa le scale e raggiungono il quarto piano, identificano la porta e bussano. Nessuna risposta. Provano ancora a bussare. Silenzio. L’appuntato retrocede di qualche passo.
-Sfondiamo?- chiede al brigadiere.
-Sfondiamo, ma prima i guanti- L’appuntato Sallustri è alto un metro e ottanta e ha due spalle da lottatore. Sfonda la porta alla terza spallata.
-Guarda un po’-, dice De Leo, mettendo piede nell’appartamento al buio. La chiave è infilata nella serratura, dall’interno. Prova a girarla. Due mandate. Quattro o cinque inquilini hanno raggiunto il pianerottolo. Qualcuno va a riallacciare il contatore e torna la corrente.
-Era chiusa dall’interno-, fa notare a Sallustri.
-Aveva inserito anche la catenella di sicurezza-, dice l’altro.
-Una gatta da pelare- conclude De Meo, dirigendosi verso il centro della stanza. C’è un uomo disteso a terra, un brutto colpo alla nuca e sangue sul pavimento.
-Lo hanno conciato per le feste-, dice Sallustri.
-Lo hanno conciato per il cimitero- precisa De Meo, dopo aver premuto leggermente l’indice sulla carotide.
-Che razza di casino. Quello cos’è?- Benché indossi i guanti, Sallustri si guarda dal rimuovere o prendere in mano oggetti, si china per vedere meglio.
-Un biglietto da dieci strappato a metà. Che ci faceva questo con i soldi, ci accendeva le sigarette?- De Meo non risponde. Sta osservando gli oggetti sul pavimento. Una scarpa da donna. Una sola. La donna che scappava aveva lasciato la stanza molto in fretta. Poco distante c’è una pennetta, uno di quei minuscoli aggeggi capaci di salvare una quantità di file dal computer. Sopra una piccola scrivania, sul lato della stanza, c’è anche un computer, un piccolo portatile. Una bottiglia rotta sul pavimento, frammenti e vino, almeno dall’odore, sparsi per la stanza.
-Chiama subito la Scientifica-, dice De Meo. I tecnici non impiegano molto a raggiungerli. Quando hanno finito, arriva l’ambulanza e si porta via il cadavere. La ragazza viene accompagnata a casa e invitata a presentarsi al Comando il mattino dopo. Vengono apposti i sigilli alla scena del crimine e finalmente gli agenti possono tornarsene in caserma a redigere il verbale. (continua)

diario di un qualsiasi nessuno

Giovedì, 30 settembre 2010. Benitez mi ha smentito alla grande con un secco quattro a zero al Werder Brema. A parte il risultato, l’Inter ha giocato una bella partita. Del Neri è in agguato e sarà quello il momento di verificare se mi sono sbagliato. Non ho niente contro l’Inter, anzi, le dobbiamo tutti momenti di esaltazione del gioco del calcio, ma sono troppo convinto che chiunque raggiunga vette eccelse, poi trovi faticoso rimanerci e non veda l’ora di scendere. Il successo è costrizione. Dover soddisfare le aspettative di chi non vorrebbe mai smettere di incensarti. Poi c’è il livore dei vinti, che mai si esprime direttamente, ma sempre casualmente, indebitamente, magari per voce di un falso cronista che milita in tifoserie avverse. Potrei anche fare qualche nome, ma in un paese, per dirne una sola fra le tante, dove la benzina cresce anche quando il petrolio cala di prezzo, a chi potrebbe importarne di meno?

giovedì 27 ottobre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 29 settembre 2010. Domenica scorsa, un po’ discosta dal solito mercatino, era attiva una promozione di corsi permanenti per tutte le materie dello scibile dell’epoca. Fra la miriade dei medesimi, elencati su un paio di enormi poster, ne ho scovato uno che potrebbe anche fare al caso mio. Almeno dovrebbe, considerando che da febbraio aspetto che mi venga completato un sito sul quale avrei una mezza idea di mettere in vendita le mie creature saggistiche e letterarie. Il corso riguarda la creazione di pagine WEB. Ho telefonato per informazioni, proprio stamattina. Centocinquanta euro per un corso di otto mesi, una lezione serale per settimana. All’incirca trentadue lezioni, ventotto se togliamo un mese di vacanze, perché non dubito che ci saranno anche quelle, all’incirca cinque euro a lezione o poco di più. Inizio previsto per l’undici di ottobre. Hanno registrato il mio numero e mi faranno sapere. La cartolina di San Pietroburgo che ho spedito a mio cugino non è arrivata. E ti pareva. Avrei dovuto spedirla dalla Russia. Il francobollo italiano deve aver scatenato nella testa del postino una contraddizione di termini insuperabile. Avrà risolto la cosa cestinandola. E’ un pezzo che non scrivo, perciò cercherò di riassumere. Per frenare lo scarroccio abissale della barca, ho fatto un salto ad una rivendita di legname, a pochi chilometri da casa, in cerca di una deriva salvifica. E’ l’unico posto, nei dintorni, dove il legno, quando possono, te lo tagliano anche a seconda di come ti serve. Sono capitato in un momento di quelli da evitare. C’erano due coppie di clienti, poco ferrati in aritmetica, che non facevano che ripetere i calcoli per decidere come doveva essere tagliato il legname. L’addetto alla vendita non sapeva che pesci pigliare, cercava di aiutarli a tirar fuori le dimensioni giuste, ma alla fine rinunciava perché, anche se il calcolo era esatto, nascevano nuovi problemi e si doveva ricominciare. Smoccolando in silenzio, ne ho approfittato per dare un’occhiata in giro e ho visto una tavola buttata da una parte, apparentemente senza un futuro glorioso, ma per me, almeno per una prova, poteva anche andare. Era un po’ strettina, poco spessa, ma lunga abbastanza. Inaspettatamente uno dei quattro si rende conto che qualcuno si sta rompendo a furia di sentir ripetere che i calcoli sono sbagliati, e non parlo solo dell’addetto alla vendita, mi si avvicina per sapere se posso sbrigare la mia faccenda in fretta. Naturalmente dico di sì, mostro al commesso la vecchia deriva che ho portato con me e gli dico che mi serve una tavola un paio di spanne più lunga. Il giovanotto mi dice che gli spiace ma non ha compensato marinato e non può servirmi. Lo avevo previsto, gli faccio vedere la tavola senza futuro e gli chiedo quanto ne vuole. –Questa?-, mi fa, come se gli avessi chiesto di vendermi un sacchetto di RSU. Poi fa una smorfia, come se stesse facendo un calcolo, ma giunge ancor prima a una conclusione diversa.
-Portala via!-. Fa un gesto con la mano, come se avesse aspettato quel momento per liberarsene. Ringrazio, saluto e me ne vado. Il giorno seguente la provo insieme al timone riesumato. C’è un grecale killer e non è consigliabile uscire per una prova, perciò rimango all’interno del porto. Faccio un’oretta di su e giù fra i pontili che si protendono dalla banchina e dal molo est, ma non riesco a fare una virata. Solo strambate. Continuo a prendere il vento di striscio, la barca si muove malissimo, non guadagno un metro d’acqua, anzi, vengo spinto lentamente verso il molo sud. Fanculo. Ci riprovo il giorno dopo con l’altro timone, quello acquistato con la barca. Sorpresa. C’è uno scirocco debole, ma riesco comunque a rientrare in porto. Anche la prova successiva la faccio fuori del porto, con lo scirocco a venticinque nodi e un mare seriamente incazzato. La barca prende più vento, orza e guadagna acqua. Incredibile, ma dopo un po’ riprendo a smoccolare. Non vira. Ci provo e ci riprovo. Non vira. Insisto e mi salta l’attacco della scotta al pennone basso. Ammaino tutto l’ambaradan, torno con il motore verso terra a mi attacco a una boa, sparuta superstite fra quelle che ancora un mese fa ballonzolavano garrule sulle onde, tutte bene allineate e impegnate ad indicare il limite di balneazione, e allo stesso tempo il limite oltre il quale le barche non potevano spingersi verso terra. Rimetto a posto la scotta e di nuovo isso la vela. Di nuovo sento che la vela fa il suo lavoro, anche se non proprio fino in fondo, ma di certo la barca orza a sufficienza per vincere la corrente e rientrare contro vento. Per una poggiata fatta con noncuranza e poco riuscita, rischio di abbordare due poveri cristiani che se ne stanno all’ancora, protetti dal molo, a pescare. Gli sono passato tanto vicino da vederne le facce stralunate, ma niente botto. Ho riprovato a virare. Una, due, tre, quattro cinque volte, alla fine mi sono rotto le scatole. Per tornare avrei dovuto strambare, ma, con quel vento chi me lo faceva fare? Quando la vela non va bene, in particolare, il boma si oppone alla strambata, poi, quando il vento non gli lascia scampo, piomba sull’altro lato come una mazza da baseball e fa del suo meglio per spaccare teste e rovesciare imbarcazioni. Per quanto mi riguarda, il collaudo a venticinque nodi è finito e posso rientrare. Il risultato e che con la nuova deriva provvisoria e il timone di fabbrica le cose sono migliorate. Resta il problema della virata.
Quando ci rimetto le mani, decido di allargare la tavola di quel tanto che le consenta di occupare tutto l’alloggio della deriva. Dovrò razzolare fra i ritagli di legname, che conservo scrupolosamente in un angolo del garage. Prima o poi mi tornano utili. Devo dire che mia moglie, che vede ordine e pulizia quasi in cima alle priorità dell’esistenza, considera la cosa da un punto di vista diverso, ma questa è un’altra storia. Ci riprovo con una ventina di nodi, sempre scirocco, per un collaudo sono sufficienti. Con la deriva allargata, la barca continua a stringere il vento leggermente in eccesso, ma, udite, udite!, riesco a virare. Ci provo e ci riprovo e quasi non ci credo. Questo lungo tormentone è ormai prossimo alla fine. Sulle ali dell’entusiasmo riprendo la vela latina. Sono sicuro che con la nuova deriva funzionerà, e infatti funziona. E mi piace da matti. Ieri la fornaia si è sbagliata a fare i conti e mi ha fatto uno scontrino con un euro in più. Per sdrammatizzare le ho detto che l’errore ci rende umani e ho anche aggiunto, chissà per quale ispirazione, che la perfezione è nemica della felicità. Lei ha osservato che la felicità non esiste, e io non ho voluto contraddirla. Volendo considerare la felicità una condizione stabile, una volta raggiunta, aveva sicuramente ragione, ma avrei potuto dirle che esistono le piccole felicità, che ci capita di provare, a volte, anche se non tanto spesso, e che la felicità che a ciascuno è riservata nella vita non è altro che la somma di tante piccole felicità. Se l’ho fatta tanto lunga è stato solo per spiegare al meglio come mi sono sentito dopo l’ultimo collaudo e dopo la prova con la vela latina che mi piace un sacco. Pare che i miei rapporti con la fornaia mi spingano a considerazioni filosofiche. Ieri mattina sono andato a comprare il pane senza portafoglio. Era rimasto nei pantaloni che mi ero cambiato prima di uscire. Oggettivamente niente di grave. Ho fatto un salto a casa, abito a due passi, ho ripreso il portafoglio e sono tornato a pagare. Un inconveniente di cinque minuti. Stranamente, però, mi è tornato alla mente il mio primo esame universitario. Era un esame di Filosofia, con un corso monografico su Sartre.Il titolo era “Gli altri in Sarte”. E’ lo sguardo degli altri, quello che incute maggior timore. Lo sguardo che reifica, ti rende cosa immutabile e senza divenire. D’altronde anche il mio sguardo, diretto verso gli altri, tende a conferire tali contorni. Chissà che anche la fornaia non mi abbia cosificato per sempre come smemorato deficiente. Per fortuna lo sappiamo tutti che da ogni percezione impariamo qualcosa sull’altro, e che in genere niente ci appare in un unico momento sotto tutti i suoi aspetti e da tutti i punti di vista. Questo è senz’altro consolante, ma confesso che a volte non posso evitare che lo sguardo e l’udito prendano il sopravvento su ragione e filosofia. L’altra sera, passando da un canale all’altro, mi è apparsa una scena, solo per un attimo. C’era un tizio, probabilmente un giornalista di ultima generazione, con una faccia che, se richiesto e limitatamente alle mie discutibili capacità di giudizio estetico, avrei detto un incrocio fra un maialino e un ippopotamo in amore. “Parleremo di mamme assassine!”, annunciava festoso, esultante nel dare una notizia tanto gratificante, agitando le braccia plaudente e sollecitando nel contempo il plauso di una audience con seri problemi di convivenza sociale, di certo acquisiti per contagio televisivo. Confesso che il mio sguardo (confortato dall’udito) lo ha cosificato seduta stante. Se lo rivedrò, mi apparirà come oggetto di natura organica, forma approssimativamente cilindrica, più o meno lungo o spesso, odore più o meno repellente. Che altro merita di essere ricordato di questi ultimi giorni? Dunque, sono andato a vedere un film che parlava di solitudine e di numeri primi, e ho avuto quello che mi meritavo. Quando intorno ad un romanzo o un film spira aria intellettuale, meglio evitare. A parte l’azione di una lentezza esasperante, non si capiva una parola. Pare che oggi agli attori non serva più studiare dizione, perché i registi illuminati preferiscono che si esprimano al naturale. Il risultato è che per seguire la trama occorre un faticoso lavoro di intuizione. Chi paga il biglietto potrebbe anche farne a meno. Che altro? La prima sconfitta dell’Inter. E’ già aria di crisi e ci sono problemi di spogliatoio. Forse è cominciata la fase discendente. Stasera c’è il secondo incontro di Champions. Staremo a vedere.