mercoledì 30 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

30 novembre 2011. Sta per andarsene l’ultimo giorno di novembre del 2011, mai più ne vivremo un altro. Domani sarà diverso, molte vite finiranno, altre avranno inizio, c’è chi finirà in prigione, chi ne uscirà, chi si sposerà e chi divorzierà, forse anche chi ammazzerà qualcuno o ne verrà ucciso, insomma, molti piangeranno, altri sorrideranno, il mondo sarà differente e la vita si sarà accorciata di un giorno. Ricordo una canzonetta da varietà, che terminava sempre con la stessa battuta –In fondo in fondo, a noi, che ce ne cale?- A me niente, assolutamente niente, visto che nessuno può farci niente. Che, vogliamo metterci a parlare di destino? Diocenescampi. Stamattina, al porto, faceva un freddo siberiano e alle dieci e mezzo spirava ancora una discreta brezza di terra. Si sa come funziona. Di notte la terra si raffredda più in fretta dell’acqua, perciò l’aria si muove a cercare sollievo verso il mare. Più tardi, però, la terra si riscalda di nuovo e l’aria se ne torna dal mare. In genere però sulla brezza di terra si può scommettere, ma non sulla brezza di mare. Perciò se si esce dal porto a vela, con il vento alle spalle, non si può essere certi di rientrare a vela, con il vento alle spalle. Tutto questo per spiegare perché non sono uscito, preferendo aspettare il primo pomeriggio, quando la brezza di mare avrà deciso se alzarsi oppure no. Ho letto un articolo interessante sul flagello delle vuvuzelas. Secondo una ricerca universitaria, causano un sacco di danni alla salute, e anche piuttosto gravi e qualcuno sta già pensando di proibirle nelle prossime competizioni internazionali. Secondo i ricercatori, dalle trombette vengono espulse milioni di goccioline di saliva che non disdegnano contagiare il prossimo con bacilli di qualsivoglia natura, inclusi, ovviamente, quelli della tubercolosi. Meglio lasciare che se le godano i sudafricani, a casa loro e senza invitati. Anche perché, diciamolo pure, è difficile seguire una partita di calcio e, possibilmente, godersela, con un jumbo che ti decolla negli orecchi per novanta minuti. Con aggiunta dell’intervallo dopo il primo tempo e salvo tempi supplementari. Scende la disoccupazione femminile, in aumento quella maschile, che, secondo me, corre inesorabilmente incontro alla confusione e al disagio del compiersi di una mutazione epocale. Si badi bene, mutazione, non mutamento. Uomini e donne, al giorno d’oggi, mutanti. Sia chiaro che non sto chiamando in causa un qualsiasi processo osmotico. Niente di tutto ciò. La mutazione riguarda l’animale prevaricante che muta, per una costante perdita di energia, di capacità decisionale, di determinazione e coraggio, in animale prevaricato, mentre dalla mutazione dell’animale prevaricato scaturirà il malversante. La disoccupazione, che continua a diminuire fra le donne e ad aumentare fra gli uomini, è già testimone di un processo inarrestabile e irreversibile. Tutti i giovani maschietti hanno avuto i loro problemi, nel corso dei secoli, ma quelli di questa generazione sono proprio sfigati. Figurarsi della prossima.

martedì 29 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

Venerdì, 25 novembre 2011. Un giovane latino-americano, credo, che vive a Formosa, ha scritto su Facebook –Somos lo que hacemos para cambiar lo que somos-. Non credo sia difficile intuire il significato e non sarebbe neppure necessaria una traduzione, ma siccome mi sono spesso incazzato con gli scrittori che inseriscono frasi in lingua straniera nei loro testi, evitando di tradurre per lasciar intendere che sono colti e si rivolgono a un pubblico colto, il significato è Siamo quello che facciamo per cambiare quello che siamo. Mi soffermo ancora un attimo su questa faccenda di chi mette in piazza la propria cultura, a volte anche a scapito di chi il libro l’ha comprato per migliorare la propria. All’università frequentavo il corso di lingue straniere e studiavamo la letteratura inglese su un testo scritto da uno studioso all’epoca molto in auge. Non ricordo con precisione il termine e mi rendo conto che si può stentare a crederci, ma la verità è che nella nota a pie’ di pagina, cui rimandava il numeretto, ho letto testualmente “le persone colte sanno certamente di cosa si tratta”, senza ulteriori spiegazioni. Merita un commento? Non credo. All’epoca, però, ricordo che mi irritai pericolosamente e mi convinsi che anche emeriti studiosi possono rientrare a pieno titolo nella categoria degli stronzi. Torniamo allo stato (ho poca pratica di Facebook, mi pare che certe frasi vengano chiamate così) del giovanotto latino-americano, che mi è piaciuta un sacco e mi ha fatto pure riflettere sul concetto di cambiamento. Credo che ciò che ha detto (se farina del suo sacco, i miei complimenti) possa valere per i grandi cambiamenti, quelli che definirei esistenziali e intendono modificare la condizione in cui siamo stati consegnati alla vita, cioè ignoranti, deboli e indifesi, incapaci di relazionarci con il nostro corpo e con gli altri. Un itinerario di tale cambiamento nell’essere si può riconoscere in siamo scolari, siamo studenti, siamo ingegneri, oppure, sono stati scolari, sono stati studenti, sono ingegneri. Ad ogni passaggio, infatti, si è ciò che si fa per essere poi qualcos’altro. E’ un tipo di cambiamento semplice, ma solo apparentemente scontato, se manca l’additivo segreto, chiamiamolo così, che altro non è che la volontà. La volontà di essere ogni volta ciò che facciamo per cambiare quello che siamo. La riflessione più ovvia è che non c’è additivo ogni volta che il cambiamento ci viene imposto, anche perché l’idea del cambiamento dovrebbe andare di pari passo con quella del miglioramento. Quale miglioramento? Miglioramento fisico, psichico, culturale, tecnico-artistico o che altro? Per avere risposta basta aprire la cassaforte delle aspirazioni di ciascuno. Ne consegue che raramente il bene altrui si consegue con la perentoria imposizione e al tempo stesso che il costante impegno per cambiare (migliorare) ciò che si è, potrebbe essere il vero segreto di un’esistenza felice. Volutamente trascuro i piccoli cambiamenti, a volte anch’essi di qualche importanza, ma quasi sempre legati ai riflessi condizionati. Nel duemilaundici, mi capita ancora di cominciare a scrivere una data con il numero uno e il numero nove. Di solito mi fermo in tempo, ma non sempre.

giovedì 24 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

Giovedì, 24 novembre 2011 – Pioviggina. Da un lato il telone è finito in mare. Nessun problema, l’avevo assicurato con una cima a prua e una a poppa. Non me la sono sentita di saltare a bordo sulla vetroresina scivolosa per dare una sistemata. Se ne riparla domani, pare che smetterà di piovere. Anzi, forse mi deciderò anche a rimediare una tavola da usare come passerella e smetterla una buona volta di saltare sulla barca come un pirata. Sono le cinque e ho già fumato due delle tre sigarette che mi sono imposto come dose quotidiana. Anche se sono mesi che vado avanti così, a volte non è facile. La cosa curiosa è che non provo più alcun vero piacere a fumare, anzi, capita pure che mi disgusti, o che verso la fine mi faccia presagire vomito, o che mi offuschi la mente e i riflessi come fossi avvinazzato, eppure, anche se volessi, sento che non riuscirei a rinunciare alle tre dosi giornaliere di nicotina né a liquidare la tentazione, sempre presente, di andare oltre. Per questo, aspirando una sigaretta, cerco sempre di imprimermi nella mente il disgusto, la sensazione di vomito, l’appannamento dei riflessi. Aiuta a superare i momenti cruciali, quelli in cui ti sembra di non avere scampo, come quello che sto affrontando proprio ora, mentre scrivo. Metto su anche un CD di Wagner, è uno che si fa sentire e mi distoglierà da tentazioni autolesionistiche. Durante una ricerca, proprio oggi, ho incocciato un sito di you tube, credo, dove per la prima volta ho assistito a una vera esecuzione sulla sedia elettrica. Doveva essere una di quelle meglio riuscite, perché tutto è finito nel giro di un minuto, almeno così mi è sembrato. Nessuno scuotimento del torace, nessun segno di sofferenza cosciente, nessuna sovrabbondanza di sudorazione. Solo una brutale contrazione dei nervi e, verso la fine, fuoruscita di sangue da una delle narici. Poi un cenno del direttore al boia, che ha subito alzato la leva. Il dottore ha constatato il decesso e gli spettatori, una quindicina, si sono alzati dalle loro poltrone e se ne sono andati. Tutto è stato fatto ordinatamente, secondo regole prestabilite e ben collaudate, da personale qualificato. L’idea della morte appariva del tutto aliena. Confesso di non averlo trovato scioccante, anche perché in un’epoca di televisione selvaggia è difficile distinguere la realtà dalla finzione, ma più tardi le immagini mi si sono ripresentate tirannicamente nella loro veste tragica. Il boia, incappucciato di nero, aveva abbassato una leva per uccidere un uomo di una trentina d’anni. Nel giro di un minuto l’uomo era deceduto. Un minuto prima aveva risposto a un’ultima domanda. Pare che il mondo intero sia contro la pena di morte, ma potrebbe essere lecito sospettare che siano in troppi, specie in tempi in cui si uccide per un insulto, per un parcheggio o per motivi ancora più futili. Il condannato aveva ucciso quattro bambini, mostrati dopo l’esecuzione, non in immagini statiche, ma nei video girati quando erano ancora vivi, mentre giocavano in giardino, scherzavano con i loro compagni o si abbracciavano ai genitori. Un’esecuzione è una pena disumana, nessuno può negarlo, non fosse che per il solo principio che un essere umano non può togliere la vita ad un altro, ma è innanzitutto inammissibile nell’eventualità di un errore giudiziario. Questi i motivi che pesano da una parte della bilancia, sull’altro piatto ci sono i quattro bambini. Non credo che potrò cancellare dalla mente lo sconcerto dell’esecuzione, anzi, mi penetrerà ancora più a fondo con il passare del tempo, ma, onestamente, ignoro se sarà mai tanto forte da paragonarsi a quello per quattro creature strappate ai loro giochi e ai loro affetti, alla vita, e scaraventate con scellerata violenza nell’abisso. Non è dunque per motivi umanitari che credo di potermi pronunciare contro la pena di morte, perché i motivi umanitari riguardano anche le vittime e di certo più degli assassini. E’ che mi vengono i brividi al solo pensiero che un innocente possa essere ucciso perché vittima di un errore giudiziario, e non posso non chiedermi se chi sbandiera contro la pena di morte ha una risposta concreta come la mia. Altrimenti, sbandierando a vanvera, si rischia di finire nella scia dei buonisti irresponsabili, che a furia di tacciare di fascismo e di razzismo (ignorandone anche il vero significato) coloro che sono preposti a tutelare l’incolumità dei loro simili, nonché di intolleranza e azioni disumane, rischiano di sprofondarci ancor di più in un inferno sociale, dove prima regola è tutelare i diritti dei delinquenti. Tra una riga e l’altra ho dovuto sbrigare diverse faccende, sono anche uscito un paio di volte e ho appena finito di cenare. Grazie anche a Wagner, ora posso abbandonarmi alla nicotina in piena tranquillità di coscienza.

mercoledì 23 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

Mercoledì, 23 novembre 2011. Immaginavo che sarebbe accaduto. Dopo una nottata di pioggia i ganci si sono scollati e una parte del telone si è sollevata. Fantastico. Le previsioni dicono che oggi non smetterà mai di piovere e andare a porre rimedio sarà a dir poco scomodo. Aggiungiamo che la barca è attraccata al pontile e che per entrarci e mettermi all’opera dovrò saltare sul minuscolo ritaglio di prua che riuscirò a liberare dal telone allungandomi come Tiramolla. Mettendo pure in conto che quel brandello di prua è malagevole e scivoloso (figuriamoci se piove), abbiamo un quadro significativo della situazione. Per fortuna ci sono anche le buone notizie. Sempre secondo le previsioni, oggi e domani le piogge saranno molto deboli. In conclusione, se non fosse già entrata una quantità eccessiva di acqua, la barca potrebbe reggere fino a venerdì. Sarà necessario un sopralluogo attento e, ancor di più, una stima affidabile. Pare che sia arrivato in Italia un clandestino figlio di puttana che salta le frontiere come rigagnoli d’acqua piovana. Ogni anno ne arriva uno così. Proprio come gli altri, non è venuto a cercare lavoro ma a rompere i coglioni. E’ del ceppo AH3N2 e se la prenderà soprattutto con gli anziani non vaccinati. Anziano avvisato… Questa faccenda degli anziani, secondo me, va chiarita. Da qualche tempo questo bollino di qualità corporee scadenti è stato applicato dagli emissari di nostra signora la TV a un’umana categoria di numero imprecisato e di non facile identificazione. Non è come dire ad esempio, i medici, gli idraulici, i deputati, gli imbianchini, i carcerati, gli insegnanti, i poliziotti e via di seguito, visto che per ciascuna di tali categorie è possibile, in un determinato momento, una identificazione e una quantificazione. Tutte professioni e mestieri, certo, ci ho messo anche i deputati, e potrei metterci anche i senatori, e a nessuno venga in mente di insinuare che si tratti di professioni trasversali. Sono diventati mestieri come gli altri, fra i più retribuiti e, anche di questi tempi, con le migliori prospettive di pensionamento. O.K., tiriamo una prima conclusione, vale a dire che l’anzianità non è una professione, ma una condizione che vale trasversalmente per tutte le professioni e i mestieri. Allora, se è una questione di età, qual è l’esecrata soglia oltre la quale si entra in una categoria non più autosufficiente e malamente tollerata, colpevole di divorarsi il pubblico denaro imponendo costi iperbolici alla pubblica sanità? Che lo sappiano gli emissari di nostra signora la TV, che si rivolgono agli over 65 ad ogni minaccia di epidemia di influenza insistendo perché corrano a vaccinarsi, o anche certi politici, che nei giorni in cui la calura estiva si fa sentire consigliano di accompagnare gli anziani al supermercato a godersi il fresco dell’aria condizionata, anche se, per inciso, ad essa vanno spesso addebitate tante poco godibili polmoniti estive? Provate a immaginare Napolitano, da un pezzo ultraottantenne, accompagnato dai famigliari o dalle guardie del corpo a scialare alla frescura di un supermercato. Non è divertente? Ne consegue che se tentassimo una identificazione degli anziani in base ai famosi over 65, l’operazione risulterebbe arbitraria e il risultato inaffidabile. Ma allora, chi cazzo sono gli anziani? Perché tanto commendevole ansia per la loro salute? Non saranno mica i pensionati, per definizione improduttivi e a carico dello stato, che, come ciò non bastasse, gravano pure sfacciatamente sull’assistenza sanitaria, e, per essere più precisi, quelli cui la pensione non consente di scegliersi lo specialista o il chirurgo a pagamento? Cazzo, sto sparando alzo zero, si vede che è proprio una giornata storta. Colpa del telone sghembo. Speriamo che stanotte non piova.

martedì 22 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

22 novembre 2011. Pioggia fino a giovedì. Incluso. Il telone sopra la barca l’ho messo in fretta, perché già piovigginava, e non mi sono accorto che era capovolto. Inevitabile conseguenza, gli occhielli non combinavano con i ganci ai due lati, diversi ganci si sono scollati e, nel complesso, ne è sortito un lavoro sbilenco e malsicuro e non sono neppure certo che regga a un vento forte o a una pioggia pesante. Ogni tanto ci farò una scappata per rendermi conto. Ieri ho ricevuto una mail del mio tecnico informatico che mi ha assicurato le correzioni sul mio sito per questa mattina. Ormai non ci contavo più. L’idea di creare un sito per la vendita dei miei romanzi thriller mi è balenata a marzo del 2010. Purtroppo mi sono affidato a un incompetente venditore di fumo, convertendomi in un analfabeta nelle mani di un pericoloso azzeccagarbugli che ha preteso pagamento anticipato. E’ passato un anno, più o meno, con promesse e rassicurazioni, prima che si decidesse a passare il lavoro a uno specialista, che però ha realizzato un sito pieno di imperfezioni, anche per il fatto che l’accorto azzeccagarbugli gli ha riservato una quota molto modesta rispetto a quanto aveva riscosso in anticipo. Mancanza di copertine nella presentazione, errori di ortografia, prezzi sbagliati. Fra poco aprirò il sito sperando in un miraggio. Il miraggio è apparso, ma solo per pochi secondi. Subito un incidente di percorso e sono dovuto uscire dal sito. Iconizzo questa pagina e riprovo. Stavolta il miraggio non è scomparso. Evviva. Ho rivisto Monti in televisione, a colloquio con i capoccioni di Eurolandia. Mi ha spaventato. Ha un’aria troppo ieratica. Un sommo sacerdote investito dalla dea Europa dell’imprescindibile impegno di scorticare gli italiani. Quello che mi da pensiero è che può farlo in tutta tranquillità. Non è un politico e non ha paura di perdere voti. Ma c’è di più. Lui si sforza di far capire, forse anche in buona fede, che le pesanti misure che ha ormai sulla punta della penna saranno provvisorie e dureranno per il tempo del suo mandato. Ma che cosa c’è nel nostro paese di più stabile e duraturo di quanto viene contrabbandato per provvisorio? Niente, specie se ci riferiamo a imposte e balzelli. Lo sappiamo tutti e Monti & Co. sanno che lo sappiamo e noi sappiamo che lui lo sa. Ma chi si stupirebbe se lo sentissimo canticchiare, tutto solo, magari mentre si sbarba con un pigro pensiero alla folla dei Pantalone scontenti e mugugnanti, la canzoncina che cantava Renato Rascel tanto tempo fa. Vi ricordate?

Mi fanno un baffo,

con lo stantuffo

sghignazzo e sbuffo

come un vapor,

che continua, con qualche piccola variante

A Casa Chigi

Sò’ ‘na potenza

Ci ho la licenza

Di spellator

La vita è bella, gente, ma è breve e le incazzature guastano il fegato e la circolazione. Qualche piccola dose di umorismo, quando è possibile, è sempre un buon antidoto.




lunedì 21 novembre 2011

diario di un qualsiasi nessuno

19 novembre 2011. Solo un eureka in formato ridotto. Stamattina soffiava l’alito di un moribondo. C’è stata qualche folata verso le dodici e mezzo, giusto quando sono rientrato per andare a pranzo. Al momento dell’attracco saranno stati già dodici nodi e cominciavano a formarsi le onde. Alle due e mezzo sono tornato al pontile per la seconda prova, sperando di ritrovare le cose come le avevo lasciate. Carburante gratuito, il vento, ma anche gran figlio di puttana. Si era ridotto a quattro o cinque nodi, forse anche meno, per di più intermittente e con il mare mosso. Di peggio, per provare una vela, c’è solo mare mosso e niente vento. Perciò, chi si accontenta, gode. Devo dire che se l’è cavata niente male. Sono uscito dal porto a vela e sono rientrato a vela. Sufficienza piena, ma l’EUREKA che mi ero ripromesso dovrà aspettare una giornata di vento che meriti questo nome. Vela che va, vela che non va, forse vale la pena di spendere due parole a vantaggio della chiarezza. Supponiamo di navigare per un tratto a vela da nord a sud con il vento in poppa, cioè da dietro. Nessun problema, basta aprire la vela, tenere dritto il timone e la barca va da sola verso sud. Poi si dovrà tornare indietro e non si potrà dirigere direttamente verso nord perché una barca a vela non può navigare contro vento. Può tornare verso nord navigando in una serie di diagonali, una volta a destra, una a sinistra, una a destra, una a sinistra e via di seguito. Diciamo in diagonali di 45 gradi ciascuna, che ti riportano al punto di partenza. Se una barca non riesce a navigare in diagonale, vuol dire che la vela non funziona, non è capace di farti ritornare al punto di partenza. Se una barca riesce a navigare seguendo diagonali più strette, diciamo 40 o 35 gradi, impiegherà meno tempo a tornare al punto di partenza. Dunque, se ho assegnato solo un sufficienza piena alla prova odierna è colpa delle diagonali piuttosto larghe, ma sufficienti. Non sarò stato chiaro, ma ci ho provato. Stamattina il vento è una sorta di oggetto misterioso, non si vede e non si sente. Le bandiere italiane all’ingresso del pontile, tutt’altro che garrule, si direbbero preoccupate per la catastrofe che incombe sul tricolore. Mi sono dato un po’ da fare, ho rinforzato la vela con un nastro adesivo speciale, specie nel punto in cui scorre la scotta, e ho incollato alcuni ganci su ambo i lati della barca, in alto, per fissarci un telone in caso di pioggia. Ora mi torna in mente che si tratta di una delle tante cose fatte e taciute al mio diario. Ho fatto il lavoro a terra, prendendo con facilità le misure direttamente sulla barca. L’ho ritagliato applicando poi ai margini una serie di occhielli con elastici da fissare ai ganci di cui parlavo. A dire il vero, avevo anche incollato i ganci, ma al primo uso se ne sono scollati cinque o sei. Giusto quelli rimpiazzati stamattina con diverso adesivo, garantito saldo, ostinato e irremovibile. Mentre ripercorrevo a ritroso il molo verso l’auto, mi pedalava incontro Lisà (Alessandro), figlio di pescatori, una vita sul mare, fonte inesauribile di ricordi, di un’Italia e di italiani del dopoguerra. Mi racconta ogni volta che ci vediamo e anche oggi è andata così e ho imparato cosa sono le galigate. E’ una parola dialettale dal significato piuttosto complesso, difficile da spiegare. Lui sa che ho fatto studi sul vernacolo, in particolare sui termini dialettali della marineria, e quando gli torna in mente un termine obsoleto, si affretta a riferirmelo con il giusto orgoglio di uno dei superstiti depositari di una cultura trascorsa. Da tempo ho in mente di mettere i suoi ricordi nero su bianco. Una riflessione salutare per chi pretende tutto e subito.

diario di un qualsiasi nessuno

18 novembre 2011. Ieri ho ascoltato il discorso del nuovo presidente del consiglio dei ministri (tutto in minuscolo, dubito che i nostri politici meritino ancora le maiuscole). Ha fatto sapere che nel nostro paese le tasse sono troppo basse e in certi casi del tutto inesistenti. Credo che chi le tasse le paga, tutte, dalla prima all’ultima, sia di parere diverso. Giusta la caccia agli evasori, siamo tutti d’accordo, ma bisognerebbe anche dare la caccia a chi dilapida i soldi dei contribuenti. Gli esempi più eclatanti, che immagino non siano che la punta dell’iceberg, li abbiamo davanti agli occhi, opere colossali iniziate e mai finite, oppure finite e mai utilizzate. Non sarebbe utile qualche indagine, poter risalire ai responsabili, che pure hanno un nome e un cognome? Mai sentito parlare di iniziative siffatte. Eppure, se si persegue la malasanità, almeno quando è possibile, perché non la malammistrazione del pubblico denaro? I fatti dicono, invece, che viene perseguito solo il contribuente, se non addirittura perseguitato, specie quando riceve bollettini già compilati per cifre non dovute. Ora che il fisco non si perita neppure di arraffare direttamente sulle pensioni di vecchiaia, senza neppure una notifica, è bene che nelle alte sfere, dove pare ci si appresti a riversare una grandine di bollettini già compilati su onesti cittadini, sappiano che il contribuente, quello che paga ed ha sempre pagato, si è rotto di uno stato amministrato da corrotti e incompetenti che l’hanno portato sull’orlo della bancarotta, neppure sfiorati dall’idea che toccherebbe a loro pagare i danni. Invece a pagare sarà la gente comune, cioè i soliti coglioni. Ma che cazzo, mi sono messo a parlare di politica, dà fastidio a me, figurarsi a chi legge. E’ come rimestare immondizia, forse anche di peggio. Parlarne seriamente è già un controsenso. Quando mai la politica italiana è stata seria? Parlarne sì, ma come di una commedia buffa. Diamo un’occhiata ai personaggi principali. Cominciamo con Berlusconi. La madre di mia nuora, londinese, mi ha riferito che in Inghilterra gira voce che abbia il cervello nelle mutande. Proseguiamo con Bersani. Un politico? Ma quando mai! Se mai un meteorologo disoccupato che si è arrangiato nella politica. -Il vento sta cambiando, il vento sta cambiando-, chi non glielo ha sentito ripetere ogni giorno per tutta la legislatura? Di Pietro? Un professore di latino, almeno in pectore, perché non credo che lo abbia mai studiato, almeno alle superiori. Però si sente che ce l’ha nel sangue, riesce a captarlo nell’aria, ad appropriarsene dai giornali, dalle voci altrui, anche se poi, nell’uso quotidiano, risulta monotono. Un disco inceppato su “Non si possono fare leggi ad personam” per la durata della legislatura. Che dire di Fini? E’ qui, è là, non c’è più, è da un’altra parte, avrebbe potuto installare un tavolino in un piazza del mercato ed esibirsi nel gioco delle tre carte? Finisco con Franceschini, potenziale direttore insuperabile di un giornale scandalistico-moraleggiante. Bossi, visto com’è ridotto, meglio lasciarlo stare. Spero che per quello che ho scritto non mi si accusi di aver parlato di politica. Forse di contropolitica. E’ la stessa cosa? Non credo, io non tifo per nessuno. Passiamo ad argomenti seri. La filosofia, per esempio. Fu Archimede a gridare il famoso eureka per una scoperta che riguardava lo spostamento del volume dell’acqua, se ben ricordo. Io credo di aver trovato, proprio stamattina, il punto di attacco della drizza al pennone. Non posso giurarlo, per via del vento che si è fatto vivo per una diecina di minuti e senza troppo entusiasmo, ma quel poco mi ha dato buone indicazioni. Domani ci riprovo e se ho ragione inizierò la prossima pagina con un eureka speciale, tutto maiuscolo e in grassetto.