giovedì 30 dicembre 2010

diario di un qualsiasi nessuno

Domenica, 25 aprile 2010
Sono le otto di mattina e apro la porta di casa. Cielo sereno, suolo bagnato per qualche residua pioggia notturna. Una rondine disegna un arco intorno al fogliame della grossa quercia dall’altro lato della strada, poi vola alta. Buongiorno, domenica. Oggi è anche Festa della Liberazione. Tanti morti per spazzare via la tirannia di idealismi balzani. Ci hanno lasciato la democrazia. Che ne è stato fatto? Citando al volo, senza pensarci troppo, mi viene in mente Marcuse, l’abominio del ’68, le brigate rosse, il terrorismo nero, il terrorismo di stato, la scuola statale ridotta a un parcheggio, Grande Fratello, L’Isola dei Famosi e altre top share dello stesso livello, gli spot televisivi che hanno già rincoglionito diverse generazioni di italiani, la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta che poco ci manca assurgano al livello di istituzioni. Per fortuna la morte è generosa e lascia che gli eroi riposino in pace, ignari per l’eternità. Mi è tornata la tosse, quella schifosa, fottuta, fottutissima tosse. Per il momento non ho la febbre. Ho di nuovo ridotto il numero delle sigarette. Faticavo già a non superarne sette, ho dovuto ridurre a tre. Domani mattina devo telefonare al meccanico per il fuoribordo. Anche la settimana scorsa ho avuto bisogno di un meccanico. Appena entrato in una rotonda, ho sentito uno strano ticchettio e subito dopo un colpo e qualcosa di metallico trascinato sull’asfalto. Esco dalla rotonda, accosto e verifico. Marmitta staccata, struscia sulla strada ed è in procinto di staccarsi del tutto. Occorrerebbe legarla, per raggiungere almeno il meccanico. Non trovo una corda, per di più si è staccata all’interno e sarebbe un lavoraccio, da ridursi uno schifo. Il meccanico è a un paio di chilometri. Purtroppo non è la parte posteriore della marmitta a scivolare sulla strada, ma quella anteriore, che sfiora il terreno con il rischio di impuntarsi al minimo dislivello e spaccare tutto. L’alternativa è il carro attrezzi, ma siccome devo ancora estinguere il mutuo per l’auto, faccio gli scongiuri e mi avvio molto lentamente verso il meccanico. Da dietro, la marmitta a terra deve saltare agli occhi, perché la gente mi sorpassa senza sbraitare. Quando arrivo dal meccanico, scopro di aver fatto fuori due marmitte in un colpo solo. Almeno ho evitato il carro attrezzi. Domani, un’altra mattinata che se ne va a puttane. Quando avrò la barca pronta, lo so già, tornerà la pioggia. Invece avrei bisogno di provare la vela, quella provvisoria, e se necessario modificarla, anche più di una volta, fino a quando non funzioni in modo decente. Così avrei il modello per farmene cucire una vera. Variale è in caduta libera. Con la vittoria della Juve ha ripreso a respirare, poi, non si capisce perché, ha rivolto al tecnico della Lazio, mi pare che si chiami Ventura o qualcosa di simile, una velata preghiera perché si impegni a fermare l’Inter al prossimo turno. Per fortuna il campionato sta per finire e l’ineffabile Enrico avrà il tempo di smaltire lo stress prima che si ricominci. Siamo un popolo di stressati, figuriamoci ora che siamo in primavera inoltrata. Se poi aggiungiamo che da qualche anno le vittime di stress possono pretendere danni morali e materiali, è facile capire perché la crescita sia stata esponenziale. Bisogna stare in guardia e frenare gli impulsi, anche quando sembrano inarrestabili. Un vaffanculo bene scandito in presenza di testimoni, mi pare di essermi già riferito a un fatto del genere, può causare turbamenti da stress da risarcire con decine di migliaia di euro. Stress rimborsabili a parte, stress da primavera a parte, resta il fatto che siamo tutti stressati. Ieri ho accompagnato mia moglie dal fornaio. E’ andata a comprare un chilo di pane, insomma, una pagnotta, e l’ho aspettata in macchina. E’ tornata con un’aria seccata. La commessa le aveva fatto uno scontrino di due euro senza pesare la pagnotta. Poiché la pagnotta costa un euro e novanta al chilo e il peso è normalmente inferiore di almeno un centinaio di grammi, e poiché sullo scontrino di due euro non era stato registrato il peso, mi sono incazzato. Ho riportato dentro la pagnotta, ho chiamato la proprietaria e le ho chiesto se si trattava di un pane speciale o di quello che acquistiamo regolarmente ogni giorno. Per farla breve, la signora si è profusa in scuse, poi mi ha chiesto chi era al banco, domanda del tutto ininfluente, perché in quel momento c’era una sola commessa e stava origliando poco distante. Per farla breve, la proprietaria ha pesato la pagnotta, ha fatto un nuovo scontrino e mi ha dato trentacinque centesimi di resto. Poi mi sono chiesto cos’era stato a farmi incazzare tanto, certo non i trentacinque centesimi. Neanche il fatto che una stronza si fosse comportata da stronza poteva essere un buon motivo. Ciò che mi rodeva dentro era dovuto a qualcosa di più vaste proporzioni, sommerso e invisibile, che agisce sull’etica sociale come acido sulla pelle. Forse dovremmo portarci dietro una scacciacani e scaricarla in faccia al primo stronzo che si arrischia a rompere i coglioni. Potrebbe essere un deterrente, chissà, e forse anche un modo di mettere al riparo il fegato e le arterie.

martedì 16 novembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Venerdì, 23 aprile, 2010
Il motore non vuole partire. L’ho minacciato di buttarlo in mare, ma non ne vuole sapere. Ho telefonato al rivenditore. Mi ha suggerito di soffiare sull’imboccatura del serbatoio, dilungandosi a spiegare che se è stato fermo per parecchi giorni il carburatore potrebbe essere secco e un po’ di pressione dall’alto sarebbe di aiuto. Ho riempito il serbatoio fino all’orlo, poi mi sono messo a soffiare da spaccarmi le guance. Quello che ti manda fuori di testa con i motori è che sono insensibili. Alla fine mi sono deciso a telefonare a un amico, un meccanico di motori marini, e se ne parlerà lunedì. Chi se ne frega, tanto oggi piove. La solita pioggerellina che fa disertare i pontili e li trasforma in paesaggi remoti e malinconici. Domani pioverà ancora, a quanto dicono i colonnelli alla TV. In fondo, serve anche la pioggia. Ti richiama alla realtà, nel caso cominciasse a frullarti per la testa qualche idea strana, come, per esempio, che la vita è bella perché il sole si leva ogni mattina. Nessuna obiezione a che si levi ogni mattina, il fatto è che a volte è difficile, molto difficile vederlo, ancora più difficile sentirlo, e la colpa non è sempre delle nuvole. Capita di non notarlo perfino quando ci sovrasta e ci illumina e ci brucia la pelle. In realtà, siamo noi che sorgiamo ogni mattina e quando non lo faremo più non lo farà neanche il sole. Siamo noi a decidere che il sole debba essere visibile o meno, che ci riscaldi o che ci ignori, non sono le nuvole. Per questo i giorni di pioggia sono una sorta di test. Verificare se riusciamo a sentire il sole senza vederlo, ad essergli grati, anche se nascosto, per aver voluto sorgere insieme a noi e regalarci un altro giorno di vita. Non vanno sprecati i giorni di pioggia. Si può leggere, dipingere, scrivere, studiarsi una lingua straniera, concentrarsi sull’amore, convincersi di non essere ancora diventato una testa di cazzo sbirciando, ogni tanto, certe trasmissioni alla TV. Su questo punto occorre fare attenzione. L’espressione TDC non ha un preciso riferimento scientifico. Ogni straccio di psichiatra ti sa spiegare, dico scientificamente, malattie mentali come la schizofrenia, la paranoia, la depressione e l’immane congerie di idee ossessive che affliggono una società progredita come la nostra. Ti sanno individuare la parte del cervello responsabile, la carenza o l’esubero di sostanze, attraverso cui si crea uno squilibrio che manda in tilt un sistema di nervi e di cellule che sono la meraviglia del creato. Tuttavia, chi interrogasse gli stessi scienziati sulle cause recondite della testadicazzaggine, non avrebbe risposte soddisfacenti. Forse neanche risposte. Il fatto è che la malattia esula completamente dal settore scientifico, a meno che non si parli di scienza empirica, basata in linea di massima sull’individuazione di una comune sintomatologia. Ma anche qui, dobbiamo riconoscerlo, la situazione non migliora. Quali sono i sintomi attraverso i quali si riconosce una tdc? Si può solo rilevare che una tdc è una persona, in genere di sesso maschile per evitare contraddizione di termini, che pensa cazzate, dice cazzate, fa cazzate, induce altri a pensare, dire e fare cazzate. Dovremmo però sapere cos’è una cazzata e se cerchiamo nel dizionario dei sinonimi ne troviamo gli equivalenti in balordaggine, stupidaggine, sciocchezza. Dunque, dare del testa di cazzo equivarrebbe a dare dello sciocco, dello stupido, del balordo. Ma non è così. Certe parole, certe espressioni, hanno vita propria e si ribellano ai rigori di una classificazione, per quanto attenta. Possono essere considerate il culmine nella manifestazione di un concetto, nell’espressione di una positività o peggio ancora di una negatività. In tal senso diventa fondamentale il ritmo, l’accentazione, il suono delle vocali, la loro apertura, chiusura e il loro intervallo con le consonanti la loro forza evocatrice e i legami culturali. Da tante combinazioni, che in genere passano inosservate, scaturisce la forza, a volte la potenza e la devastante efficacia di certi epiteti. Per questo motivo, vorrei proprio dire scientifico, una testa di cazzo può avere ben poco in comune con uno sciocco, uno stupido o un balordo. Sulla scala che porta alla negazione dell’antica logica, quella fatta di sillogismi veraci, per intenderci, è a un livello più alto che si pone l’individuo con tale appellativo. Va ricordato a questo punto, che non siamo riusciti a definire una cazzata, cioè il sintomo di base, né la frequenza necessaria per definire la testa di cazzo, e che manca del tutto il supporto scientifico della causa deviante. Ciò spiega l’uso improprio frequente e l’inflazione crescente. Come dicevo, bisogna fare attenzione.

martedì 9 novembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Domenica, 18 aprile 2010
A due settimane dalle ultime considerazioni sui significati reconditi di una tazza del cesso, mi è tornata la voglia di scrivere. E’ come una febbricola che viene e va a suo giudizio, e quando te la senti addosso non puoi farci gran ché. Ti siedi davanti al computer e cominci a premere i tasti. A volte non sai nemmeno che accidenti scrivere, ma se insisti, qualcosa viene fuori. L’applicazione della staffa per il motore, per esempio, merita due righe, perché ormai è un problema del passato e fa la sua bella figura dietro la poppa e dà un’impressione di sicura stabilità. Quanto ai soci del club, non hanno ancora spostato le barche, perché il meteo dei fine settimana ci ha messo lo zampino. Di conseguenza, non ho ricevuto solleciti né proteste. In queste giornate di brutto tempo ho passato qualche ora davanti alla TV, in cerca di un film o anche di una trasmissione sportiva, tanto per non perdere del tutto i contatti con gli eventi fondamentali, tipo Formula uno, campionato di calcio, champions, motomondiale. Ho incocciato un paio di volte Enrico Variale, che ormai si riconosce
a fatica. Sguardo spento, occhiali senza riflessi a festa, voce lamentosa e portamento noncurante. Non riesce più nemmeno ad azzeccare un pettegolezzo ad effetto. Se la Juve non torna a vincere, ce lo perdiamo di sicuro. Quanto al motomondiale, se Lorenzo non ce la fa neppure quest’anno, forse deciderà di cambiare mestiere. Sarebbe un ottimo stunt man, nessuno sa cascare meglio di lui. In libreria i gialli sono in crisi per la concorrenza sleale della TV. I giornalisti si appropriano gratuitamente di vicende reali, di morti ammazzati sul serio, e poi si pavoneggiano a raccontare le storie, con dovizia di particolari, come se le avessero scritte loro. Invece le hanno scritte i morti, che non possono neanche reclamare i diritti d’autore. Per la giornata di ieri, il meteo aveva promesso sole e tempo asciutto, perciò mi sono alzato di buon mattino per portare finalmente la barca all’ormeggio. Invece, già alla prima occhiata, la giornata si è presentata umidiccia, con cielo coperto e ragionevoli promesse di pioggia. Siccome mi ero rotto le scatole di vedere la barca a terra, e forse anche lei era incazzata, costretta com’era a restarsene sopra i rulli come una cogliona, quando avrebbe trovato più naturale darsi una sgranchita sopra le onde, ho deciso per entrambi e non ho cambiato programma. Inutile dire che, appena arrivato al club, è cominciato a piovere. Ho aspettato una decina di minuti per capire le vere intenzioni delle nuvole, infine ho deciso che si trattava di goccioline innocue e ho cominciato a spostare la barca sui rulli. Dopo un paio di metri, malgrado il percorso in discesa, i rulli di plastica hanno cominciato a rompere. Nel ruotare accumulavano sabbia sul davanti e si impuntavano come muli. Un paio di chilometri per arrivare a casa, gonfiare un paio di rulli in plastica, altri due chilometri all’incontrario e sostituzione. Problema risolto. La barca è scivolata per una sessantina di metri fino alla riva leggera come una piuma. Ho preso il motore dalla macchina e l’ho applicato alla staffa. Un’operazione semplice, ma anche il motore ha voluto dire la sua. Occorre spiegare che questo cazzo di motore deve sempre essere appoggiato, se a terra, sul lato sinistro e mai, dico mai, neppure durante la navigazione, deve essere inclinato sul lato destro. In tal caso, come mi hanno spiegato dopo l’acquisto, un po’ di olio va a finire sulla candela e volerlo far ripartire è un’impresa da disperati. Nel momento in cui lo infilavo sulla staffa mi è scivolato di mano e si è inclinato, occorre dirlo?, a destra. E’ stato solo un attimo, ma ho avuto lo stesso brutti presentimenti. Prima di andare in acqua ho legato la vela al pennone. Non si sa mai. Il fondale è molto basso, tanto che per guadagnare quattro o cinque metri e avere un minimo di galleggiamento devo puntare il remo sul fondo e spingere con forza. Sempre per via del fondale basso non posso abbassare il motore né tanto meno timone e deriva, perciò decido di allontanarmi a remi per una cinquantina di metri attraverso uno stretto passaggio fra due file di scogli. Le nostre decisioni, però, sono a rischio perfino se prese sulla base del nostro operato, figurarsi se le prendiamo sulla base dell’operato altrui. E’ chiaro, almeno credo, che per altrui intenda quell’incosciente del mio amico pittore, che ha fissato l’alloggio dello scalmo sulla plastica dello scafo con quattro viti autofilettanti, senza curarsi delle crepe e degli squarci prodotti tutt’intorno. E poiché il remo sforza sullo scalmo e questo nel proprio alloggio, la naturale conseguenza è stata quella di veder saltare uno dei remi appena vi ho messo mano. Per fortuna il vento era di un paio di nodi e il mare calmo. In qualche modo sono riuscito a superare gli scogli e ad allontanarmi di poco. Subito dopo ho calato in acqua il motore, ma sotto funesti presagi. Infatti non è partito. Niente motore, niente remi. Per fortuna avevo già legato la vela al pennone. L’ho issata subito. Avrebbe dovuto essere un collaudo, invece era qualcosa di più. E’ andata bene. L’assetto era uno schifo, ma la barca andava. Prima di entrare in porto ho provato anche un paio di virate, poi sono entrato e ho raggiunto l’ormeggio. Quasi dimenticavo. Mentre issavo la vela, dopo i guai con i remi e il motore, mi sono ritrovato con l’acqua alle caviglie. Avevo dimenticato il tappo. Lo avevo in tasca.

mercoledì 13 ottobre 2010

Venerdì, 2 aprile 2010. Comincio a sospettare che dentro di me si sia pericolosamente risvegliato il bambino. Sono cinque giorni che sto giocando con questo cazzo di aggeggio. Ogni tanto mi illudo di averlo addomesticato, poi si fanno avanti nuovi dubbi, prima di fare i buchi sulla barca devo essere sicuro di bucare al punto giusto. Stamattina ho preso una decisione drastica. Ho fatto quattro buchi su un tavolone smisurato appoggiato al muro, mia figlia lo usa per dipingere i suoi enormi quadri astratti, e ci ho applicato la staffa con sopra il motore. Finalmente sono riuscito a sbloccare del tutto l’attrezzo e a rendermi conto di come funziona. Ho potuto fare tutte le prove che volevo, l’ho spostato in basso, in alto, poi un po’ più in alto e un po’ più in basso, poi da nessun’altra parte perché si è staccata una tavola e per poco non mi cade addosso con tutto il motore. Rimetto il tutto in macchina con una gran voglia di provare il risultato sulla barca, ma mia moglie mi avverte che sta arrivando un tizio per consegnare una giara per il prato. Passa un minuto ed è già davanti al cancello. Sistema la giara, poi, secondo accordi presi un paio di anni fa, durante i quali abbiamo aspettato inutilmente che si facesse vivo, mi incolla una terracotta vicino all’uscio. E’ una cosa artistica. Me l’ha fatta un paio di anni orsono, per l’appunto, con la promessa che di lì a qualche giorno sarebbe venuto a incollarla al muro. Ora, dopo l’acquisto della giara, non ha avuto scampo. Sulla terracotta ci abbiamo fatto incidere un castello con una scritta: My home is my castle. Più o meno vuol dire che a casa mia faccio come mi pare o anche non venite a rompermi i coglioni in casa. Quando il tizio ha finito è sosta per il pranzo. Verso le tre me ne torno in spiaggia per provare la staffa un’ultima volta, almeno me lo auguro, e dare un taglio a questo tormentone. La appoggio alla poppa e stavolta mi pare che vada bene. Prendo accuratamente le misure, il motore dovrebbe poter girare su se stesso ed essere richiamato in alto. Quando sto per andarmene, arriva il mio amico talismano e vuole dare un’occhiata. Armeggiamo un po’ con l’attrezzo e pare che vada bene, ma gli salta all’occhio che, navigando a vela, la staffa andrebbe a toccare l’acqua. Se si riuscisse, però, a far funzionare l’ostico meccanismo di sollevamento, tutto sarebbe risolto. Torno a casa e fisso di nuovo il supporto alla grossa tavola, stavolta tirando bene le viti e aggiungendo una rondella per parte. Faccio la prova e funziona. Corro a comprare una tavoletta di compensato, su cui tirare i dadi all’interno della barca, e il problema è risolto. Domani è sabato e posdomani è Pasqua. Se ne riparlerà lunedì, forse anche martedì. I soci del circolo pazienteranno. La vita è un lungo esercizio di pazienza. Quelli che non lo sanno si buttano dalla finestra (dicono che i suicidi siano solo gente impaziente), ci buttano la moglie, sparano, accoltellano e fanno esplodere bombe sotto il culo degli altri. In genere però la gente non crede alla pazienza, altrimenti non sarebbe stata aggiunta una propaggine al saggio detto, di questi tempi arcaizzante, la calma è la virtù dei forti. Adesso suona un po’ diverso, cito la calma è la virtù dei forti, la pazienza è la virtù dei coglioni. Nessuno vuole più essere paziente, nessuno vuole essere coglione, meglio esplodere e provocare cataclismi. Montezemolo gira in Ferrari, la vogliamo anche noi, vogliamo tutto e subito. Perfino i santi li vogliamo subito. Paolo VI, lo vogliamo santo e subito. A volte le verità più profonde si incontrano in luoghi impensabili. Meglio di tanti discorsi, è l’esempio calzante che squarcia la nebbia e ci irrora di luce feconda. Su una ceramica di Orvieto, raffigurante una tazza del cesso, appariva la scritta tutto arriva per chi sa aspettare. Di certo avrà indotto molta più gente a riflettere sulla imprescindibilità della pazienza di qualche voluminoso tomo di filosofia. Spesso neppure le citazioni dei personaggi più illustri appaiono sufficientemente chiare e credibili, specie quando appaiono il risultato di una elaborazione cerebrale. Prendiamo Jean Jacques Rousseau, quando dice che la pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce. E’ un concetto astratto, non aggressivo, non ti afferra per le palle senza allentare la stretta fino a quando non hai capito. Neanche Pablo Neruda è molto convincente, sostenendo che solo l’ardente pazienza può portarci a una splendida felicità. Nessuno sa cosa sia la felicità, e vorrebbe tanto saperlo, se poi si tratta di una splendida felicità, si entra nella sfera dell’inconoscibile. Ma da dove ho cominciato per arrivare a tanta saggezza? Dalla tazza del cesso, certo. Se i soci del circolo faranno difficoltà per il ritardo, gli parlerò delle porcellane di Orvieto.

martedì 12 ottobre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 31 marzo 2010. Sono le due di mattina e appena mi sono svegliato ho capito che non c’era verso di rimettermi a dormire. Insonnia. L’unico rimedio è farmi un caffè e fumarmi una sigaretta. Aspettando che si faccia il caffè, mi sono messo a scrivere. Ieri non è piovuto, ma la barca è ancora lì. Fare programmi è da presuntuosi. Come voler predire il futuro. Per di più, non riesco a capire il verso di questa dannatissima staffa da applicare alla poppa. Durante le mie ricerche per i negozi di nautica ho visto almeno una decina di illustrazioni, ma nessuna era uguale a questa. Erano di una semplicità estrema, non c’era bisogno di chiedere quale fosse il verso, cioè quale parte andasse in alto e quale in basso. Ho fatto anche un salto al rimessaggio, ho chiesto a quattro cinque sprovveduti come me, ma non c’è stata illuminazione. Alcuni propendevano per un verso, altri per quello opposto, e io sono rimasto con il trapano in mano e con il timore di forare la barca in modo sbagliato. Naturalmente non ho fatto buchi e mi sono riportato a casa il trapano e la staffa, sperando in un avvenire migliore. Ho provato a telefonare al rivenditore, e subito il tizio si è impegnato in una disquisizione sulla funzione della staffa, usando termini maledettamente tecnici, di pertinenza della meccanica, di cui non capivo un cazzo, in un tono scontato e pieno di sussiego, senza peraltro rispondere alla mia domanda, del resto molto semplice da capire anche per un buzzurro –quale parte va sopra e quale sotto?- con il risultato di un supplemento di incazzatura e una telefonata sprecata. Poi mi sono ricordato di un amico, anche lui ha la barca al rimessaggio, che poco si intende di vela e per fortuna va solo a motore. Ho fatto di nuovo un salto alla barca, sperando di incontrarlo, e quando l’ho visto, quasi non ci credevo. Mi ha chiarito la situazione in due parole e domani mattina viene a darmi una mano per montarlo. Appuntamento alle dieci. Non è vero che l’umanità è condannata alla sofferenza, non sempre. Il giorno dopo, ore dieci e un quarto. Ad alleviare la sofferenza il più delle volte è solo un’illusione passeggera. Il mio amico è arrivato puntuale, ma con una fretta del diavolo, mi ha dato qualche indicazione sommaria, ha cercato di sbloccare il maledetto aggeggio, mi sono dimenticato di annotare che era maledettamente bloccato, poi ha detto che lo aspettava la moglie ed è sparito come un fugacissimo banco di nebbia. Ho cercato di ricordare i suoi suggerimenti ultrarapidi, ho provato l’aggeggio sulla poppa per vedere se il problema era risolto. Neanche per sogno. Sono tornato a casa e ho telefonato al rivenditore. Appuntamento alle quindici. Arrivo puntuale come una cambiale in scadenza, non trovo il tizio che me l’ha venduto. Al suo posto c’è un altro, più insofferente, deve essere il padrone. Gli espongo il problema e lui quasi si incazza, poi io gli dico che il marchingegno è bloccato e lui si incazza ancora di più, perché, dice, senza averci montato il motore certo che è bloccato. Se è vero, come sostengono molti psicologi, che in ciascuno di noi abita un genitore, un adulto e un bambino, il rivenditore aveva certo indossato i panni del genitore e stava rimproverando un bambino disattento, senza sapere che il bambino che credeva di avere di fronte era in realtà un adulto molto, molto incazzato, di certo più incazzato di lui, che si stava ricacciando in gola, a fatica, una lunga serie di fanculo a vantaggio del proprio particulare. Quello guicciardiniano, per intenderci. Mi spiega, anche lui a grande velocità, cosa devo fare, poi mi restituisce il coso e si dedica ad altro. Torno in spiaggia e appoggio il coso alla barca cercando di seguire le sue indicazioni. Di nuovo non mi convince, e davvero comincio a dubitare di essermi rincoglionito. Ma quando mi è successo? Possibile che in famiglia non mi abbiano detto niente? Personaggi strani non ne ho visti, voglio dire psichiatri o psicologi introdotti di straforo per una visita a mia insaputa, magari contrabbandati per testimoni di Jeova o promotori telefonici, o venditori di enciclopedie e non so che altro. Niente di tutto ciò. Dunque è probabile che abbia ancora tutte le cellule funzionanti e che se le metto in moto, senza continuare a chiedere a tanta gente, creando problemi a chi ha fretta e facendo incazzare chi non ha pazienza e mi fa capire che non ha tempo da perdere con chi è tanto imbranato da dover chiedere spiegazioni, forse arriverò a una qualche conclusione. L’arnese si è bloccato in una posizione che mi rende difficile capire come cazzo funziona. Per prima cosa, sbloccarlo. Mi infilo due guanti molto spessi per proteggermi le mani e ci provo. Dopo ripetuti tentativi e un numero imprecisabile di moccoli, ci riesco, anche se solo in parte, e incredibilmente si svela l’arcano. Ripeto la prova appoggiandolo alla poppa, e, che sia il modo giusto o no, mi pare che possa andare. Forse domani mattina riesco a montarlo, portare la barca all’attracco e chiudere questo fottutissimo capitolo della staffa misteriosa. Ho detto forse. Niente programmi.

lunedì 27 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Martedì, 30 marzo 2010
Mattinata luminosa e senza vento, ideale per spostare il quasi fly junior dall’attracco al rimessaggio, soprattutto per tirarla a riva, con il mare piatto come una tavola. Pensieri al vento. Mia moglie deve recarsi in un paio di posti, il traffico è fitto e i parcheggi scarseggiano. Per di più c’è una masnada di vigili, aspiranti vigili e vigili in appalto che si aggirano fra le auto in sosta con il taccuino delle contravvenzioni nella sinistra e il prurito nella destra. Quanto ai mancini, il prurito ce l’hanno nella sinistra. Se ti beccano, meglio non protestare, tanto non c’è perdono per chi incorre in quisquilie del genere. Se ammazzi qualcuno, o se almeno fai parte di una banda di assassini, allora è diverso, perché con il pentimento si dimenticano di quanta gente hai ammazzato e ti guadagni un premio. Con la qualifica di pentito hai diritto a una pensione, una casa nuova, cose del genere. Per farla breve, accompagno mia moglie in modo di poter restare in macchina nel caso debba parcheggiare alla meglio. Vado al pontile di pomeriggio, ma si è già levato un po’ di vento. Incontro un amico di vela, un toscano. Fa il falegname, ma solo per dieci mesi all’anno, perché d’estate pianta il lavoro e anche l’idea del lavoro e viene a godersi la barca insieme alla moglie. E’ un’inglese, anche lei va matta per il mare e insieme fanno una coppia piacevole a starci insieme. Mi avverte che ci sono onde molto lunghe e se si va a terra bisogna fare attenzione per via delle barriere di scogli. Ci sono abituato. Esco dal porto tranquillamente, le onde rompono a riva. Mano a mano che mi allontano le onde si fanno più alte, ma sono sempre innocue. Poi, quando arrivo e devo passare fra due file di scogli, le cose si complicano un po’, perché con la prua a terra comincia una sorta di surf. Cerco di allinearmi al verso dell’onda e per fortuna l’occhio non mi tradisce. Quando sono a trenta metri un cavallone si impadronisce della barca e mi porta dritto dietro gli scogli attraverso lo stretto passaggio. Dentro tira un’altra musica, c’è maretta, tiro su in fretta il motore, subito dopo il timone e la deriva, se no si spezzano urtano il fondo, e mi lascio portare a terra dai frangenti. Ho solo un rullo di gomma, l’altro è di plastica, perciò rischio qualche vertebra per tirare la barca in secca, poi la scarico completamente per alleggerirla e comincio a farla rullare verso il rimessaggio. Niente da fare, perché proprio in quel momento si mette in moto una ruspa che in un minuto solleva tanta terra da creare una barriera insuperabile fra me e le altre barche. Fanculo. Per raggiungerla devo uscire dalla spiaggia e allungare il tragitto di almeno tre volte. Arrivo dopo un tre quanti d’ora, a corto di fiato, non riuscirei a spegnere una candela. Salvagente, timone, deriva, vela e fiocco e tutto il resto sono ammucchiati sulla spiaggia. Ce li ho lasciati quando ho dovuto alleggerire la barca. La macchina è rimasta sul molo e devo andare a riprenderla. Un paio di chilometri. Me li faccio a piedi, e per strada continuo a ripetermi che non faccio moto da tanto tempo e che ne avevo un gran bisogno e che posso finalmente approfittare di una buona occasione, mentre le gambe pare che siano di tutt’altro avviso. Non condividono il mio entusiasmo, ma mi portano a destinazione. Mi metto al volante, vado a riprendermi il tutto e me ne torno a casa. A scaricare la macchina non ci penso nemmeno, preferisco scaricarmi di peso sul divano e alleggerirmi il cervello ascoltando stronzate alla televisione. Riecheggiano ancora i commenti dei politici sui risultati delle elezioni regionali. Difficile capire chi ha vinto, perché nessuno ammette di averle perse. Poi arriva Bersani che pare si sia scoperto meteorologo. Da un pezzo non fa che ripetere che il vento sta cambiando e comincia a soffiare in un’altra direzione. Nessun riferimento alla rosa dei venti. E’ una sorta di disco inceppato che continua a girare anche dopo le elezioni. Sempre più spesso appare Di Pietro, al colmo della beatitudine per l’indice di gradimento salito al sette per cento, candidato all’aureola di leader della sinistra. Arriva Bossi e giura eterna fedeltà all’amico Berlusconi, che ha il patema d’animo ogni volta che Umberto apre bocca, memore di quello che gli ha combinato in una passata legislatura, mica tanto lontana. L’umore del senatur è variabile e cambia direzione molto più in fretta del vento di Bersani. A sublimare la merda, la più maleodorante possibile, arriva la pubblicità. La cellulite è una malattia, a caratteri cubitali. Sconvolgere la psiche delle donne, a partire dalle dodicenni, è routine per chi ha qualcosa da vendere. La televisione è il nuovo Verbo, forse sarebbe il caso di scriverci una nuova Bibbia, a cui anche i genitori siano tenuti a prostrarsi. Così potremmo starcene tutti tranquilli, senza provare più quel prurito ai piedi e la voglia di dare tanti calci in culo a tanti figli di puttana invisibili.

sabato 25 settembre 2010

Diario di un qualsiasi nessuno

Lunedì, 29 marzo 2010
Ho rallentato il ritmo del diario, se no arriva maggio e con la barca sono ancora in alto mare (si fa per dire). Domenica ho fatto un salto al rimessaggio dove tengo il vaurien, e invece delle due consuete file di barche ho trovato un deserto di sabbia. Sono rimasto basito (quanto mi è antipatica questa parola). Può capitare che una mareggiata improvvisa faccia scempio di alberi, murate e specchi di poppa, perfino che si porti via qualche imbarcazione e la scaraventi contro gli scogli, ma che faccia sparire una trentina di barche non è mai successo. Ho fatto ancora qualche passo e le ho viste, tutte raccolte sotto la massicciata della ferrovia. Evidentemente il comitato direttivo del circolo ha deciso di effettuare opere di miglioramento e ritenuto necessario spostarle. La mia, quella nuova (si fa ancora per dire), che avevo parcheggiato defilata dalle altre di almeno una decina di metri, era ancora là, ma è probabile che non l’abbiano toccata perché sapevano che era lì in allestimento e che l’avrei portata via a giorni. Però era di intralcio, e lo è ancora, e al massimo avrò tre o quattro giorni di tempo per portarla all’attracco. Ho cominciato subito a darmi da fare per trovare una staffa per il fuoribordo, che sia disponibile subito. Telefonate a destra e a sinistra. Niente da fare. Prezzi da ottanta a cento euro e non disponibile prima di tre o quattro giorni. Decido di andare a ordinarne una a una quindicina di chilometri (non è stato possibile ordinarla per telefono, bisognava andare di persona e versare un acconto), disponibile fra un paio di giorni, almeno a sentire il commesso, a settantacinque euro, il miglior prezzo fino a quel momento. Per strada, decido di fermarmi al rimessaggio per vedere se la barca, sola soletta, è in ordine, e incontro un amico, uno di quegli amici che portano bene, da cui ricevi sempre indicazioni utili, anche se non gliele chiedi, ed è anche sempre disposto a dare una mano. Per caso gli parlo del mio problema e mi indica un negozio di accessori per la nautica, sempre a una quindicina di chilometri, ma nella direzione opposta. Non ricorda il nome, ma mi indica, all’incirca, dove si trova. Corro a casa e accendo il computer. Cerco i negozi di nautica della località che mi ha indicato e ne trovo subito uno che mi strizza l’occhio. Telefono e mi risponde un tizio, che molto gentilmente mi informa che ne ha un paio disponibili, mi dice i prezzi, un po’ alti, e mi avverte che una delle due staffe non è regolabile. Gli chiedo se faccio in tempo a farci una scappata per rendermi conto di persona. Non manca molto all’orario di chiusura, perciò mi chiede da dove telefono. Quando glielo dico, mi risponde che conosce bene la mia città, ma non farei in tempo perché sto parlando con la Sardegna. Omonimia di toponimo. Mi scuso e riprovo, stavolta indicando anche la provincia, e in un attimo trovo quello che cerco. Risponde una voce femminile, le faccio la mia richiesta, ma capisco che è poco pratica. Prima devo spiegarle bene cosa voglio, poi mi dice che non ce l’ha ma mi prega di aspettare un momento perché deve chiedere a qualcuno. Torna con la voce più allegra e mi dice che ce l’ha. Prezzo settanta. Chiedo anche a lei se faccio in tempo ad andare a prendermelo, perché manca solo una mezz’ora scarsa alla chiusura e per arrivare da lei devo percorrere una nazionale a quell’ora intasata come una carotide con un paio di stenosi. Mi concede dieci minuti di franchigia. Uscendo in macchina incontro mia moglie e le chiedo se vuole venire. Arriviamo in perfetto orario. Acquisto la staffa, poi porto mia moglie a festeggiare in una gelateria dove preparano affogati che fanno risuscitare i morti. Il programma (pessima parola) per domani mattina è montare la staffa come prima cosa, poi andare a prendere il quasi fly junior e tirarlo a riva al rimessaggio, sistemarlo con le altre barche sotto la ferrovia, mettere in mare la barca nuova e portarla al largo a motore, provare la vela e poi attraccare al pontile. Speriamo che non piova.