mercoledì 13 ottobre 2010

Venerdì, 2 aprile 2010. Comincio a sospettare che dentro di me si sia pericolosamente risvegliato il bambino. Sono cinque giorni che sto giocando con questo cazzo di aggeggio. Ogni tanto mi illudo di averlo addomesticato, poi si fanno avanti nuovi dubbi, prima di fare i buchi sulla barca devo essere sicuro di bucare al punto giusto. Stamattina ho preso una decisione drastica. Ho fatto quattro buchi su un tavolone smisurato appoggiato al muro, mia figlia lo usa per dipingere i suoi enormi quadri astratti, e ci ho applicato la staffa con sopra il motore. Finalmente sono riuscito a sbloccare del tutto l’attrezzo e a rendermi conto di come funziona. Ho potuto fare tutte le prove che volevo, l’ho spostato in basso, in alto, poi un po’ più in alto e un po’ più in basso, poi da nessun’altra parte perché si è staccata una tavola e per poco non mi cade addosso con tutto il motore. Rimetto il tutto in macchina con una gran voglia di provare il risultato sulla barca, ma mia moglie mi avverte che sta arrivando un tizio per consegnare una giara per il prato. Passa un minuto ed è già davanti al cancello. Sistema la giara, poi, secondo accordi presi un paio di anni fa, durante i quali abbiamo aspettato inutilmente che si facesse vivo, mi incolla una terracotta vicino all’uscio. E’ una cosa artistica. Me l’ha fatta un paio di anni orsono, per l’appunto, con la promessa che di lì a qualche giorno sarebbe venuto a incollarla al muro. Ora, dopo l’acquisto della giara, non ha avuto scampo. Sulla terracotta ci abbiamo fatto incidere un castello con una scritta: My home is my castle. Più o meno vuol dire che a casa mia faccio come mi pare o anche non venite a rompermi i coglioni in casa. Quando il tizio ha finito è sosta per il pranzo. Verso le tre me ne torno in spiaggia per provare la staffa un’ultima volta, almeno me lo auguro, e dare un taglio a questo tormentone. La appoggio alla poppa e stavolta mi pare che vada bene. Prendo accuratamente le misure, il motore dovrebbe poter girare su se stesso ed essere richiamato in alto. Quando sto per andarmene, arriva il mio amico talismano e vuole dare un’occhiata. Armeggiamo un po’ con l’attrezzo e pare che vada bene, ma gli salta all’occhio che, navigando a vela, la staffa andrebbe a toccare l’acqua. Se si riuscisse, però, a far funzionare l’ostico meccanismo di sollevamento, tutto sarebbe risolto. Torno a casa e fisso di nuovo il supporto alla grossa tavola, stavolta tirando bene le viti e aggiungendo una rondella per parte. Faccio la prova e funziona. Corro a comprare una tavoletta di compensato, su cui tirare i dadi all’interno della barca, e il problema è risolto. Domani è sabato e posdomani è Pasqua. Se ne riparlerà lunedì, forse anche martedì. I soci del circolo pazienteranno. La vita è un lungo esercizio di pazienza. Quelli che non lo sanno si buttano dalla finestra (dicono che i suicidi siano solo gente impaziente), ci buttano la moglie, sparano, accoltellano e fanno esplodere bombe sotto il culo degli altri. In genere però la gente non crede alla pazienza, altrimenti non sarebbe stata aggiunta una propaggine al saggio detto, di questi tempi arcaizzante, la calma è la virtù dei forti. Adesso suona un po’ diverso, cito la calma è la virtù dei forti, la pazienza è la virtù dei coglioni. Nessuno vuole più essere paziente, nessuno vuole essere coglione, meglio esplodere e provocare cataclismi. Montezemolo gira in Ferrari, la vogliamo anche noi, vogliamo tutto e subito. Perfino i santi li vogliamo subito. Paolo VI, lo vogliamo santo e subito. A volte le verità più profonde si incontrano in luoghi impensabili. Meglio di tanti discorsi, è l’esempio calzante che squarcia la nebbia e ci irrora di luce feconda. Su una ceramica di Orvieto, raffigurante una tazza del cesso, appariva la scritta tutto arriva per chi sa aspettare. Di certo avrà indotto molta più gente a riflettere sulla imprescindibilità della pazienza di qualche voluminoso tomo di filosofia. Spesso neppure le citazioni dei personaggi più illustri appaiono sufficientemente chiare e credibili, specie quando appaiono il risultato di una elaborazione cerebrale. Prendiamo Jean Jacques Rousseau, quando dice che la pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce. E’ un concetto astratto, non aggressivo, non ti afferra per le palle senza allentare la stretta fino a quando non hai capito. Neanche Pablo Neruda è molto convincente, sostenendo che solo l’ardente pazienza può portarci a una splendida felicità. Nessuno sa cosa sia la felicità, e vorrebbe tanto saperlo, se poi si tratta di una splendida felicità, si entra nella sfera dell’inconoscibile. Ma da dove ho cominciato per arrivare a tanta saggezza? Dalla tazza del cesso, certo. Se i soci del circolo faranno difficoltà per il ritardo, gli parlerò delle porcellane di Orvieto.

martedì 12 ottobre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 31 marzo 2010. Sono le due di mattina e appena mi sono svegliato ho capito che non c’era verso di rimettermi a dormire. Insonnia. L’unico rimedio è farmi un caffè e fumarmi una sigaretta. Aspettando che si faccia il caffè, mi sono messo a scrivere. Ieri non è piovuto, ma la barca è ancora lì. Fare programmi è da presuntuosi. Come voler predire il futuro. Per di più, non riesco a capire il verso di questa dannatissima staffa da applicare alla poppa. Durante le mie ricerche per i negozi di nautica ho visto almeno una decina di illustrazioni, ma nessuna era uguale a questa. Erano di una semplicità estrema, non c’era bisogno di chiedere quale fosse il verso, cioè quale parte andasse in alto e quale in basso. Ho fatto anche un salto al rimessaggio, ho chiesto a quattro cinque sprovveduti come me, ma non c’è stata illuminazione. Alcuni propendevano per un verso, altri per quello opposto, e io sono rimasto con il trapano in mano e con il timore di forare la barca in modo sbagliato. Naturalmente non ho fatto buchi e mi sono riportato a casa il trapano e la staffa, sperando in un avvenire migliore. Ho provato a telefonare al rivenditore, e subito il tizio si è impegnato in una disquisizione sulla funzione della staffa, usando termini maledettamente tecnici, di pertinenza della meccanica, di cui non capivo un cazzo, in un tono scontato e pieno di sussiego, senza peraltro rispondere alla mia domanda, del resto molto semplice da capire anche per un buzzurro –quale parte va sopra e quale sotto?- con il risultato di un supplemento di incazzatura e una telefonata sprecata. Poi mi sono ricordato di un amico, anche lui ha la barca al rimessaggio, che poco si intende di vela e per fortuna va solo a motore. Ho fatto di nuovo un salto alla barca, sperando di incontrarlo, e quando l’ho visto, quasi non ci credevo. Mi ha chiarito la situazione in due parole e domani mattina viene a darmi una mano per montarlo. Appuntamento alle dieci. Non è vero che l’umanità è condannata alla sofferenza, non sempre. Il giorno dopo, ore dieci e un quarto. Ad alleviare la sofferenza il più delle volte è solo un’illusione passeggera. Il mio amico è arrivato puntuale, ma con una fretta del diavolo, mi ha dato qualche indicazione sommaria, ha cercato di sbloccare il maledetto aggeggio, mi sono dimenticato di annotare che era maledettamente bloccato, poi ha detto che lo aspettava la moglie ed è sparito come un fugacissimo banco di nebbia. Ho cercato di ricordare i suoi suggerimenti ultrarapidi, ho provato l’aggeggio sulla poppa per vedere se il problema era risolto. Neanche per sogno. Sono tornato a casa e ho telefonato al rivenditore. Appuntamento alle quindici. Arrivo puntuale come una cambiale in scadenza, non trovo il tizio che me l’ha venduto. Al suo posto c’è un altro, più insofferente, deve essere il padrone. Gli espongo il problema e lui quasi si incazza, poi io gli dico che il marchingegno è bloccato e lui si incazza ancora di più, perché, dice, senza averci montato il motore certo che è bloccato. Se è vero, come sostengono molti psicologi, che in ciascuno di noi abita un genitore, un adulto e un bambino, il rivenditore aveva certo indossato i panni del genitore e stava rimproverando un bambino disattento, senza sapere che il bambino che credeva di avere di fronte era in realtà un adulto molto, molto incazzato, di certo più incazzato di lui, che si stava ricacciando in gola, a fatica, una lunga serie di fanculo a vantaggio del proprio particulare. Quello guicciardiniano, per intenderci. Mi spiega, anche lui a grande velocità, cosa devo fare, poi mi restituisce il coso e si dedica ad altro. Torno in spiaggia e appoggio il coso alla barca cercando di seguire le sue indicazioni. Di nuovo non mi convince, e davvero comincio a dubitare di essermi rincoglionito. Ma quando mi è successo? Possibile che in famiglia non mi abbiano detto niente? Personaggi strani non ne ho visti, voglio dire psichiatri o psicologi introdotti di straforo per una visita a mia insaputa, magari contrabbandati per testimoni di Jeova o promotori telefonici, o venditori di enciclopedie e non so che altro. Niente di tutto ciò. Dunque è probabile che abbia ancora tutte le cellule funzionanti e che se le metto in moto, senza continuare a chiedere a tanta gente, creando problemi a chi ha fretta e facendo incazzare chi non ha pazienza e mi fa capire che non ha tempo da perdere con chi è tanto imbranato da dover chiedere spiegazioni, forse arriverò a una qualche conclusione. L’arnese si è bloccato in una posizione che mi rende difficile capire come cazzo funziona. Per prima cosa, sbloccarlo. Mi infilo due guanti molto spessi per proteggermi le mani e ci provo. Dopo ripetuti tentativi e un numero imprecisabile di moccoli, ci riesco, anche se solo in parte, e incredibilmente si svela l’arcano. Ripeto la prova appoggiandolo alla poppa, e, che sia il modo giusto o no, mi pare che possa andare. Forse domani mattina riesco a montarlo, portare la barca all’attracco e chiudere questo fottutissimo capitolo della staffa misteriosa. Ho detto forse. Niente programmi.

lunedì 27 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Martedì, 30 marzo 2010
Mattinata luminosa e senza vento, ideale per spostare il quasi fly junior dall’attracco al rimessaggio, soprattutto per tirarla a riva, con il mare piatto come una tavola. Pensieri al vento. Mia moglie deve recarsi in un paio di posti, il traffico è fitto e i parcheggi scarseggiano. Per di più c’è una masnada di vigili, aspiranti vigili e vigili in appalto che si aggirano fra le auto in sosta con il taccuino delle contravvenzioni nella sinistra e il prurito nella destra. Quanto ai mancini, il prurito ce l’hanno nella sinistra. Se ti beccano, meglio non protestare, tanto non c’è perdono per chi incorre in quisquilie del genere. Se ammazzi qualcuno, o se almeno fai parte di una banda di assassini, allora è diverso, perché con il pentimento si dimenticano di quanta gente hai ammazzato e ti guadagni un premio. Con la qualifica di pentito hai diritto a una pensione, una casa nuova, cose del genere. Per farla breve, accompagno mia moglie in modo di poter restare in macchina nel caso debba parcheggiare alla meglio. Vado al pontile di pomeriggio, ma si è già levato un po’ di vento. Incontro un amico di vela, un toscano. Fa il falegname, ma solo per dieci mesi all’anno, perché d’estate pianta il lavoro e anche l’idea del lavoro e viene a godersi la barca insieme alla moglie. E’ un’inglese, anche lei va matta per il mare e insieme fanno una coppia piacevole a starci insieme. Mi avverte che ci sono onde molto lunghe e se si va a terra bisogna fare attenzione per via delle barriere di scogli. Ci sono abituato. Esco dal porto tranquillamente, le onde rompono a riva. Mano a mano che mi allontano le onde si fanno più alte, ma sono sempre innocue. Poi, quando arrivo e devo passare fra due file di scogli, le cose si complicano un po’, perché con la prua a terra comincia una sorta di surf. Cerco di allinearmi al verso dell’onda e per fortuna l’occhio non mi tradisce. Quando sono a trenta metri un cavallone si impadronisce della barca e mi porta dritto dietro gli scogli attraverso lo stretto passaggio. Dentro tira un’altra musica, c’è maretta, tiro su in fretta il motore, subito dopo il timone e la deriva, se no si spezzano urtano il fondo, e mi lascio portare a terra dai frangenti. Ho solo un rullo di gomma, l’altro è di plastica, perciò rischio qualche vertebra per tirare la barca in secca, poi la scarico completamente per alleggerirla e comincio a farla rullare verso il rimessaggio. Niente da fare, perché proprio in quel momento si mette in moto una ruspa che in un minuto solleva tanta terra da creare una barriera insuperabile fra me e le altre barche. Fanculo. Per raggiungerla devo uscire dalla spiaggia e allungare il tragitto di almeno tre volte. Arrivo dopo un tre quanti d’ora, a corto di fiato, non riuscirei a spegnere una candela. Salvagente, timone, deriva, vela e fiocco e tutto il resto sono ammucchiati sulla spiaggia. Ce li ho lasciati quando ho dovuto alleggerire la barca. La macchina è rimasta sul molo e devo andare a riprenderla. Un paio di chilometri. Me li faccio a piedi, e per strada continuo a ripetermi che non faccio moto da tanto tempo e che ne avevo un gran bisogno e che posso finalmente approfittare di una buona occasione, mentre le gambe pare che siano di tutt’altro avviso. Non condividono il mio entusiasmo, ma mi portano a destinazione. Mi metto al volante, vado a riprendermi il tutto e me ne torno a casa. A scaricare la macchina non ci penso nemmeno, preferisco scaricarmi di peso sul divano e alleggerirmi il cervello ascoltando stronzate alla televisione. Riecheggiano ancora i commenti dei politici sui risultati delle elezioni regionali. Difficile capire chi ha vinto, perché nessuno ammette di averle perse. Poi arriva Bersani che pare si sia scoperto meteorologo. Da un pezzo non fa che ripetere che il vento sta cambiando e comincia a soffiare in un’altra direzione. Nessun riferimento alla rosa dei venti. E’ una sorta di disco inceppato che continua a girare anche dopo le elezioni. Sempre più spesso appare Di Pietro, al colmo della beatitudine per l’indice di gradimento salito al sette per cento, candidato all’aureola di leader della sinistra. Arriva Bossi e giura eterna fedeltà all’amico Berlusconi, che ha il patema d’animo ogni volta che Umberto apre bocca, memore di quello che gli ha combinato in una passata legislatura, mica tanto lontana. L’umore del senatur è variabile e cambia direzione molto più in fretta del vento di Bersani. A sublimare la merda, la più maleodorante possibile, arriva la pubblicità. La cellulite è una malattia, a caratteri cubitali. Sconvolgere la psiche delle donne, a partire dalle dodicenni, è routine per chi ha qualcosa da vendere. La televisione è il nuovo Verbo, forse sarebbe il caso di scriverci una nuova Bibbia, a cui anche i genitori siano tenuti a prostrarsi. Così potremmo starcene tutti tranquilli, senza provare più quel prurito ai piedi e la voglia di dare tanti calci in culo a tanti figli di puttana invisibili.

sabato 25 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Lunedì, 29 marzo 2010
Ho rallentato il ritmo del diario, se no arriva maggio e con la barca sono ancora in alto mare (si fa per dire). Domenica ho fatto un salto al rimessaggio dove tengo il vaurien, e invece delle due consuete file di barche ho trovato un deserto di sabbia. Sono rimasto basito (quanto mi è antipatica questa parola). Può capitare che una mareggiata improvvisa faccia scempio di alberi, murate e specchi di poppa, perfino che si porti via qualche imbarcazione e la scaraventi contro gli scogli, ma che faccia sparire una trentina di barche non è mai successo. Ho fatto ancora qualche passo e le ho viste, tutte raccolte sotto la massicciata della ferrovia. Evidentemente il comitato direttivo del circolo ha deciso di effettuare opere di miglioramento e ritenuto necessario spostarle. La mia, quella nuova (si fa ancora per dire), che avevo parcheggiato defilata dalle altre di almeno una decina di metri, era ancora là, ma è probabile che non l’abbiano toccata perché sapevano che era lì in allestimento e che l’avrei portata via a giorni. Però era di intralcio, e lo è ancora, e al massimo avrò tre o quattro giorni di tempo per portarla all’attracco. Ho cominciato subito a darmi da fare per trovare una staffa per il fuoribordo, che sia disponibile subito. Telefonate a destra e a sinistra. Niente da fare. Prezzi da ottanta a cento euro e non disponibile prima di tre o quattro giorni. Decido di andare a ordinarne una a una quindicina di chilometri (non è stato possibile ordinarla per telefono, bisognava andare di persona e versare un acconto), disponibile fra un paio di giorni, almeno a sentire il commesso, a settantacinque euro, il miglior prezzo fino a quel momento. Per strada, decido di fermarmi al rimessaggio per vedere se la barca, sola soletta, è in ordine, e incontro un amico, uno di quegli amici che portano bene, da cui ricevi sempre indicazioni utili, anche se non gliele chiedi, ed è anche sempre disposto a dare una mano. Per caso gli parlo del mio problema e mi indica un negozio di accessori per la nautica, sempre a una quindicina di chilometri, ma nella direzione opposta. Non ricorda il nome, ma mi indica, all’incirca, dove si trova. Corro a casa e accendo il computer. Cerco i negozi di nautica della località che mi ha indicato e ne trovo subito uno che mi strizza l’occhio. Telefono e mi risponde un tizio, che molto gentilmente mi informa che ne ha un paio disponibili, mi dice i prezzi, un po’ alti, e mi avverte che una delle due staffe non è regolabile. Gli chiedo se faccio in tempo a farci una scappata per rendermi conto di persona. Non manca molto all’orario di chiusura, perciò mi chiede da dove telefono. Quando glielo dico, mi risponde che conosce bene la mia città, ma non farei in tempo perché sto parlando con la Sardegna. Omonimia di toponimo. Mi scuso e riprovo, stavolta indicando anche la provincia, e in un attimo trovo quello che cerco. Risponde una voce femminile, le faccio la mia richiesta, ma capisco che è poco pratica. Prima devo spiegarle bene cosa voglio, poi mi dice che non ce l’ha ma mi prega di aspettare un momento perché deve chiedere a qualcuno. Torna con la voce più allegra e mi dice che ce l’ha. Prezzo settanta. Chiedo anche a lei se faccio in tempo ad andare a prendermelo, perché manca solo una mezz’ora scarsa alla chiusura e per arrivare da lei devo percorrere una nazionale a quell’ora intasata come una carotide con un paio di stenosi. Mi concede dieci minuti di franchigia. Uscendo in macchina incontro mia moglie e le chiedo se vuole venire. Arriviamo in perfetto orario. Acquisto la staffa, poi porto mia moglie a festeggiare in una gelateria dove preparano affogati che fanno risuscitare i morti. Il programma (pessima parola) per domani mattina è montare la staffa come prima cosa, poi andare a prendere il quasi fly junior e tirarlo a riva al rimessaggio, sistemarlo con le altre barche sotto la ferrovia, mettere in mare la barca nuova e portarla al largo a motore, provare la vela e poi attraccare al pontile. Speriamo che non piova.

giovedì 16 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Venerdì, 25 marzo 2010
Una delle peggiori cazzate fatte l’anno scorso è stata quella di comprarmi un fuoribordo con il gambo corto. Capita di fare una cazzata, ma quando senti il campanello di allarme suonare a ripetizione nel cervello e la fai lo stesso, allora è roba da coglioni. Ho provato a montarlo sulla barca nuova, si fa per dire, e l’elica non arriva a toccare l’acqua. Nemmeno a sfiorarla. Dovrò provare con un supporto per motori ausiliari. Mi costerà fra i cinquanta e i cento euro e una selva di imprecazioni. Ammesso che vada bene. Don’t cry over spilt milk. Pure sprecare lacrime dopo aver versato il latte è roba da coglioni. Anche i lucciconi servono a qualcosa e non vanno sprecati. Piuttosto, mi incuriosisce ciò che si mette in moto nel cervello quando si deve decidere. Pare che in quel momento si crei un contrasto fra la istinto e razionalità, che hanno sedi contrapposte nella scatola cranica, non ricordo quale a sinistra e quale a destra. Ci sono psicologi che attribuiscono poca importanza alla sede razionale, che non sarebbe quella a cui ci si deve affidare, specie nel prendere una decisione veloce. Una eccessiva razionalità potrebbe ritardare una decisione importante e lasciare che ci scervelliamo mentre dovremmo agire. Il subconscio sarebbe più veloce nell’evidenziare certi dettagli, non che ne sia proprio convinto, devo dire, e indugiare troppo sulle conseguenze porterebbe a ritardi mai più recuperabili. Da questa ottica, una fede smisurata nell’istinto appare determinante, anche nella consapevolezza del rischio. Che cosa mi ha detto l’istinto, quando ho comprato questo cazzo di motore? Sento ancora la voce del rivenditore che mi chiedeva se preferissi il gambo lungo o quello corto e ricordo perfino i miei processi mentali che partivano dal considerare che prima o poi avrei dovuto sostituire il quasi fly junior con un’imbarcazione un po’ più comoda, certamente più alta di poppa, dove il gambo corto sarebbe risultato inevitabilmente troppo corto. Poi ho pensato che lo specchio di poppa del quasi fly junior era basso e che se l’elica sta solo una quindicina di centimetri sott’acqua la barca fila molto più veloce. E’ stato sufficiente a farmi decidere per quello corto. Che razza di ragionamento! Per la verità i ragionamenti sono stati due, ma uno doveva essere inquinato. Certamente il secondo, che però ha avuto la meglio. E’ prevalso il fattore emotivo, istintivo, il desiderio di velocità, e mi sorge il dubbio che la fede cieca nell’istinto non sia sufficiente garanzia quando si decide. Come si dice, del senno del poi son piene le fosse. C’è anche chi la vede in modo diverso, riguardo alle decisioni, e pur senza confutare l’importanza dell’istinto, non suggerisce di gettarcisi dentro a capofitto rischiando di non tornare più a galla. Nel mio caso, per esempio, sarebbe stato l’istinto a fare la prima mossa, facendomi desiderare un fuoribordo nuovo, non tanto per il lustro, ma più che altro perché mi ero rotto la schiena a furia di tirare il cavetto, a volte per ore e inutilmente, di un fuoribordo del 1977, che a volte sostituivo con un altro del 1988, che non andava molto meglio. Senza contare il passatempo di tirarli giù, caricarli in macchina e portarli in un paesino a 6 chilometri, dall’unico meccanico che aveva ancora i pezzi di ricambio. Anche se la zona raziocinante diceva che un nuovo fuoribordo non era una urgente necessità, visto che bene o male, in qualche modo potevo ancora tirare avanti per qualche mese, l’istinto si era rotto i coglioni e gridava che quella non era più vita. Poi c’è stata una seconda fase, nel corso della quale avrei dovuto valutare quale tipo acquistare, gambo lungo o gambo corto, e a questo punto avrei dovuto accordare il massimo di credito a quella zona raziocinante che era chiamata in causa per competenza. In tutta onestà devo riconoscerle dei meriti, infatti mi ha fatto notare che in un prossimo futuro, cambiando barca, sarebbe stato un fiasco, ma io non ho ascoltato. Facile da spiegare. C’è stato un flop dell’essere pensante, un rifiuto del raziocinio, un nuovo tuffo nella goduria dell’istinto. Ecco perché fra uno o due mesi, forse anche prima, dovrò chiedermi che cazzo farne di un fuoribordo ancora nuovo, che va in moto al primo colpo, al massimo al secondo, e non mi ha mai dato l’ombra di una rogna. Sotto l’egida dei Gemelli dovrebbero nascere persone intelligenti. Per quanto mi riguarda, comincia ad assillarmi il dubbio.

domenica 12 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 24 marzo 2010
Alle dodici ho recuperato la macchina, come da programma, alle due ci ho caricato sopra l’albero e la vela provvisoria arrotolata al pennone, con due segnali rossi a ciascuna estremità, in realtà due rulli di plastica sgonfi facenti funzioni, e anche un po’ di fifa perché il pennone di oltre cinque metri sporgeva drammaticamente sul davanti e sul retro dell’auto, cosa che di solito la polizia disapprova e si premura di sconsigliare per iscritto, in lettere e in cifre. Per fortuna, anche i poliziotti fanno pranzo. Ho raggiunto la barca, incastrata fra le altre in una sorta di disordinato rimessaggio e fin qui tutto bene. Per provare la vela sull’albero e prendere le misure prima di tagliare avrei avuto bisogno di calma piatta o, meglio ancora, di un venticello del Sud. Invece mi è arrivato da Nord, proprio sulla poppa, a spingere la vela dalla parte opposta. Spostare la barca sarebbe stato impossibile, il lavoro scomodo e troppo approssimativo, me ne sono tornato a casa. La TV è sovraccarica di propaganda elettorale, un’aggiunta agli spot pubblicitari, alcuni leader non ripetono che slogan, senza un vero significato, proprio come negli spot. Uno dei pochi pregi della TV è la facoltà di cambiare canale. O di spegnere il televisore. Zac!

Giovedì ho tralasciato di scrivere perché sono stato impegnato con la vela. E’ arrivato l’agognato venticello del Sud e mi sono proiettato in spiaggia. La prima volta per prendere le misure. Malgrado il vento fosse quello giusto, non era per niente facile essere preciso senza qualcuno che mi reggesse la vela. Naturalmente le ho prese lo stesso, tanto rischiavo solo un telone da dieci euro. A casa ho disteso il telone sullo scivolo e ho tagliato in base ai segni che ci avevo fatto con il pennarello rosso. Mi sono aiutato con un nastro adesivo, incollandolo lungo i bordi per evitare casini mentre tagliavo. Ne è risultata una vela decente, solo, mi pareva un po’ piccola. Nel pomeriggio sono tornato per la prova. L’ho legata di nuovo al pennone e finalmente l’ho issata. Quasi mi viene un colpo, perché invece della vela che mi aspettavo ho visto un mostro fluttuare nell’aria. Tanta era l’ansia di vedere com’era riuscita, che avevo issato il pennone a rovescio. Un pescatore, vicino a me, mi ha chiesto se stavo tirando su uno spi. Cazzo, se aveva ragione. Ho rovesciato il pennone e ci ho riprovato. Niente male, e non era neanche piccola. Lavoro finito, pronti per la prova in mare. Manca solo un occhiello sull’angolo di poppa per passarci la scotta. Ci penserà la mia parente merciaia. Dopo pranzo mi sono seduto vicino a mia moglie davanti alla televisione. Davano uno di quei polpettoni che vengono trasmessi da una generazione all’altra senza soluzione di continuità, dove i ruoli dei protagonisti vengono poco a poco modificati per intollerabili limiti di età degli attori, che cominciano come amatori e finiscono per fare i nonni. Ci sono delle eccezioni, con interpreti che hanno l’aria di rospi, senza neanche una futura chance di trasformarsi in principi, ai quali viene affidato il ruolo di amatori irresistibili. Cazzo, un minimo di rispetto per l’audience. In proposito, hanno dovuto ricredersi anche nel mondo del melodramma. E’ vero che si andava all’opera per ascoltare performance vocali di grandi tenori, soprano, baritoni e bassi, ma c’era anche una trama, e raramente i personaggi avevano le phisique du rôle. Era necessario sottostare alla violenza di accostamenti innaturali per poter credere al dramma di una Butterfly di cinquant’anni, larga come una botte e con il doppio mento, o al folleggiare di una Violetta, alla passionalità di una Carmen che entravano in scena vecchie e con tratti pachidermici, a un’Aida campionessa di wrestling, a un Rodolfo che, nella Bohéme, se fa pranzo non fa cena e a volte non fa né l’uno né l’altra, che si presenta sul palcoscenico gonfio come una mongolfiera e prende in mano una gelida manina dalle dita simili a salsicce. Voci di usignoli che uscivano dall’ugola di cornacchie, con tutto il rispetto, ma nessuno sembrava farci caso. Ultimamente, però, ho visto un paio di trasmissioni decenti alla TV, dove si esibivano cantanti lirici, più o meno giovani. Nessuno avrebbe sfigurato nei ruoli di Carmen, di Violetta, di Rodolfo, di Aida o della Butterfly, e si sarebbero accordati mirabilmente ai testi che i librettisti avevano scritto pensando a tipi come loro. Lo sappiamo tutti che è una finzione, ma se agli artisti non manca le phisique du rôle possiamo almeno fingere che sia vero, immedesimarci nella vicenda e goderci il pathos. Il termine originario di un tale atteggiamento autoingannevole del lettore, in questo caso dello spettatore, è inglese. Si chiama suspension of disbelief (sospensione dell’incredulità, più o meno) e non è niente di nuovo, come concetto letterario risale agli inizi del secolo scorso. Un tempo era riservato a pochi addetti ai lavori, ma dopo una sorta di revival nel film Basic Instinct, ora è di certo un concetto universale.

mercoledì 1 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Martedì, 23 marzo, 2010. Il carrozziere non ha trovato il pezzo dalla concessionaria (e ti pareva!), ha dovuto ordinarlo. Se riuscirà ad averlo stasera, la macchina sarà pronta per domani a mezzogiorno. Non so se devo credergli. Anche oggi, quando ha risposto al telefono, ha farfugliato un pochino. Con una sola macchina, non siamo al culmine dell’efficienza, ma non è il caso di disperare. Certo, se di simili inconvenienti se ne accumulano quattro o cinque, come ci è capitato fra ieri e oggi, e sarebbe superfluo elencarli, tanto non c’è pericolo che me ne dimentichi, allora è tutt’altra cosa e si potrebbe anche sprofondare in un baratro filosofico con la pretesa di affrontare l’argomento della felicità e capire se quando sei incazzato sei infelice e se essere felice vuol dire solo che non sei incazzato. Capisco che si tratta di un modo riduttivo di affrontare l’argomento, che peraltro è stato sviscerato da cervelli molto più illuminati, ma che alla fine sono giunti a conclusioni poco illuminanti. Omnis instabilis et incerta felicitas est (la felicità è sempre instabile e incerta), diceva Seneca, per esempio, che però ha anche affermato In virtute felicitas posita est. Quanto alla prima, è un po’ nebbiosa e lascia il tempo che trova, quanto alla seconda, va chiarito il senso della virtù. Se ai tempi di Seneca il primo anelito dello spirito era conquistare la virtù oggi non si può dire lo stesso. La virtù è stata rimpiazzata con l’auto di grossa cilindrata, la villa al mare o la nave da diporto di ventiquattro metri. Dunque, mutatis mutandis, bisognerebbe dire che sono queste ultime a dare la felicità. Invece non si può, o si entrerebbe in collisione con il paradosso di Easterlin. Approfondendo uno studio sul rapporto fra la ricchezza e la felicità di un individuo, ha riscontrato che oltre un certo limite esso è inversamente proporzionale, il che vuol dire che se troppo cresce la ricchezza, cala la felicità. Se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri in Paradiso, vuol dire che i ricchi sono malvagi, e se è vero, come dice Giovenale, che nessun malvagio è felice, di nuovo ci scontriamo, e stavolta anche peggio, con l’idea che i rimpiazzi dell’antica virtù portino con sé la felicità. Un baratro è sempre pericoloso, anche se filosofico, meglio non lasciarsi precipitare. Concludo dunque, arbitrariamente e senza citazioni, che evitare le incazzature è già un primo passo verso la felicità. Il fatto è che le incazzature mica te le vai a cercare, te le recapitano a domicilio con la posta, per telefono, perfino con le mail, ci sbatti il muso per la strada, nei negozi, ancor più nei supermercati, ti scoppiano dentro casa. Nessun governo si è mai occupato delle incazzature, perciò inutile cercare la salvezza dietro l’usbergo di leggi al riguardo che mai vengono promulgate. Per salvare il bilancio della Sanità se la sono presa con i fumatori, li hanno criminalizzati, hanno fatto girare voce che si tratti di comuni drogati, se la sono presa con gli obesi, poveracci, che già sono pieni di guai per conto loro, e ormai siamo a un passo dal criminalizzare i vecchi, una sorta di parassiti che beneficiano dell’assistenza sanitaria a sbafo. Invece le incazzature, quelle che fanno salire la pressione a livelli esplosivi e distribuiscono a piene mani ictus, infarti e invalidità permanenti, continuano ad essere ignorate senza speranza. Ma forse è meglio così. Il Parlamento, come al solito, affronterebbe il problema da un’ottica fasulla, come ha fatto per gli obesi e i fumatori. Non se la sono presa con chi mette il cibo spazzatura in commercio, ma con chi lo consuma, per ovvi motivi non hanno vietato la vendita di tabacco, preferendo criminalizzare chi lo fuma. Inutile chiedersi cosa scaturirebbe da un’eventuale presa di posizione del legislatore riguardo alle incazzature. Non se la prenderebbe con chi ti fa incazzare, ma con chi si incazza, facendo salire il numero degli infarti e degli ictus a livelli inimmaginabili. Sarà meglio continuare a provvedere da soli con i consueti fanculo, merda, magari cercando di perfezionare tono e volume, forse anche il numero in successione e curando gli intervalli, in modo che l’effetto ansiolitico si produca con maggiore efficacia. Per gente meno scurrile, esistono anche delle varianti. Potrebbero gridare Jeronimo!, con quanto fiato hanno in gola, e mettersi a spaccare tante cose inutili di cui avrebbero dovuto disfarsi da tempo, oppure cominciare a ballare al grido di Akuna matata!, come insegnava allo sventurato Simba il simpatico maialino, o forse era un cinghialino, in in The Lion King.